[Mostly Weekly ~395]

Una cosa tira l'altra (ho perso il filo)


A cura di Antonio Dini
Numero 395 ~ 27 settembre 2026

Archivio: antoniodini.com/archivio/

Per iscriversi: antoniodini.com/iscrizione/


Ci siamo, numero speciale e un po' matto. Grazie per aver aperto questa pagina! È possibile che non vi piaccia (non ci sono le solite cose tech e dintorni) casomai saltatelo: ci rivediamo domenica prossima!

Mostly Weekly è una newsletter settimanale che esce quando è pronta, realizzata a mano, piena di refusi ma priva di algoritmi e AI (almeno quello).

Se sarete ancora qui alla fine, volete, potete cliccare su PayPal (opens new window) in modalità Amici (è una donazione, dopotutto, non una compravendita) e dirmi in maniera tangibile che c'è del metodo apprezzabile nella mia follia. In alternativa, no worries!, ci rivediamo settimana prossima.

Intanto, buona lettura (spero).


Nuvolette di drago
Nuvolette di drago ~ Foto © Antonio Dini


La più grande ricchezza è vivere contenti di poco
– Socrate (in Senofonte, Memorabili)




Editoriale

Promesse promesse
Ora, come più o meno avevo promesso la settimana scorsa, avevo in mente di fare un numero di Mostly Weekly un po' sui generis. Uno di quelli senza tecnologia, senza discorsi sensati (se mai ce ne fossero) e praticamente monografico e sperimentale al tempo stesso.

Per questo, se non è la vostra cosa, poco male: anziché cancellarvi dalla newsletter sappiate che da domenica prossima si torna al ritmo normale, smettete di leggere qui e prendetevi un meritato numero di riposo.

Poi, come accennavo sempre la settimana scorsa, la settimana si è trasformata in una parete verticale, di quelle che o ti schianti o le scali: mi sono schiantato. Ho fatto quel che è giusto e necessario fare per la pagnotta ma non ho avuto tempo: il lavoro, una breve influenza, il gasolio costa un botto, il terremoto, le cavallette. Insomma, non è stata colpa mia (opens new window). (Verrà una schifezza, già me lo sento).

Comunque, provo a farlo. Anzi, dal punto di vista di voi che leggete, l'ho fatto. Ma cosa volevo fare? Ve lo spiego sotto.




Importante

Il capolavoro dell'incompiutezza
In pratica, come avrete notato leggo un po'. Fin da ragazzino. E ho la casa piena di libri non letti, mezzi letti, da leggere, già letti, dimenticati. Com'è giusto che sia (opens new window). E sono parecchi (opens new window). L'altra settimana stavo finendo un librino piccino piccino ma gustoso. Dopo che questa estate ho letto (opens new window) per caso (l'ho trovato in una bancarella del Libraccio a Milano) Gli Aztechi (opens new window) di Jacques Soustelle (uno di quei 100 pagine a 1,50 euro di Newton e Compton, collana il Sapere, che contengono piccole chicche) ho cercato e trovato facilmente anche il gemello ideale, Gli Inca (opens new window) di Henri Favre.

Fin da bambino, come milioni di altri ragazzini, sono affascinato dalle civiltà precolombiane oltre che da quella egiziana, pur non sapendone praticamente nulla. A un certo punto, spinto dal caso e dalla vaghezza, mi sono detto: perché non mettere alla prova la mia teoria che posso imparare qualcosa leggendo un manualetto breve e serio, scientificamente fondato (anche se tra un attimo vediamo come) per acquistare un quantitativo sufficiente di nozioni solide e al tempo stesso non strabordanti?

Il sogno e la doccia
Solo che, mentre lo facevo, è successo che la testa mi scappava in tutte le direzioni. In parte per le associazioni, in parte per le curiosità, in parte per gli infiniti modi che oggi abbiamo di portare il nostro pensiero verso altri contenitori, in parte per l'accessibilità pressoché istantanea di qualsiasi informazione anche solo vagamente collegata. Siccome nei mesi scorsi ho letto (per la prima volta, che io mi ricordi) l'Ulisse (opens new window) di James Joyce (e senza una guida ho fatto una stupidaggine, ma vabbè), diciamo che all'idea delle associazioni e dei flussi di coscienza un po' mi ci sono abituato.

Ecco, l'idea era quella di utilizzare le sezioni di Mostly Weekly per portarvi a giro nella ragnatela delle associazioni che vengono fuori leggendo un testo breve (anche perché sennò moriamo tutti) denso di collegamenti con mille altre cose. Ovviamente non ho preso appunti, come farebbe un perfetto imbecille che dice, appena alzatosi da un bel sogno che vorrebbe raccontare perché davvero interessante: ora mi faccio una bella doccia, prendo il caffè, mi siedo e scrivo tutto. Tra la doccia e il caffè arrivano due telefonate e un po' di cose da spiegare ai bambini, e insomma, eccomi qui, con un ben misero bottino. Speriamo bene.


Italiana

Prodromo
Intanto, quando avevo finito il libro sugli Aztechi, che sono collocati nel periodo postclassico (tra il XIV e il XVI secolo d.C.) della Mesoamerica (parola che ho imparato leggendo il primo libro, credo, e che parla della metà meridionale del Messico fino alla parte settentrionale del Centro America, con tipo Guatemala, Belize, El Salvador, Honduras, Nicaragua e Costa Rica, per capirsi), mi ero già fatto un paio di considerazioni. Che sono ritornare quando ho preso in mano il librino di Favre.

A partire da una relativa alla natura del libro che avevo in mano, e che un po' è quello che mi son portato dietro per tutto il tempo. Perché l'oggetto, a me boomer di mezza età, appariva logorato ma in qualche modo "moderno", mentre si trattava di un libro "vecchio": un saggio storico pubblicato in Italia nel 1995 sulla base di un testo francese originale del 1972 (Les Incas (opens new window)). E un libro che si portava dietro una doppia eredita, in quel momento.

Da un lato chi diavolo è Henri Favre e dall'altro com'è che è diventato così vecchio (trent'anni!) un genere di libro, che ai miei occhi era parecchio nuovo perché "rinfrescava" il formato dei Millelire (opens new window) e dei super economici di Newton Compton (che mi sono comprato a tonnellate (opens new window) quando andavo al liceo e all'inizio dell'università: Il Fantastico Economico Classico di Sebastiano Fusco e Gianni Pilo).

Quella di Newton Compton è una strada stranissima perché, pur avendo tutt'ora opere non male sia come traduzione che curatela (una edizione jumbo di Tutto Platone (opens new window), per dire, curata da Enrico V. Maltese (opens new window)) e autori che pubblica e coccola, passa per essere una sorta di Ryanair del libro italiano, nell'accezione pauperista e sfigatista del termine.

Certo, Maltese (opens new window) non è Luciano Canfora (opens new window), ma di Canfora non ce ne sono tanti (e lui sta con Laterza, se non sbaglio). Soprattutto, però, Newton Compton e Maltese mi hanno introdotto al lavoro di traduttore dal greco e dal latino di Mario Scaffidi Abbate (opens new window). Bravo non so, ma la sua vita mi pare degna di essere raccontata:

Mario Scaffidi Abbate è nato a Brescia il 18 gennaio 1926, dopo un parto irregolare e quanto mai drammatico: il corpo, infatti, si era presentato all’incontrario e alla fine non dava più segni di vita, né sarebbe sopravvissuto se la governante, che assisteva la levatrice, dopo averlo avvolto in una coperta e strofinato energicamente, non gli avesse infuso nei polmoni il suo stesso respiro.

Secondo di undici figli, il padre militare, gli spostamenti, la passione fin da giovane per la musica, ma anche la pittura e la poesia. Militante dalla parte sbagliata della storia, nella legione di Orvieto (comandata dal padre), catturato però dai tedeschi da cui fugge, denunciato ai partigiani ai quali sopravvive, costretto a vendere sigarette e libri lui che al liceo era stato medaglia d'argento, si laurea e insegna lettere classiche mentre collabora con la Rai degli esordi e lo farà per 23 anni, in un crescendo di attività e di collaborazioni. Avventure prima fisiche e poi intellettuali, insomma, che lo portano a tradurre di tutto dal latino e dal greco, a collaborare con Oreste Lionello alla messa in scena delle Nuvole di Aristofane (in cui ha anche debuttato nelle vesti dell’Autore) e l’Eunuco di Terenzio. Dal 1970 si appassiona di meditazione trascendentale e diventa un grande del mondo yoga, sul quale scrive vari libri e tiene conferenze. La sua ricerca lo porta alla scoperta di

una saggezza che per Mario Scaffidi Abbate – questa è in sintesi la sua filosofia – nasce dalla scoperta che la vita è un gioco o un processo puramente dialettico, un espediente attraverso cui Dio esce, sia pure illusoriamente, da se stesso, collocandosi fuori da quella legge di necessità in cui si trova nella sua dimensione assoluta.

Le sue traduzioni dal greco e dal latino erano vere delizie.

Il prezzo della carta
Mentre ancora sono lì che mi rigiro pensando a dove mi porta la ricerca di una quarta di copertina, mi cade l'occhio sulla nota dell'editore:

Sebbene durante tutto il 1995 il costo della carta abbia subito continui rialzi, siamo riusciti finora a mantenere inalterato il prezzo di copertina dei nostri volumi. Tuttavia, al momento attuale, dopo i nuovi ulteriori aumenti, il costo risulta raddoppiato rispetto al primo semestre del ’94. Ci vediamo dunque nostro malgrado costretti a ritoccare il prezzo di copertina dei volumi di questa collana.

Ce ne scusiamo con i lettori, augurandoci che mantengano inalterata la stima che hanno sempre dimostrato verso il nostro lavoro, continuando ad accordarci la loro fiducia.

Per tutti gli anni Novanta, parallelamente alla crisi che faceva diminuire le copie dei giornali e contribuiva a tenere me e tanti altri nel precariato professionale più inamovibile che si possa immaginare, questi messaggi si accumulavano nelle pagine delle lettere al direttore degli albi a fumetti, dei settimanali, dei giornali. Gli anni Novanta, periodo terribile in cui avere vent'anni.

Henri Favre
E finalmente c'è lui. Il professore. Mentre l'autore del libro sugli Aztechi, Jacques Soustelle (opens new window) (1912-1990), era sia etnologo e scrittore che politico francese (fu prima pro e poi contro De Gaulle e soprattutto governatore dell'Algeria coloniale di cui era un grande fautore), il buon Henri Favre ha tutta un'altra storia. Nato nel 1937, un anno più vecchio di mio padre, mi pare di capire ancora vivente (almeno lui), è un sociologo, antropologo e saggista francese di quelli tutti accademici. Direttore di ricerca del CNRS, ovviamente centrato sull'America Latina, esperto di culture andine e maya, ha girato Messico e Perù, lavorando sul campo.

Il suo libro è molto meno letterario di quello sugli Aztechi. Più denso, con più mordente, un senso che ruota attorno a una conoscenza più stratificata forse ma sicuramente più ricca della cultura e della storia di un popolo che non ha mai superato l'arte e la tecnica dei suoi predecessori e delle nazioni conquistate, ma al tempo stesso ha dominato senza fermarsi mai, sino al momento che le sue profezie si sono realizzate e si è schiantato contro i colonizzatori bianchi di Pizarro.



Una o due?
Una o due? ~ Foto © Antonio Dini


Multimedia

Carpe Koi
Ok, una pausa di relax ce la metto. Se vi piacciono le carpe Koi, questo laghetto nel browser fa per voi (opens new window). Almeno, spero.

La fine della guerra
A quel che ho capito gli Inca erano particolarmente incazzosi. E non avevano il concetto di successione tradizionale come noi. Per loro chi andava al trono perdeva tutte le sue ricchezze e doveva espandere il regno per avere nuovi tesori da condividere con i suoi sostenitori e il popolo. Quando arrivava alla fine non indirizzava a un particolare individuo la via del trono, ma lasciava uno stato di guerra civile ritualizzata, che rappresentava simbolicamente anche il caos da cui ristabilire l'ordine. Chi ci riusciva, entrava in possesso del trono e al tempo stesso era il creatore del nuovo ordine, nonché l'uomo spogliato da ogni ricchezza e costretto a conquistarsi il suo regno.

I conquistadores spagnoli arrivarono in questo momento di debolezza sistemica e seppero approfittarne, mettendo i pretendenti l'uno contro l'altro, aiutandone uno con i cannoni, mentre il vaiolo faceva strage. Una storiaccia fatta di tradimenti che avrebbero potuto finire in tanti modi diversi.

Il futuro dietro le spalle
Ma la cosa che mi ha portato via, dopo un'estate passata a vedere cose in greco e in latino, è stata la lingua Quechua. Quella che per noi è una linea di prodotti Decathlon (ah, i francesi) e che per una decina di milioni di persone è una lingua viva. E che lingua.

Il Quechua è particolare: ci vado sopra per caso, nel libro si accenna solo al tipo di costrutti particolari, approfondisco ravanando sul web e nelle AI. I concetti chiave, nel senso delle bandierine che mi rimangono piantate a mo' di segnale nel cervello per me sono questi.

Intanto i primi due, più spettacolosi. Il Quechua ha tre modi diversi quando si parla di qualcosa, a seconda che la persona che ne parla lo sappia perché l'ha visto, lo sappia perché glielo hanno detto, lo sappia perché pare che sia così ma non ci sono prove dirette o indirette. E non sono avverbi o altri attributi esterni del verbo, parole messe attorno di cui si può fare a meno (come in italiano). No, è proprio un elemento grammaticale: si chiama "suffisso di evidenzialità" ed è necessario per esprimere il livello di confidenza nella conoscenza di qualcosa sennò la frase non torna come deve. È una enclitica frasale (qualcosa che si attacca) e si mette dove si vuole dare l'accento: "Maria ha mangiato il pane": su Maria (proprio lei ha mangiato il pane, l'ho vista io), su mangiare (l'ha proprio mangiato, l'ho vista io) sul pane (era proprio il pane, l'ho visto io). Che figata.

L'altro concetto è quello di passato e presente. Per noi da sempre il passato è dietro di noi mentre il futuro è davanti. Per i parlanti il Quechua è il contrario: il futuro è dietro, perché non sappiamo com'è e non possiamo vederlo, mentre il passato è davanti perché lo conosciamo bene e sostanzialmente ce l'abbiamo davanti agli occhi. La parola per passato è legata a "davanti" o "prima, mentre la parola per futuro vuol dire anche "dietro". Altra figata.

Poi, se si va a scavare un po' nei dettagli, la differenza più interessante è che il Quechua è una lingua peculiare. In Europa abbiamo tutti modellato la nostra mente sagomandola con delle lingue radicalmente diverse da quello che è successo sulle Ande.

La lingua Quechua (o Runasimi, ma non ditelo a quelli di Decathlon) presenta una struttura radicalmente diversa rispetto per esempio all'italiano e al latino. Mentre l'italiano è una lingua flessiva e analitica e il latino è una lingua flessiva e sintetica (ci sono i casi), il Quechua appartiene alla famiglia delle lingue agglutinanti. Tradotto: il latino esprime le funzioni logiche tramite le desinenze dei casi, ma una singola desinenza fonde insieme più informazioni (genere, numero, caso). L'italiano ha perso i casi latini e si affida a elementi esterni e separati, come le preposizioni.

Invece, nel Quechua ogni parola è composta da una radice invariabile a cui si incollano (agglutinano) diversi suffissi in sequenza rigida. Ogni suffisso ha un solo ed esclusivo significato. Wasi (casa) → wasi-y (la mia casa) → wasi-y-kuna (le mie case) e così via anche per una dozzina, venti "pezzetti" da attaccare. Una sola parola può quindi incorporare il significato di un'intera frase italiana.

Cosa vuol dire? Che le lingue sagomano le menti in modi differenti: noi cataloghiamo e isoliamo il contesto (analitici in italiano, flessivi in latino); loro connettono, stratificano e pretendono responsabilità etica su ciò che viene pronunciato (con l'evidenzialità).

Un piccolo piccolo popolo
La fascinazione di Favre passa un po' anche a me: il suo libro alla fine analizza con precisione la straordinaria espansione della tribù Inca. Spiega come un piccolo nucleo sia riuscito a fondare e organizzare, in circa due secoli, un impero immenso esteso su due milioni di chilometri quadrati prima dell'arrivo dei conquistadores spagnoli nel 1532.

Ci sono due elementi che si sovrappongono, anche qui. Il primo è che gli Inca non furono né il primo né il più grande né (direi) il migliore dei popoli che dominarono le Ande. Misero in piedi una macchina che si autoalimentava e probabilmente avevano iniziato a trasformarsi in un impero tradizionale, che avrebbe portato a una evoluzione culturale e tecnologica significativa (i segni c'erano, secondo Favre) se non fossero arrivati i tizi dalla Spagna. Peccato.

Prima di loro c'erano per dire i Chimú, il regno Chimor. I grandi favoriti sconfitti malamente per un gioco del destino cinico e baro, che avrebbero potuto sconfiggere i timidi Inca e realizzare tutto un altro retro-futuro. O la civiltà di Chavìn. Gli Stati di Tiahuanaco e Huari. Tutto assorbito.

Ma prima ancora, per capire la struttura politica e sociale delle civiltà andine è necessario analizzarne la visione cosmologica. L'organizzazione del territorio e la legittimazione del potere si fondavano sulla relazione sintagmatica tra geografia naturale e sacro.

L’ayllu era la base di tutto, il clan, l'orizzonte dei "nostri". Questa sua natura microscopica, con le caverne (le paqarina, cariche di huaca, l'energia spirituale) da cui escono i quattro fratelli Ayar e un numero indeterminato di sorelle che generano tutta la mitologia Inca e il concetto di circoscrizione che fa da base al loro sistema redistributivo che è poi la base della loro fortuna (assieme alla capacità militare e agli spietati spostamenti di etnie e popolazioni da un capo all'altro di un impero forse sottile ma di sicuro lunghissimo, dal Centro America fino all'Argentina settentrionale, correndo sulle vette di tutte le Ande peruviane e cilene) è solo una piccola parte della storia.


Tsundoku

La fotografia formato grande grande
Se Giulio Cesare ce lo ricordiamo per la sua fine "brutale" (anche tu), per la partita a dadi e per aver diviso tutta quanta la Gallia in tre parti, creando in realtà i presupposti dell'Impero romano che materialmente non riuscì mai a vedere, nelle Ande fecero di più e di meglio. Ci fu una millenaria alternanza tra periodi di frammentazione regionale e momenti di profonda integrazione culturale. Nella storiografia andina, questi ultimi vengono definiti "Orizzonti Culturali", parola affascinante. Furono grandi epoche in cui un'unica visione del mondo, stile artistico e impianto religioso riuscirono a unificare popoli e territori distanti migliaia di chilometri.

Ci fu l'Orizzonte Antico (circa 900 a.C. – 200 a.C.), dominato dalla cultura Chavín, pacifico, ricco, dominato da un'unica idea di religiosità. L'impero Chavín fu costruito tramite una straordinaria integrazione ideologica e religiosa che portò alla costruzione di un luogo di culto unico, meta di pellegrinaggi "internzionali" e una mitologia e iconografia unificatrice e condivisa. Secondo me nel neolotico a Malta, anzi a Cumino, accadde la stessa cosa, con riferimento al bacino mediterraneo.

Poi, ci fu il secondo momento di unità: L'Orizzonte Medio incarnato dall'asse di due grandi centri (Tiwanaku e Wari), periodo di sintesi pan-andina tra il 600 d.C. e il 1000 d.C., bellissimo. Tiwanaku: Situata vicino al Lago Titicaca, fu il centro spirituale che diffuse in tutte le alture andine il culto del Dio dei Bastoni, mentre Wari è considerato il vero prototipo dell'impero territoriale nelle Ande. I Wari svilupparono la prima grande rete viaria (che gli Inca avrebbero poi ampliato nel Qhapaq Ñan), l'uso dei quipu per la contabilità e il modello urbanistico dei centri amministrativi provinciali.

Il terzo furono gli Inca, che cominciarono due secoli prima di finire per mano degli spagnoli. E furono un regno teocratico e di ispirazione divina: l'Inca (Sapa Inca) era considerato il figlio diretto del Sole (Inti), combinando l'autorità politica assoluta con il ruolo di figura sacra. Gli Inca imposero il culto del Sole (Inti) come religione di Stato sopra tutti i popoli conquistati, pur tollerando e incorporando i santuari locali (huacas). Sradicarono e riallocarono intere popolazioni (mitmaqkuna) per prevenire ribellioni e colonizzare territori economicamente strategici. E si estesero per oltre 4.000 km lungo le Ande (dall'attuale Colombia al Cile e all'Argentina centrali), integrando coste, valli, vette e bordi della selva.

Costruirono il loro confine, lungo il quale si distesero sino a sfilacciarsi e rendersi penetrabili e fragili. L'impero crollò a causa dell'invasione spagnola nel 1532, favorita da una guerra civile interna di successione tra Huáscar e Atahualpa.

Il limes e il triumphus
Gli Inca, come molti altri popoli nel tempo, avevano costruito la loro idea di mondo e di potenza, ma anche di coesione, attorno a un concetto facile e micidiale: la guerra di frontiera costante. Un vettore che spinge verso le conquiste ulteriori, l'esterno, (a differenza di chi chiude per difendersi dalle conquiste). Per gli Inca era la ragione del nuovo imperatore-dio a spingere: non aveva il becco di un quattrino e doveva allargare il regno per costruire il tesoro da redistribuire, pena il collasso della sua autorità e dell'ordine sociale e politico.

Ma il concetto di guerra permanente alla frontiera (limes, frontiera mobile o marcia) risponde a un’esigenza strutturale comune a quasi tutte le grandi formazioni imperiali della storia: proiettare la violenza, l'instabilità e il dinamismo militare verso l'esterno per garantire coesione, controllo fiscale, legittimazione politica e pace sociale all'interno. I romani la chiamavano Pax Imperialis, e leggerla su un libro di trent'anni fa che parla di storie di seicento anni fa mentre gli Usa proprio oggi fanno così, fa tremare la sera, distesi nel proprio letto mentre si legge.

Gli Inca avevano una frontiera espansiva in continua avanzata verso la Selva Amazzonica (Anti) e i territori meridionali Mapuche. I Romani avevano un limes fluido trasformato in confine difensivo fittizio (Reno, Danubio, Vallo di Adriano). Il limes distoglieva le legioni dalla capitale (fino alle crisi del III secolo dopo Cristo) e unificava l'élite italica e provinciale nella visione della Humanitas contro i Barbari.

Secoli di conquiste non erano legate a manie di grandezza ma a ragionamenti molto pragmatici: l'estrazione economica del valore e l'apertura di una valvola di sfogo. Il limes permette l'acquisizione continua di risorse (schiavi, bottino, risorse naturali, tributi) per alimentare l'economia centrale senza sovra-tassare eccessivamente le popolazioni interne centrali. Tiene i militari lontani dal centro (si evitano i colpi di stato). Porta ai Trionfi (i triumphi), cioè terra ai veterani, gloria militare essenziale per il prestigio del Principe o del Senato.

Anche la Cina
Anche la Cina faceva così, per dire, anche se con un approccio diverso. E lo ha fatto per quasi due millenni. La sua frontiera settentrionale era cangiante (sintetizzata dalla Grande Muraglia) e serviva contro le popolazioni nomadi delle steppe. La Cina, vedo alcune settimane dopo mentre mi preparo per registrare con un ospite italo-cinese un podcast che probabilmente non andrà mai in onda, è divisa in due da un fiume: la parte meridionale, ricca e commerciante, è complicata e piena di fiumi e opere idrogeologiche. Si coltiva intensivamente il riso. La parte settentrionale è facilmente percorribile a cavallo, territorio di conquista e di scorrerie dei nomadi, sede del potere politico e militare (che si tengono assieme per difendere il regno di mezzo, infatti). Si coltivano il grano e altri cereali.

Il controllo del Nord lo fecero con una alternanza di campagne punitive, diplomazia tributaria e fortificazione difensiva per gestire i "barbari del nord" (Xiongnu, Mongoli, Jurchen). Il confine unificava l'élite burocratico-confuciana e la massa contadina sotto il "Mandato del Cielo", giustificando la tassazione per la difesa dell'ordine cosmico. A Sud intanto si commerciava e si sperava non arrivassero cattive notizie dal fronte del Nord.

A differenza di Roma o degli Inca, la Cina Han, Tang e Ming vedeva spesso la guerra alla frontiera in termini difensivi o di "addomesticamento" dei barbari. La frontiera delle steppe era il luogo in cui la civiltà confuciana (sedentaria e agricola) si scontra con l'ordine nomade. La guerra permanente, combinata con il sistema del tributo, serviva a legittimare l'imponente burocrazia statale e il prelievo fiscale sul contadinato Han. Guardare verso il confine esterno rafforzava l'idea che al di fuori dello Stato centro-orientale vi fosse solo il caos.

Medium-rear
Altrove, leggendo altre fonti, vedo che c'è un'altra gradatura per spiegare questo concetto: nel mondo sinocentrico, mi si dice, la frontiera non era un confine politico rigido o tracciato su una mappa, ma una gradazione di civilizzazione. Più ci si allontanava dalla capitale imperiale e dalla pianura centrale (abitata dall'etnia Han), più la popolazione s'allontanava dai rituali confuciani, diventando "barbara".

Infatti c'erano i Barbari "Cotti" e "Crudi". Gli imperiali distinguevano tra shengfan ("barbari crudi", assimilabili con difficoltà) e shufan ("barbari cotti", che avevano adottato la cultura Han). La frontiera era dunque il luogo di transizione e assimilazione culturale (la sinizzazione). Le popolazioni di frontiera e gli Stati limitrofi (Corea, Vietnam, regni nomadi) mantenevano l'autonomia a patto di riconoscere la superiorità dell'Imperatore inviando missioni tributarie. La pace si comprava con il prestigio e la diplomazia, non necessariamente con la conquista diretta.

Se la steppa settentrionale era mantenuta sicura dal Muro e le popolazioni nomadi respinte o, al massimo, assimilate (rese cinesi), il confine meridionale era il mare, considerato sicuro, fino a quando non lo è più stato. Quando nel XV secolo la flotta di Zheng He esplorò l'Oceano Indiano, non lo fece per fondare un impero coloniale d'oltremare, ma per mostrare la magnificenza dell'Imperatore. Successivamente, la Cina si ripiegò su se stessa, chiudendo i mari.

La percezione cinese della frontiera venne drammaticamente sconvolta nell'Ottocento con l'arrivo delle potenze europee via mare (Guerre dell'Oppio). È una ferita alla quale abbiamo contribuito in piccola parte, ma abbiamo contribuito, anche noi italiani.

Per la prima volta, la minaccia non arriva dai nomadi della steppa (facilmente assimilabili), ma da potenze marittime dotate di superiorità tecnologica che violavano i confini, impongono trattati ineguali e creano zone d'influenza al cuore della Cina (i porti e soprattutto Hong Kong). Questo trauma storico ha impresso nella memoria collettiva della leadership cinese un'ossessione permanente: la vulnerabilità della frontiera equivale alla disgregazione dello Stato e all'asservimento nazionale.

Ma devo rientrare: ormai sono lontanissimo dal libro, perso nella ricostruzione del senso della storia mondiale tramite il concetto di confine. È a questo punto che inciampo in un vero capolavoro: la frontiera. Non so come e non so dove perché, ricordo, non ho preso appunti. Però la mole di cose che ho letto mi rende impossibile dimenticarla, questa frontiera.

Go Big, Go West
L'America, intesa come Stati Uniti, è costruita sul concetto di Frontiera. Il Far West. La valvola di sfogo e contemporaneamente il modo con il quale quel Paese si è costruito: il crogiuolo dove gli europei immigrati diventavano realmente americani. Mi spiego meglio.

Dalla teoria della "Frontiera" di Frederick Jackson Turner (secondo cui l'espansione verso ovest ha modellato la democrazia americana) fino all'egemonia globale del XX e XXI secolo, gli Stati Uniti hanno costantemente ridefinito la propria frontiera. Con l'esaurimento della frontiera continentale alla fine del XIX secolo, gli USA hanno proiettato la propria frontiera all'esterno: prima nell'America Latina e nel Pacifico, poi a livello globale durante la Guerra Fredda e la "Guerra al Terrore".

Mentre la guerra di frontiera stabilizza l'impero nel breve e medio periodo, storicamente porta a due esiti fatali nel lungo periodo: Sovraestensione (Paul Kennedy la chiama "imperial overstretch" nel suo mitico Ascesa e declino delle grandi potenze (opens new window) del 1987) quando i costi finanziari e militari per presidiare confini sempre più lontani superano i benefici estrattivi; Barbarizzazione e contagio, quando le popolazioni di frontiera assimilano le tattiche, le tecnologie e le forme organizzative dell'impero, finendo per ribaltare la dinamica e invadere il centro.


Coffee break

Mostly Weekly è una newsletter libera e gratuita per tutti. Se volete supportare il tempo che passo a raccogliere e scrivere le notizie, potete fare una piccola donazione su PayPal (opens new window) in modalità amici e parenti (che detto così sembra quasi un "in alto le mani, questa è una rapina", però vabbè ci siamo capiti).


Money quote

Se una grande potenza dedica una quota eccessiva delle sue risorse al settore militare a scapito di quello produttivo, rischia nel lungo periodo di minare la propria forza economica, che è la vera fonte della sua potenza militare

– Paul Kennedy



Sempre!
Sempre! ~ Foto © Antonio Dini


Al-Khwarizmi

Botte da orbi
Gli imperi storici crollano uno dopo l'altro per questo: l'Impero Spagnolo sotto gli Asburgo (XVI - XVII Secolo), l'Impero Britannico (fine XIX Secolo - metà XX Secolo), l'Unione Sovietica (XX Secolo). Non se ne salva uno. Però gli USA no. Almeno, per adesso.

Però qualcosa di notevole l'hanno fatto. Loro, gli americani, hanno investito sulla cultura e hanno avuto autori capaci di reinventare l'America. Non solo i Padri Fondatori, per dire, che erano un gruppo di classicisti ed elitisti, mentalmente assediati dai fantasmi della repubblica e dell'impero romano.

No, no: c'è la "Tesi della Frontiera" (Frontier Thesis), presentata dallo storico americano Frederick Jackson Turner nel 1893 nel celebre saggio The Significance of the Frontier in American History (opens new window), testo breve ma fondamentale, che rappresenta una delle teorie interpretative più influenti (e dibattute) dell'intera storiografia degli Stati Uniti. La tesi di Turner ha ridefinito il modo in cui gli americani hanno compreso la propria identità, la propria democrazia e il proprio ruolo nel mondo. La ritrovo dopo una vita, ai tempi della mia università andava molto poco di moda. Adesso probabilmente di più. Nasce alla fine dell'Ottocento da un fatto di cronaca.

La tesi della Frontiera
Nel 1890, il Censimento ufficiale degli Stati Uniti dichiarò che non esisteva più una vera e propria "linea di frontiera" (ossia un confine netto oltre il quale la densità di popolazione fosse inferiore a due abitanti per miglio quadrato). L'Ovest continentale era stato completamente esplorato, suddiviso e integrato nell'Unione. Partendo da questo dato, il buon Turner formulò una domanda fondamentale: che cosa ha reso la società americana unica e diversa da quella europea? E si diede una risposta molto furba.

Nel suo mini-saggio (mentre lo cerco su Internet Archive penso che non è la lunghezza quello che conta) Turner spiega che l'Eccezionalismo Americano deriva dalla Natura, non dall'Europa. Cioè, fino a Turner, la storiografia dominante spiegava le istituzioni americane come un semplice trapianto di idee, leggi e culture europee (specialmente inglesi e germaniche). Turner ribalta questa visione: l'identità americana non è nata nelle aule parlamentari di Londra o nei salotti filosofici di Parigi, ma nell'impatto tra la civiltà e la wilderness (la natura selvaggia) del continente americano.

La Frontiera è la vera "fucìna" del "Carattere Nazionale" (il "carattere nazionale": un concetto con cui tutti popoli, piaccia o non piaccia, devono prima o poi fare i conti). L'esperienza della frontiera mobile (che per oltre due secoli si è spostata verso Ovest) ha agito come una costante scuola di adattamento. L'interazione con l'ambiente selvaggio ha sviluppato tratti psicologici e culturali specifici dell'americano tipico. Dentro, ci sono i segni caratteristici dell'individualismo e del pragmatismo, lo spirito di innovazione, quell'energia e quell'egualitarismo molto americani e decisamente unici.

Per Turner, la democrazia americana non era un concetto teorico astratto, ma il risultato diretto della disponibilità di terra libera. La possibilità di spostarsi continuamente verso Ovest offriva a chiunque un'occasione di riscatto economico e sociale, impedendo la formazione di una rigida struttura di classe come quella europea.

La frontiera ha funzionato per generazioni come una valvola di sicurezza sociale: quando le città dell'Est si sovrappopolavano, o quando si verificavano crisi economiche e tensioni sociali tra capitale e lavoro, le classi popolari potevano emigrare verso Ovest e ricominciare da capo in una terra ricca e abbondante, garantendo stabilità politica alle regioni centrali.



La coda lunga

Il grande spiegone
Tutto questo ha funzionato da strumento per la legittimazione ideologica dell'Espansionismo (il famoso Manifest Destiny). Ha trasformato la conquista dell'Ovest da una storia di appropriazione di terre (e massacro di intere etnie, tra nativi e schiavi importati dall'Africa e dalla Cina) a una grande e nobile saga di emancipazione democratica e progresso umano.

La politica e la cultura statunitense a cercare costantemente nuove frontiere simboliche e strategiche. C'è l'Imperialismo d'Oltremare (fine '800), cioè la proiezione di potenza verso Cuba, le Filippine e l'Oceano Pacifico.

Segue la "Nuova Frontiera" di J.F. Kennedy (1960): vale a dire il programma politico basato sulla corsa allo spazio, i diritti civili e l'innovazione scientifica.

C'è, ancora, la Frontiera Tecnologica e Globale, con il concetto di "frontiera" traslato prima nella conquista dello spazio, poi nella Silicon Valley e nel dominio di Internet.

Tutto questo per tornare alla "teoria dei comitati" che Alberto Spreafico spiegava con grande semplicità quarant'anni fa alla Cesare Alfieri: le organizzazioni sono interessate quasi esclusivamente alla propria sopravvivenza: dai piccoli gruppi alle entità statuali. Fanno di tutto, soprattutto dicono di tutto, ma la loro vera missione è questa: sopravvivere a se stesse.

Con l'America di oggi direi che il discorso torna perfettamente. L'AI rappresenta la frontiera contemporanea per eccellenza. L'investimento e il predominio sui modelli di linguaggio avanzati, sull'infrastruttura di calcolo (le GPU) e sui chip di ultima generazione rispondono a una duplice esigenza.

Dal punto di vista interno queste cose servono a generare nuovi guadagni di produttività per compensare la crisi della classe media e le spaccature socio-politiche. Dal punto di vista esterno (la Nuova Guerra Fredda) servono a contenere l'ascesa tecnologica della Cina, trasformando il controllo della tecnologia e degli algoritmi nella nuova linea di demarcazione tra l'ordine liberale a guida americana e i modelli autoritari.

Il modello americano dimostra una costante storica: la stabilità delle istituzioni interne e la coesione sociale dipendono dalla capacità di identificare, finanziare e conquistare una nuova frontiera. Se la frontiera si chiude, l'energia della società americana rischia di volgersi verso l'interno, scatenando polarizzazione, guerra culturale e paralisi politica.

L'attuale contesa globale su semiconduttori, intelligenza artificiale, spazio commerciale e risorse energetiche pulite dimostra come gli Stati Uniti continuino ad applicare la lezione di Turner: spostare i confini del possibile per non dover ridistribuire o contrarre quanto già si possiede all'interno.

Oggi, viene fuori da questo ragionamento partito da una infantile e inattuale fascinazione per i popoli mesoamericani, la frontiera geopolitica non è più segnata da fiumi o montagne, ma dalla dimensione dei nanometri sui wafer di silicio e dalla potenza di calcolo dei datacenter. Il controllo di questo confine invisibile definirà l'egemone del XXI secolo.

PS
Come dicevo all'inizio, non ho scritto il giorno esatto in cui ho terminato il libro sugli Inca di Henri Favre né ho tenuto traccia di altre divagazioni e cortocircuiti. Penso che questi, inclusa la lunga fuga finale, bastino. Sono una sintesi fatta di corsa, a memoria, rubando qua e là su Internet, ritirando fuori altre cose molto vecchie. Insomma, c'è di tutto, come penso si veda facilmente.

Per chi ha saltato a pie' pari tutto il numero, domenica prossima si torna alla normalità. Per gli altri, spero che abbiate trovato quel minimo di senso che a me non è chiaro. Ora vado sulla Luna a cercare il mio senno, mi dicono che sia tra quello di Orlando e quello di Paperin Furioso. Solo che il mio è proprio disperso, come una qualunque valigia in aeroporto.


three-stars


Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano

– G.K. Chesterton


END



Ti è piaciuta? Inoltrala a chi potrebbe essere interessato
Se l'hai ricevuta, puoi iscriverti qui
L'archivio dei numeri passati invece è qui
Se vuoi contribuire al futuro di Mostly Weekly, puoi fare una piccola donazione usando PayPal (opens new window) modalità Amici
Buona domenica!