[Mostly Weekly ~397]

Ma chi ce lo fa fare?


A cura di Antonio Dini
Numero 397 ~ 11 ottobre 2026

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Eccoci! Grazie per aver aperto questa mail! Mostly Weekly è quella newsletter settimanale nota a pochi ma da questi molto amata che esce quando è pronta, realizzata a mano, piena di refusi ma priva di algoritmi (almeno quello).

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Intanto, buona lettura.



Manine
Manine ~ Foto © Antonio Dini


La tecnologia dà, la tecnologia toglie, e non sempre in egual misura
– Neil Postman




Editoriale

Perché intestardirsi tanto?
Dopotutto, mica dobbiamo scrivere per forza, no?

Nel precedente numero (opens new window) di Mostly Weekly avevo scritto che ho tolto il pezzetto "senza AI" dall'esergo jazz della newsletter non perché adesso la scrivo con l'AI (magari! Sai quanto tempo libero avrei?) ma perché si parla talmente tanto di AI che alla fine è ridicolo dire che non c'è AI dentro. È pieno!

Poi in settimana mi avete scritto, ho bazzicato un po' dei miei gruppi, canali e newsletter dove per coincidenza o per l'effetto della donna incinta (l'illusione della frequenza di Baader-Meinhof, cioè una forma di attenzione selettiva e relativo bias di conferma) non ho trovato altro se non gente che parla della scrittura con o senza l'AI. Sembra di essere tornati ai vecchi tempi del cd vs vinile! Fantastico.

Mi ricordo ancora le pizzate del venerdì con un gruppo di appassionati di cose elettroniche in cui discutevo per ore con un tecnico audio Rai andato in pensione e parzialmente sordo sulla qualità di questo o quel supporto audio. Altri tempi. (La mia posizione? Ho la casa piena di libri e di cd, fate voi). Scusate la digressione.

Comunque, Debora segnala il paper Distant Writing: Literary Production in the Age of Artificial Intelligence (opens new window) di Luciano Floridi (che palesemente pratica quel che descrive) e poi il suo Encounters with AI (il libro) che uscirà all'inizio del 2027. Ma c'è anche Francesco D'Isa, il filosofo-videoartista fiorentino che da tempo sostiene e pratica (opens new window) il distant writing (anche se non sapeva che si chiama così) in tutte le sue forme, mentre padre Paolo Benanti (opens new window) sembra il mulino di Amleto e produce (opens new window), produce (opens new window), produce (opens new window) senza requie e senza fine (e nelle pagine del Sole 24 Ore non è il solo, direi).

Certo, adesso con il vincolo dell'AI Act europeo alcuni di questi esercizi in distant writing verranno resi pubblici da una filigrana e un decoder (per ora segreto) sia di Claude (opens new window) che di ChatGPT (opens new window), nonostante Stefano Quintarelli (opens new window) (che per scrivere il suo nuovo libro anti-AI (opens new window) ha esplicitato invece il ricorso a un ghostwriter di professione, Emil Abirascid (opens new window), il nostro J. R. Moehringer (opens new window) della tecnologia), ritenga che invece la filigrana serva a poco (opens new window).

Il tema è aperto perché rimuovere la frizione della scrittura (la difficoltà) e i filtri (dei filtri ne parlo in fondo, nella Coda lunga) porta a una invasione di contenuti inutili mediamente confezionati, che stancano. Scrivono tutti, anche se non hanno niente da dire (soprattutto se non hanno niente da dire e, per aver letto le proposte di libri di attempati uomini d'affari) mentre, come osserva giustamente LordMax: "Se non vuoi scrivere, non farlo, non te lo ha ordinato il medico, fai altro, ci sono infinite professioni anche più remunerative della scrittura, perché devi intestardirti tanto?". Bella domanda.




Importante

La manina invisibile
Perché dopotutto gli agenti intelligenti sono il nostro futuro, cosa potrebbe andare storto?

La Wikimedia Foundation ha dichiarato di aver individuato sui propri siti attività di agenti AI "fuori controllo" che ritiene gestiti da OpenAI. Secondo la fondazione, gli agenti hanno fatto milioni di richieste alle API pubbliche e scansionato milioni di pagine, soprattutto su Wikidata e Wikimedia Commons, con centinaia di migliaia di query al Wikidata Query Service: un traffico che "potrebbe aver contribuito" al disservizio parziale di maggio. Hanno anche modificato i wiki senza l'approvazione della comunità, quasi sempre in aree di prova che i lettori non vedono, ma in alcuni casi toccando la configurazione di uno strumento per le citazioni, usato secondo Wikimedia come proxy per recuperare dati da altri servizi. Un tentativo analogo contro Etherpad, il blocco appunti pubblico della fondazione, è fallito. Nessuna prova di sistemi o dati compromessi.

È una cosa vietata? Non necessariamente. Il punto è che i contenuti di Wikipedia sono liberi per scelta, con licenze scritte apposta per essere riusate, anche per addestrare modelli: nessuno di Wikimedia contesta il fatto che si prenda. Invece, viene contestato il modo, cioè un traffico anonimo, non identificabile, che chi mantiene il sito deve pagare in banda e in ore di volontari. La richiesta della fondazione è minima: che questi sistemi si lascino riconoscere, così che un'organizzazione senza scopo di lucro possa decidere come trattarli. Si aggiunge al caso Hugging Face, dopo il quale ad agosto OpenAI aveva sospeso per due settimane l'addestramento. Fra gli episodi già segnalati dai ricercatori c'è quello di una wiki tedesca per sviluppatori, ormai inattiva, che gli agenti hanno usato per scambiarsi migliaia di messaggi.

Where in the World is Carmen Lutezia?
Un muro bruciato sotto l'ospedale di Parigi potrebbe decidere dove stava davvero Lutezia

Voi direte: e a noi che ce frega? Be', a noi niente. Ma in Francia è una notizia. Cosa? Comincio dal principio. Durante gli scavi sotto l'Hôtel-Dieu, sull'Île de la Cité, a due passi da Notre-Dame, è riemerso un tratto di muro lungo una ventina di metri, fatto di pietra e legno e databile al periodo gallo-romano. Sarebbe un pezzo delle fortificazioni di Lutezia, la città dei Parisi, la tribù gallica che viveva sulla Senna originariamente prima che arrivassero i Romani.

Il muro porta tracce di fuoco, e il carbonio 14 lo colloca tra il 200 e il 10 avanti Cristo, un intervallo che comprende il 52, l'anno della battaglia di Lutezia. E qui sta la notizia immane, se siete parigini. Infatti, Giulio Cesare nel settimo libro del De bello Gallico racconta che i Galli diedero fuoco alla propria città prima dello scontro. Finora non si era capito quale fosse la città lungo la Senna a cui si era dato fuoco. Questa è la prima traccia concreta che fa pensare che fosse proprio Parigi. Al punto che il ministero della Cultura parla di una svolta importante, anche se la ministra Catherine Pégard invita alla prudenza: funzione e cronologia vanno ancora verificate.

Il punto del racconto che sfugge alla sensibilità dell'italiano medio è che quel racconto di Cesare è tutto qui: c'è una sola frase che colloca la città dei Parisi su un'isola della Senna. Però su una descrizione così vaga ci si sono costruite sopra teorie per generazioni. Un esempio?

L'articolo che ho letto in inglese (opens new window) (uno dei tanti, qui il comunicato del ministero della Cultura (opens new window)) la liquida in una riga: dopotutto l'Île de la Cité è sempre stata considerata il centro di Lutezia. Ma una teoria rivale, sostenuta da alcune ricerche archeologiche, colloca la città incendiata da Giulio Cesare a Nanterre, nella periferia a ovest.

Non sappiamo altro, Cesare non dice altro, ma lì dentro c'è una questione di campanilismo (e il campanile più famoso di Francia sta proprio sull'isola) che tocca la capitale e chi le sta attorno: chi può dire di essere la città che i Romani trovarono già lì, e chi invece è arrivato dopo. L'originale e la copia.

Il paradosso è bello, perché la prova dell'identità di Parigi sarebbe il segno di un incendio appiccato dai suoi stessi abitanti, per non lasciare nulla al nemico. L'isola, poi, diventò il centro dell'insediamento romano, quindi comunque vada la datazione, la storia successiva è dalla parte di Parigi. Ma finché gli archeologi non avranno finito di verificare, Nanterre si attacca disperatamente alla sua teoria. E per tenere vivo il campanilismo non è poco.



La fermata
La fermata ~ Foto © Antonio Dini

Italiana

Mi ricordo di te, Gopher
Un vecchio classico da boomer

Quando ho iniziato a usare internet andavo all'università: sarà stato il 1992 e un terminale della biblioteca dell'università, un PC, aveva il collegamento ed era a disposizione degli studenti. Il mio strumento preferito per curiosare in rete si chiamava Gopher. Ora mi spiego meglio.

Premessa: nel numero 181 (opens new window) di Mostly Weekly (era l'agosto del 2022, mamma mia!) a metà di una segnalazione sul client Gophie (opens new window) mi era scappata una domanda: ve lo ricordate, il vecchio protocollo? Poi me ne ero dimenticato io per primo.

Gopher inteso come protocollo nasce all'università del Minnesota nei primi anni Novanta, e il nome è un doppio gioco di parole tra la mascotte dell'ateneo, il roditore che scava gallerie, e l'inglese go for, cioè quello che va a prendere le cose.

L'idea è la più semplice che si possa avere per mettere ordine nell'informazione: un menu. Si apriva un programma a caratteri, ci si muoveva con le frecce, si premeva Invio per entrare in una voce, e a destra di ciascuna un segno diceva che cosa c'era dietro: una barra voleva dire un altro menu, un punto un file di testo, un punto interrogativo tra parentesi angolari un servizio di ricerca. Niente colori, niente immagini nella pagina, niente collegamenti dentro il testo. Un albero, in cui si scende e si risale premendo la lettera u.

Il bello è come lo racconta il manuale Internet '97 (opens new window), che Liber Liber ha messo online, con la serenità di chi spiega un elettrodomestico, comando per comando (opens new window). Si scopre che a ogni cosa corrispondeva un programma, e che Gopher faceva soprattutto da portinaio: un file binario veniva scaricato sul disco come da un server FTP, una voce telnet apriva una sessione sul computer remoto, e se il menu portava al catalogo di una biblioteca, scrive il manuale, "il gopher ci ha solo accompagnato fino alla porta". Poi si entrava nell'ufficio di qualcun altro, con le regole di qualcun altro.

Perfino i segnalibri, che ci sembrano nati con il web, li avevano già i client Gopher: la lettera a per aggiungere una voce, la v per rivedere la lista. E quando Netscape ed Explorer impararono ad aprire anche i menu Gopher, il manuale avverte che il browser deve adattarsi alla struttura del server, e che i documenti che arrivano così non potranno sfruttare l'ipertesto.

Il punto che mi interessava è questo. Internet era un insieme di protocolli, ognuno con la sua applicazione: ci voleva un po' ma poi uno si orientava per tutta la vita. Era come imparare a navigare senza mappe o GPS.

Invece, il browser è stato una specie di buco nero: ha tirato dentro mail, news, FTP, Gopher, tutto nella stessa finestra, e quello che non ci entrava ha dovuto adattarsi o sparire. Tipo Google Maps sul telefonino.

Poi il pendolo è tornato indietro, con le app, una per ogni servizio, e sotto le app le API esposte, i canali con cui i programmi si parlano senza passare dalla pagina. Però, se non avete imparato a girare la rete senza GPS, vi perdete facile.

Adesso poi che c'è l'AI, riecco di nuovo il buco nero: una sola finestra in cui scriviamo e basta. Ma con una differenza: l'AI apre le porte e usa le API per conto nostro, e a noi arriva il risultato. Un programma che va a prendere le cose. Go for, appunto.


Multimedia

Visti e non più visti
La memoria del futuro

Kohei Okita cercava materiale sul cinema delle origini legato alla parola "anarchia" e in un negozio di antiquariato ha comprato un lotto di vecchie bobine. Dentro c'era (opens new window) una copia di Van-ar-chy (opens new window), una commedia muta del 1919 con il performer di vaudeville Billy B. Van, girata per le strade di Newport, in New Hampshire, con gli abitanti del posto a fare le comparse. Si dava per perduta (opens new window), come gran parte dei film muti americani (opens new window): secondo uno studio del 2013 commissionato dalla Library of Congress, solo il 14% dei lungometraggi realizzati tra il 1912 e il 1929 esiste ancora nel formato originale in 35mm.

Chi ha fatto il liceo classico conosce già questa storia. Eschilo scrisse decine di tragedie ma ce ne restano sette; Sofocle ne scrisse più di cento ma ne restano sette anche per lui; invece, di Lìvio abbiamo trentacinque libri su centoquarantadue. Il Dýskolos di Menandro è tornato fuori da un papiro a metà Novecento, dopo che per secoli ne era sopravvissuto solo qualche frammento.

C'è una morale, ed è che non c'è una morale. Quando le opere sopravvivono non è perché sono le più belle, le migliori, le più "buone". Invece, è solo un terno al lotto: ha vinto la lotteria del tempo chi aveva un copista paziente, un monastero distratto, la sabbia più asciutta. Con la pellicola è andata uguale, solo che a bruciare era il supporto stesso, e quando non bruciava lo scioglievano per recuperare l'argento.

L'ho già scritto in passato, ma questo è il motivo per cui il canone ci inganna: lo scambiamo per una classifica dei top 100 e invece è un elenco di sopravvissuti, totalmente a caso. Come in guerra, che si moriva così, senza un vero perché.

Quello che manca all'appello dell'antichità non è stato giudicato e scartato, è semplicemente sparito, e non sapremo mai se valesse più o meno di quel che ci è rimasto. Gli archivi digitali di oggi (opens new window), con i loro formati che invecchiano in dieci anni e i server che qualcuno deve continuare a pagare, non promettono un destino diverso.

Intanto il primo di novembre Van-ar-chy sarà proiettato al Newport Opera House, nella stessa cittadina in cui fu girato, e qualche famiglia del posto potrebbe riconoscere un bisnonno tra i figuranti immortalati per la strada.


Tsundoku

Mr. Wilcock, I suppose
Alieni

Secondo me su Juan Rodolfo Wilcock pesa un paradosso: ha vissuto più di vent'anni tra Roma e Lubriano, ha scritto in italiano fino alla fine ma nei nostri manuali scolastici non compare. L'ho scoperto per caso e ho letto Il libro dei mostri (opens new window), che mi è piaciuto tantissimo e che è veramente difficile da spiegare perché è uno di quei libri scritti per il piacere della lettura. Uno di quelli che si tiene assieme come la traccia fantasmatica della carta velina con cui si avvolgevano le arance quando ero bambino, una volta che per diletto l'avevate bruciata. Un tale miracolo intellettuale ma di gusto, non di cultura erudita, che rende l'assenza dal nostro canone ancora più difficile da spiegare. Roberto Bolaño disse della Sinagoga degli iconoclasti (opens new window) che gli aveva restituito l'allegria, come riescono a fare solo i capolavori dello humour nero, e la indicò come ispirazione per La literatura nazi en América (opens new window).

Wilcock è nato a Buenos Aires nel 1919 da madre argentina e padre inglese, con nonni italiani, scozzesi e franco-svizzeri, e da bambino parlava cinque lingue. Frequentava Borges, Bioy Casares e Silvina Ocampo, ha scritto su «Sur», ha pubblicato poesie in spagnolo. Insofferente al peronismo, ha avvertito l'amico Hector Bianciotti che a restare si era perduti, e se ne è andato: prima Londra, poi Roma, dove si stabilì nel 1957. L'esilio divenne anche linguistico, e Il caos (opens new window), il primo libro in italiano, uscì da Bompiani nel 1960, tre anni dopo il trasferimento.

Qui c'è il vero miracolo e la vera unicità di Wilcock, cioè la cosa che mi stupisce. Non tanto la migrazione (dopotutto Julio Cortázar ha passato metà della sua vita in Francia) quanto la destinazione e l'opportunità come italiano di gustarmi questa unicità. Infatti, il bagaglio ispanoamericano di fantastico, paradosso, orrore e satira di Wilcock è stato puntato contro l'Italia del boom, e ne I due allegri indiani (opens new window) la caricatura arriva alla trasfigurazione parodica. Wilcock sta sempre a metà, tra Buenos Aires e Roma, tra fantastico e critica sociale, tra integrazione e solitudine: una cosa unica, dal nostro punto di vista. E anche il motivo per cui il canone letterario nostrano non ha mai saputo dove metterlo. In vita ebbe l'amicizia di Elsa Morante e l'apprezzamento di molti scrittori italiani, che però non bastarono. Per fortuna Adelphi è specializzata in questo tipo di operazioni e sta ripubblicando le sue opere, una dopo l'altra.


Coffee break

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Money quote

Ora vado a occuparmi dei funerali della zia, a quest’ora probabilmente in preda all’Acheronte. Lasciate perdere l’avvelenamento, non sono storie da raccontarsi al personale di servizio. Per una secolare consuetudine araldica privativa del nostro casato, io, suo nipote, eredito il titolo di contessa. Anche mio nonno era contessa; peraltro mio cugino è damigella palatina, e una zia di papà era Gran Maniscalco del Re.

– Juan Rodolfo Wilcock, I due allegri indiani


Al-Khwarizmi

Rivenditori cinesi di token americani
Cronache dallo Stanomondo

Quante gioie surreali che ci dà la tecnologia. Anche se bisogna andare sino a un edificio di uffici nel distretto di Haidian, a Pechino. Là ci sono sei inquilini, su una trentina in totale, che fanno tutti lo stesso mestiere: vendono ai clienti cinesi l'accesso a Claude e agli altri modelli americani, che in Cina ufficialmente non si possono comprare.

Lo racconta un'inchiesta di The Information (opens new window) (archivio (opens new window)), secondo la quale uno di loro stima che in tutto il Paese ce ne siano migliaia, forse decine di migliaia, di questi rivenditori da mercato grigio. Infatti, nel loro modo di lavorare non c'è niente di clandestino: le offerte circolano sui social cinesi, su GitHub c'è una pagina che classifica i servizi per prezzo, le trattative si chiudono su Telegram (che in Cina è bloccato) e poi si paga il tutto in stablecoin.

Il meccanismo è meno losco di come lo ha descritto Anthropic. Più che account rubati, ci sono indirizzi email e identità accumulati ai tempi delle criptovalute o dell'e-commerce, abbonamenti da 200 dollari al mese pagati con carte ricaricate in USDT, e un server fuori dalla Cina che mette in comune tutti gli account e fa da intermediario con i clienti.

Anthropic blocca le carte in massa nel giro di una notte e ha cominciato a chiedere un documento d'identità al login; i laboratori rispondono aprendo società di comodo in Paesi dove Anthropic vende regolarmente, e a volte startup straniere, clienti del tutto legittimi, rivendono i token avanzati dei loro piani aziendali. Per i piccoli sviluppatori che comprano dall'intermediario c'è un rischio in più: il rivenditore vede tutto quello che passa, e secondo alcuni suoi colleghi i più spregiudicati rivendono quei dati a chi sviluppa modelli.

Il movimento del mercato grigio dei token a cosa serve? Non è per avere l'accesso "fico" all'ultima novità occidentale. No-no. Sullo sfondo c'è la distillazione, cioè la pratica di addestrare un modello sulle risposte di un altro, pratica normale tra i propri modelli e vietata su quelli altrui.

Washington considera quest'area il cuore oscuro dello sviluppo cinese; gli investitori sentiti dall'inchiesta giornalistica dicono che in effetti fare così aiuta ma non spiega tutto, e c'è chi paragona questa rivendita clandestina al doping. Cioè si "drogano" i modelli cinesi, distillando la conoscenza di quelli americani, per farli andare più veloce.

Un rivenditore di Shanghai fa un conto molto più terra terra: lui ha clienti che consumano ogni mese 10 milioni di dollari di abbonamenti Claude Code Max, circa 120 milioni l'anno, e spera che Anthropic non lo cancelli del tutto, perché perderebbe una voce di ricavo tutt'altro che piccola del suo business tutt'altro che piccolo.


Una birretta
Una birretta ~ Foto © Antonio Dini

La coda lunga

De filtribus
Come si sceglie cosa leggere?

Siamo arrivati alla fine e devo mantenere la promessa che avevo fatto nella premessa, se mi perdonate l'allitterazione. Il tema sono i filtri. E sono un gran temone: da anni il dibattito pubblico statunitense sull'intelligenza artificiale ha attraversato una profonda trasformazione concettuale.

Se la prima fase dell'entusiasmo (e del panico) mediatico si è concentrata quasi esclusivamente sulle capacità generative dei modelli linguistici di grande dimensione (gli arcinoti LLM) e dei generatori multimodali, misurandone la capacità di scrivere saggi, comporre musica, produrre immagini o automatizzare mansioni lavorative, la discussione analitica più recente si è spostata su un nodo strutturale più complesso: la crisi dei filtri culturali.

Di cosa diavolo sto parlando? Rullo di tamburi! Detto in altre parole: il problema centrale dell'era dell'intelligenza artificiale non è la produzione di contenuti, ma la selezione, la validazione e la curatela degli stessi. In una parola, il gatekeeping.

Spiegone un po' lungo, ma così ci allineiamo. Per più di un secolo la cultura ha avuto quello che oggi ci pare un sanissimo problema di accesso. Stampare un libro, incidere un disco, girare un film, pubblicare un giornale costava capitale, logistica e gente al lavoro, quindi qualcuno doveva decidere che cosa meritasse il rischio: editori, direttori di rivista, case discografiche, comitati scientifici.

Con il web il giudizio ha cambiato posto, passando da prima a dopo la pubblicazione, e l'hanno ereditato gli algoritmi, che misurano click, tempo di permanenza, condivisioni. La validazione è diventato l'engagement e quindi una pratica brutta e cattiva di conflitti e scontri.

L'AI generativa ha tolto l'ultimo attrito, perché porta a zero anche il costo di fabbricare il contenuto. E con l'attrito se n'è andato un filtro che nessuno aveva mai esplicitato perché sembrava connaturato all'idea stessa di produzione, cioè la fatica: scrivere mille parole di recensione è stato un segnale, se non di qualità almeno di intenzione. Adesso non segnala più niente.

Il risultato ha il suo nome che abbiamo imparato tutti, slop, la poltiglia sintetica fatta di testi coerenti in superficie e vuoti dentro (lo stesso concetto vale ovviamente per le illustrazioni, le locandine degli eventi e mille altre manifestazioni).

Già nel 2023 la rivista di fantascienza Clarkesworld ha chiuso le proposte di racconti perché sommersa da testi scritti con ChatGPT (è l'esempio più antico che ho trovato, ma ce ne saranno anche altri), e la revisione tra pari nelle università arranca fra articoli e perfino referaggi prodotti dai modelli.

Gli algoritmi di raccomandazione stanno peggio, perché sono stati pensati per un mondo in cui i contenuti erano pochi e umani e le reazioni sincere, quasi ingenue (anche se non c'è niente di ingenuo nell'ambizione di chi scrive qualcosa, soprattutto se non ha un interesse economico per farlo: spesso sono i peggiori).

Oggi premiano metriche che i bot simulano benissimo, e si chiude un circuito elettrico in cui l'AI scrive per piacere all'algoritmo e l'algoritmo premia l'AI. Nel frattempo i modelli addestrati su un web già pieno di testi sintetici tendono a scivolare verso la media di sé stessi, quello che gli espertoni di AI chiamano model collapse. Espertoni, tra parentesi, che sono in realtà la seconda vita di matematici e statistici, finalmente diventati predatori apex nella catena alimentare informatica, finora dominata dai programmatori.

Le contromosse contro lo slop sono già in circolazione, e non sono soltanto tecnologiche. La curatela umana torna a essere un prodotto per cui si paga: alcune newsletter (ciao!) chiedono un riconoscimento economico, le comunità chiuse dove qualcuno si prende la responsabilità di dire che cosa vale e cosa no. Ci sono i sistemi di provenienza come C2PA, con metadati crittografici che vorrebbero certificare chi ha prodotto che cosa (parenti stretti delle filigrane di cui sopra), e ci sono i giardini recintati, archivi e piattaforme dove il contenuto non sintetico viene custodito e venduto come un bene di lusso.

La risorsa scarsa, a questo punto, non è più il contenuto ma l'attenzione. Chi la protegge scegliendo e scartando fa un lavoro che per ora nessuno sa delegare bene. È il paradiso dei curatori. Compresi quelli che passano il tempo a scansionare vecchie riviste per rimettere in circolo e preservare i contenuti di una volta (considerati buoni perché vecchi, come il vino).

Forse è anche una risposta, parziale, a LordMax, su al principio: scrivere è diventato facile, scegliere che cosa vale la pena leggere no.


three-stars


Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano

– G.K. Chesterton


END



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