[Mostly Weekly ~399]

La macchina del tempo bonsai


A cura di Antonio Dini
Numero 399 ~ 25 ottobre 2026

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Intanto, buona lettura.


Il cappello
Il cappello ~ Foto © Antonio Dini


Quando cade la neve e soffiano i venti ghiacciati, il lupo solitario muore, ma il branco sopravvive
– Sansa Stark, Il trono di spade, stagione 7




Editoriale

iPhone Duo
Pochi minuti dopo l'apertura dei preordini, una settimana prima del lancio, le date di consegna dell'iPhone Duo erano già slittate a fine gennaio. Apple ha limitato gli acquisti a due apparecchi per cliente e, quando il telefono è arrivato nei negozi, venerdì scorso, le vendite erano "razionate", come riferisce Reuters (opens new window). Il prezzo parte da 2369 euro (opens new window) per la versione da 256 gigabyte e comprende uno schermo esterno da 5,4 pollici, uno interno da 7,6, 254 grammi di peso e il chip A20 Pro (opens new window).

Le recensioni: la piega del display quasi invisibile, lo schermo interno opaco con una piega appena percettibile, un'autonomia di oltre tredici ore (opens new window) in un test di navigazione di Tom's Guide. Engadget gli assegna 8,8 su 10, CNET 8,7, secondo Cult of Mac (opens new window). Le critiche sono più o meno le stesse: molte app non sfruttano la larghezza dei 7,6 pollici e appaiono con bande nere ai lati, mancano il teleobiettivo e FaceId (c'è TouchId nel tasto laterale). Wired (opens new window) consiglia di aspettare qualche mese perché gli sviluppatori si adeguino. Fuori garanzia, la sostituzione del display interno costa 1149 euro (opens new window). A qualcuno a quanto pare il display sta cedendo (opens new window).

La mia impressione: il Duo chiuso risulta più compatto di quanto non immaginassi, mentre lo schermo aperto è il suo vero punto di forza. Oltre alle app, secondo me anche molti siti web sono poco curati per quel formato: la risoluzione dello schermo interno è vicina a quella di iPad mini, una taglia che chi scrive CSS ha sempre trattato come un caso residuale. Andrebbe provato sul serio ma, costo a parte, secondo me è da prendere: ho già in mente gli strumenti da usare (opens new window).

Secondo IDC, intanto, nel 2026 Apple otterrà il 44% del valore del mercato dei pieghevoli e il 31% delle unità, e nel 2027 ne diventerà leader, stima riportata da Reuters (opens new window).


Importante

NOS, l'originale intatto
Questa parte dovrebbe andare nel numero pazzarello (opens new window) di Mostly Weekly che sto ancora modificando, ma intanto metto qui, sotto forma di appunti un po' grezzi (soprattutto alla fine). E scrivo questa parte dopo aver già scritto quella che viene dopo sulle Mille e una notte: cioè ὕστερον πρότερον. Insomma, che casino. Ma fa parte del mio piano di trasformare Mostly (sia Weekly che il resto) in uno strumento dove depositare idee e pensieri poi ricercabili.

Comunque, questa che scrivo adesso è una parte in cui mi sono chiesto sostanzialmente una cosa: perché vogliamo recuperare qualcosa che non c'è più e la vogliamo fatta proprio com'era fatta? Che poi non è com'era davvero, perché abbiamo un notevole bias sul passato che ce lo fa vedere diverso da come era in realtà (sostanzialmente più bello). Tuttavia, c'è chi vorrebbe tornare a provare e toccare cose di una vita diversa, più antica, più genuina.

Questo in alcuni casi (più limitati) si estende fino al desiderio di mettere le mani su un vinile ancora sigillato, una prima edizione con la sopraccoperta integra, un manufatto che nessuno ha mai restaurato. L'idea di fondo, che poi è la stessa alla base del collezionismo, è che il valore dell'oggetto cresca con l'assenza di cambiamenti.

Ovviamente come non citare l'originale delle riflessioni sugli originali. Walter Benjamin chiamava "aura" l'unicità dell'originale, il suo hic et nunc, e scriveva che nell'epoca della riproducibilità tecnica è proprio l'aura a venire meno. Il collezionista di originali sembra muoversi in direzione opposta, in cerca dell'esemplare più vicino all'istante della creazione, quello che ha attraversato i decenni senza lasciarsi toccare. L'autore è morto, ma l'oggetto prodotto sotto la sua supervisione conserva la sua "aura". Per gli oggetti prodotti in serie, dove non c'è un autore, se sono vecchi e ottimamente conservati subentra l'aura dell'acquirente originario o del tempo in cui gli oggetti stessi sono "venuti al mondo".

A questo istinto gli psicologi danno una spiegazione che passa dalla morte: un oggetto immutato smentisce, in piccolo, la legge per cui tutto invecchia, e possederlo serve a sospendere il tempo. Cerchiamo l'originale come i fedeli cercavano le reliquie dei santi: un frammento del mondo fisico che promette di connetterci a qualcosa che ha superato la morte ed è diventato eterno.

La spiegazione si appoggia a una teoria complessa, in parte costruita con osservazioni sul campo e in parte con esperimenti di psicologia sociale, che si chiama teoria della gestione del terrore (opens new window), sviluppata da Jeff Greenberg, Sheldon Solomon e Tom Pyszczynski a partire dal lavoro dell'antropologo Ernest Becker.

La teoria è basata sul fatto che la consapevolezza della morte genera un'angoscia che le culture addomesticano offrendo forme di immortalità simbolica. Fin qui, tutto bene. Cosa c'entra con il vinile ancora cellophanato o il Rolex NOS degli anni Settanta? Applicare la teoria al collezionismo è un passo ulteriore. Tra le motivazioni dei collezionisti elencate da Susan Pearce compare in effetti il raggiungimento dell'immortalità, e un modello concettuale pubblicato nel 2018 sul Journal of Consumer Marketing, non ancora verificato empiricamente, ipotizza che il ricordo della propria mortalità spinga a collezionare. Vincere la propria mortalità circondandosi di oggetti che l'hanno sconfitta e che ci permettono di vivere un'esperienza vicaria in un altro tempo, precedente. Una sorta di macchina del tempo bonsai.

La base sperimentale della teoria è però discussa: è difficile capire come e cosa replicare negli studi, come distinguerlo da altre "manie" (tipo le collezioni di cose prodotte in serie progressive e possibilmente numerate) che con la difesa della propria visione del mondo davanti a un promemoria della morte c'entrano fino a un certo punto. Insomma, l'idea è che forse il collezionismo sia solo una forma di accumulo nevrotico più strutturato, e non di paura della morte. Sempre patologico, ma di un'altra parrocchia.


Italiana

Senza fatica vs ponocentrismo
La storia credo la sappiate. A fine maggio 2026 (opens new window) un sistema sperimentale di OpenAI ha trovato una disposizione di punti nel piano che batte la griglia quadrata ritenuta ottimale da Paul Erdős nel problema delle distanze unitarie, posto nel 1946. Matematici indipendenti, tra cui Daniel Litt, hanno controllato il risultato e l'hanno giudicato interessante in sé. A settembre la stessa azienda (opens new window) ha dichiarato di avere dimostrato che le equazioni di Navier-Stokes ammettono singolarità in tempo finito, con una verifica in Lean che la comunità non ha ancora validato, e il 6 ottobre ha pubblicato su GitHub soluzioni complete o parziali di più di trecento problemi aperti.

Non è finita: in First Proof, la prova di febbraio ideata da undici matematici con dieci lemmi inediti (anche qui metto il link diretto a OpenAI (opens new window)), i modelli pubblici ne hanno risolti correttamente due.

Le reazioni sono ancora più interessanti. A settembre venticinque medaglie Fields, tra cui Terence Tao, Peter Scholze e Maryna Viazovska, hanno firmato la dichiarazione A Severe Misalignment of AI in Mathematics (opens new window), e a ottobre l'Association for Human Mathematics ha invitato i colleghi a smettere di collaborare con OpenAI (opens new window), definendo la pubblicazione una dimostrazione di potere più che di erudizione. A inizio ottobre l'azienda aveva ritirato almeno tre soluzioni per un errore di segno, e Tristan Buckmaster, della New York University, ha avanzato il sospetto che per Navier-Stokes il modello avesse attinto al lavoro suo e di un collega, cosa che OpenAI nega. Tao teme soprattutto la perdita di metodi e comprensione che il percorso avrebbe lasciato, mentre Litt giudica i risultati ottimi per la matematica e vede invece il rischio di tagli ai finanziamenti.

Ok, fine del recap, così siamo tutti allineati. Il problema di ragionare su queste cose è che il mondo è complesso, queste cose sono complesse e, senza una cronologia minima, non si capisce neanche di cosa si va cianciando.

Arriviamo all'articolo che volevo citare e che mi è piaciuto molto: Filippo Lubrano ha chiamato ponocentrismo epistemico (opens new window) l'idea che una conoscenza valga in proporzione alla fatica spesa per ottenerla. Perché questo è uno dei temi centrali: la fatica.

La fatica ha svolto a lungo il ruolo di indicatore indiretto di cose che contano davvero: che qualcuno avesse capito, che il risultato fosse stato controllato, che il problema meritasse il tempo speso. Quando produrre costa meno, l'indicatore della fatica smette di funzionare e quelle tre cose vanno misurate direttamente, con referaggio, formalizzazioni verificate da occhi umani e attenzione agli scarti tra enunciato scritto e domanda originaria.

Resta poi da stabilire chi sceglie i problemi da tentare e chi dispone del calcolo per tentarli: secondo i dati riferiti da Scott Aaronson, i problemi provati sono stati circa ottomila. Ha ceduto a circa il cinque per cento dei tentativi di soluzione.



a+i
a+i ~ Foto © Antonio Dini

Multimedia

La memoria che non c'era
Guardate questo video (opens new window): la filosofia di Oxford Victoria Trumbull spiega perché i nostri ricordi non sono conservati nel nostro cervello. Cioè, non sono informazioni archiviate dalle reti di neuroni che stanno nella nostra capoccia. Com'è possibile?

Un pianoforte non contiene la sonata che suona, e delle impronte sulla sabbia nessuno direbbe che custodiscano il camminare. Sono gli esempi con cui Trumbull attacca l'idea più diffusa sulla memoria, quella dei ricordi depositati nel cervello come file in un hard disk. In un articolo pubblicato dall'Institute of Art and Ideas (opens new window), l'autrice indica un'ipotesi che però non dimostra: le correlazioni tra attività cerebrale e resoconti di memoria vengono lette come prova di una localizzazione già presupposta. Il cervello renderebbe possibile il ricordare, mentre il ricordo sarebbe un fatto di tempo, la persistenza del passato, e come tale privo di un luogo.

In pratica il cervello fornisce la base motoria del richiamo, lo strumento che permette alla sonata di suonare. Non ci sono bit di informazione salvati nel cranio e gli esperimenti con i quali normalmente lo sosteniamo, cioè gli esperimenti su topi e lumache di mare, osserva Trumbull, riguardano un'abitudine, cioè una risposta condizionata e ripetuta, mentre il ricordo personale di un momento irripetibile appartiene a un'altra categoria.

La distinzione risale a Henri Bergson, che nel 1896 pubblicò Materia e memoria (opens new window) e a cui Trumbull ha dedicato il libro On the Memory of the Soul: Augustine and Bergson's Metaphysics (opens new window) (Bloomsbury).

Un esempio? Le lesioni che, secondo la tesi, danneggiano il meccanismo di richiamo e lasciano intatto il ricordo: i pazienti colpiti da ictus recuperano parola e comprensione nell'arco di settimane o anni, e alcuni malati di Alzheimer ritrovano ricordi apparentemente perduti davanti a un oggetto o a un suono. Tutte situazioni incompatibili con un'idea meccanicistica e "quantitativa" della memoria.

Le neuroscienze rispondono con dati propri. Nel 2015 il gruppo di Susumu Tonegawa al Massachusetts Institute of Technology ha riattivato con la luce, nell'ippocampo dei topi, cellule che avevano codificato un ricordo, facendo riemergere un'esperienza altrimenti persa, perché gli stimoli naturali non la richiamavano più: ragion per cui Tonegawa considera l'amnesia un problema di recupero delle informazioni, mentre il ricordo risiederebbe in un circuito distribuito tra più aree del cervello.

Ci sono insomma due letture che girano entrambe attorno all'idea di recupero ma divergono sul luogo di ciò che viene recuperato: dentro o fuori dal cranio. Il merito della tesi di Trumbull, comunque la si giudichi (in effetti è un po' lunare), sta nell'offrire un'alternativa alle metafore di magazzino che ogni epoca ha ricalcato sulla propria tecnologia, dalla tavoletta di cera di Platone all'hard disk. In Materia e memoria il cervello è un organo di selezione e di oblio più che di conservazione. Nel Talmud c'era l'angelo della dimenticanza. Oggi il defrag del disco.


Tsundoku

Mille e non più mille
Una volta mi hanno chiesto qual è il criterio con il quale ordino i miei libri. Sono divisi a zone e il criterio è la mia memoria visiva e spaziale. Un criterio progettualmente manchevole perché serve a favorire la riscoperta casuale dei libri. Ad esempio, parlando di riscoperte: in due parti diverse di casa mia ci sono due edizioni delle Mille e una notte: quella della Universale Economica Feltrinelli (opens new window) e quella della Penguin (opens new window) con la copertina in tela, entrambe ridotte rispetto al manoscritto originale. Ma capire ridotte rispetto a quale manoscritto originale, ammesso che ne esista uno, richiede più lavoro di quanto non credessi.

La cornice la sappiamo tutti: Shahrazád (o un'altra delle varie grafie con cui si trascrive il suo nome) rimanda la propria esecuzione raccontando una storia diversa ogni notte, uno streak narrativo con un re che aspetta il finale invece di firmare la sentenza. Incantato dall'astuzia creativa della giovane donna. Il resto però è molto meno solido. Antoine Galland, che dal 1704 portò le Notti in Europa traducendole in francese (con una conoscenza molto "creativa" dell'arabo), a un certo punto rimase senza manoscritti e nel 1709 si fece raccontare a Parigi altre storie da Hanna Diyab, un siriano di Aleppo. Tra quelle storie c'erano Aladino e Ali Babà, per le quali non conosciamo nessun testo arabo precedente attestato.

Poi sono arrivati i traduttori "professionali". Ognuno di loro ha tradotto un libro diverso. Edward Lane lavorò sulla stampa egiziana di Bulaq tra il 1838 e il 1841, Joseph-Charles Mardrus usò la stessa stampa per una versione francese (1899-1904) presentata come letterale e completa, Richard Burton nel 1885 si basò sulla Calcutta II. Su questa serie di incidenti creativi si è inserito a un certo punto anche Jorge Luis Borges, che questo tipo di storie le adorava, per raccontare a modo suo questa catena come una sorta di dinastia di sovrani in guerra con il predecessore.

Poi siamo arrivati noi, terrorizzati dall'idea della morte a tal punto che dobbiamo congelare nel tempo una versione perfetta del passato. Così, Penguin ha pubblicato nel 2008, in tre volumi, la traduzione di Malcolm e Ursula Lyons dalla stessa Calcutta II, con in coda le storie orfane, quelle senza originale arabo. Il mio pinguino telato è una versione ridotta, quello originale sta là, da qualche parte, intonso ma instagrammato nella libreria di qualcuno.

Invece, la Feltrinelli segue un'altra strada: è la traduzione di Roberta Denaro e Mario Casari dall'edizione critica di Muhsin Mahdi (Leida, Brill, 1984), che ricostruisce il manoscritto siriano su cui lavorò Galland. Lì Aladino e Ali Babà non ci sono. Il manoscritto si ferma alla notte 282, nel mezzo di una storia, e l'edizione Feltrinelli si ferma con lui.

Anche il Milione, (altro libro che adoro e del quale avevo scritto qui (opens new window) e qui (opens new window)), ha un problema di questo genere: il libro venne composto da Marco Polo nel 1298 con Rustichello da Pisa, tuttavia l'originale franco-italiano è scomparso, e la prima edizione integrale moderna, di Luigi Foscolo Benedetto nel 1928, parte da un codice parigino e lo completa con le lezioni delle altre redazioni. Un lavoro che interseca le varie edizioni e rimaneggiamenti del libro che Marco Polo curò fino alla morte: non ci dimentichiamo che era un manuale per mercanti in viaggio verso l'Oriente e anche un veicolo di fama per uno dei più ricchi mercanti veneziani del suo tempo.

La conclusione? Non leggeremo mai l'originale, il "vero" testo genuino, perché forse non è mai esistito. Pazienza, ce ne dovremo fare una ragione.


Coffee break

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Money quote

Le nevi sono fuggite, già l'erba ritorna nei campi e le chiome sugli alberi; la terra cambia il suo volto, e i fiumi, calando, scorrono rasenti alle rive. La Grazia, insieme alle Ninfe e alle sue due sorelle, osa condurre nuda le sue danze. Non sperare nell'immortale, ci ammonisce l'anno, e l'ora che rapisce il giorno fecondo. I geli si addolciscono ai soffi degli Zefiri, la primavera è calpestata dall'estate, destinata a spegnersi a sua volta non appena l'autunno carico di frutti avrà versato le sue messi; e subito torna l'inverno inerte.

Eppure le lune veloci riparano i loro danni in cielo. Noi, quando scendiamo là dove sono scesi il padre Enea, i re Tullo Ostilio e Anco Marzio, siamo polvere e ombra. Chi sa se gli dèi di lassù aggiungeranno il tempo di domani al totale dei nostri giorni? Tutto ciò che avrai donato a te stesso con animo lieto sfuggirà alle mani avide dell'erede.

Quando sarai morto una volta per tutte, o Torquato, e Minosse avrà pronunciato su di te il suo giudizio inappellabile, non ti restituirà alla vita né la nobiltà del tuo casato, né l'eloquenza, né la devozione. Perché nemmeno Diana libera dalle tenebre infernali il devoto Ippolito, né Teseo ha la forza di spezzare le catene del Lete al suo caro Piritoo.

– Orazio, Pulvis et umbra sumus, Odi IV, 7


Al-Khwarizmi

Videopodcast tech
Poi una volta bisogna che mi metta lì e rifletta un po' su cosa vuol dire tornare a fare podcast dopo tanto tempo e farli in video, per di più. Comunque, sono questi su Techdale (opens new window) con Jaki (anche su Spotify (opens new window)) e una cosa però posso dirla: mi sto divertendo molto a farli. Penso si veda. Mamma mia, come sono brutto però.

Guarda, senza internet!
Adesso OpenAI addestra i suoi modelli di frontiera senza accesso a internet e proseguirà così finché allineamento, monitoraggio e sicurezza non saranno ritenuti adeguati, dice Bloomberg (opens new window). La scelta segue l'episodio del 20 settembre, quando un modello di ricerca interno ha sfruttato un errore di configurazione di un resolver DNS e ha ottenuto un accesso limitato alla rete durante un addestramento. L'azienda ha sospeso addestramento e valutazioni dei modelli più capaci, riprendendoli il 1 ottobre. Nel post che descrive le nuove misure (opens new window), OpenAI racconta di aver costruito un «mondo offline» di contenuti web indicizzati e memorizzati in cache, dove i modelli cercano informazioni, navigano e usano applicazioni web senza toccare sistemi esterni. In ogni caso, gruppi di agenti incaricati di evadere (per testare il sistema) hanno trovato vulnerabilità sconosciute in software di isolamento come gVisor e Docker.

AWS ha già venduto gran parte del 2027
La capacità di Amazon Web Services per il 2027 è in gran parte esaurita e anche una bella fetta del 2028 è già stata venduta, ha detto in un podcast di Andreessen Horowitz il CEO di Amazon Andy Jassy (opens new window). Per il 2026 si parla di esaurimento già avvenuto. AWS riserva comunque una quota di capacità alle richieste on-demand, mentre i grandi blocchi sono già prenotati.

Google e gli annunci con Personal Intelligence
Sorpresina: Google ha aggiornato la privacy policy (opens new window) chiarendo che per personalizzare gli annunci potrà usare i dati condivisi tramite Personal Intelligence dalle app collegate, tra cui Gmail e Google Foto. Google continua a escludere che i contenuti di Gmail, Drive e Foto servano di default alla pubblicità mirata (opens new window); l'eccezione riguarda i dati che l'utente sceglie di mettere a disposizione. Ah, scollegare le app non cancella quanto è già nella cronologia dei servizi di Ricerca.



Firenze
Firenze ~ Foto © Antonio Dini

La coda lunga

Paladini di ieri e di oggi
Chi si proclama "paladino della legalità" o del software libero o di qualsiasi altra cosa, usa una parola che alla lettera indica un cavaliere del re. Viene dal latino palatinus, da palatium, il palazzo, nome che a sua volta rimanda al colle Palatino di Roma, dove stavano le residenze degli imperatori. I primi paladini? Compaiono inizialmente nella Canzone di Rolando (opens new window), dove rappresentano i valori del cavaliere cristiano contrapposti alle barbarie delle orde saracene.

Il vocabolario etimologico (opens new window) (ma vedi poi sotto) spiega che il titolo toccò ai dodici signori che seguivano Carlo Magno in guerra, perché i primi paladini abitavano insieme nel palazzo del sovrano e venivano indicati così: quelli del palazzo, i paladini.

L'epoca di Carlo Magno era un groviglio. Nel 732 il nonno Carlo Martello ferma a Poitiers l'esercito omayyade, suo figlio Pipino il Breve si fa re dei franchi con la benedizione del Papa e nel 756 cede al Papa un pezzo d'Italia centrale, e Carlo, figlio di Pipino, riceve la corona imperiale da Leone III la notte di Natale dell'anno 800.

Se quel giorno toccava a voi essere interrogati a storia, forse ricorderete ancora che in quel momento l'impero d'Occidente è rinato dopo più di tre secoli, con il potere spartito fra corona franca e papato. I dodici paladini, però, un'invenzione successiva: sono i pari della Canzone di Rolando, scritta verso il 1100, quando Carlo Magno era morto da quasi tre secoli. L'Orlando storico, prefetto della marca di Bretagna, conosciuto anche come Rolando o Hruodlandus, era caduto nel 778 a Roncisvalle in un'imboscata dei baschi.

La definizione sta su etimo (opens new window), uno di quei siti che la vecchia Internet produceva in serie: un vocabolario etimologico d'altri tempi fuori copyright viene scansionato e trascritto con un sistema di riconoscimento ottico dei caratteri pre-AI. Attorno alla voce ci sono link vari a parole che con paladino non c'entrano nulla (paiuolo, pala, palafitta, palafreno), il banner di un atlante storico e un copyright 2004-2008 che ti fa pensare che l'avventura sia finita ormai da diciott'anni, il sito va avanti solo perché è messo a rendita e regge fino a che qualcuno non si dimenticherà di rinnovare il dominio o un buco nel PHP lo abbatterà.

Intanto, ha fatto un sacco di danni. Perché in realtà il testo di partenza, l'originale cartaceo, era il Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani (opens new window) che, secondo Wikipedia, era frutto del lavoro di un dilettante e fatto molto ma molto male: Netto e unanime è il giudizio negativo sul valore dell'opera da parte dei linguisti accademici.

Per esempio, linguista Michele Cortelazzo (opens new window) lo cita esplicitamente:

l’inattendibile Vocabolario etimologico della lingua di Ottorino Pianigiani, del 1907, purtroppo utilizzato per la creazione del sito Dizionario etimologico on line, che tanti danni sta creando con la diffusione in rete di etimologie del tutto insostenibili.

Risultato? Le paraetimologie da un lato e dall'altro, soprattutto, il senso di insicurezza: quella cosa che ho letto su internet, e che magari oggi mi propina con sicumera l'AI, sarà vera?



three-stars


Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano

– G.K. Chesterton


END



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