[Mostly Weekly ~396]
Il viandante e la sua ombra
A cura di Antonio Dini
Numero 396 ~ 4 ottobre 2026
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Intanto, buona lettura.

(278) Premesse dell'era delle macchine — La stampa, la macchina, la ferrovia, il telegrafo sono premesse la cui conclusione millenaria nessuno ha ancora osato trarre
— Friedrich Nietzsche
Editoriale
Eccheppalle, l'AI
Se avete notato (se non l'avete notato ve lo sto dicendo io) ho tolto il "privo di AI" dall'esergo jazz rituale (nel senso che lo metto sempre al principio ma lo cambio un po' a sentimento) di Mostly Weekly. Non perché abbia cominciato a scrivere con l'AI. Invece, perché si parla talmente tanto di AI che sembra ridicolo dire che qui non c'è. (Vi piace il mio tentativo di simulare la scrittura di ChatGPT? "Non è X, è Y". È meno facile farlo bene di quel che sembri. Kudos a chi li trova tutti, volontari e involontari).
Comunque, il punto è che mi ero svegliato con l'idea: dopo quello sperimentale della settimana scorsa (al quale sto aggiungendo limature e modifiche nella versione permanente online (opens new window), perché non avevo fatto in tempo e mi ero scordato di scrivere un sacco di roba che mi è tornata in mente dopo, rileggendo), adesso faccio un bel numero tutto giocato su notizie e considerazioni senza AI. Bello, vero? Peccato che poi, alla fine, parlo praticamente solo di AI, AI, AI. Non ne posso più, ma non so come si fa.
Non mi era mai capitato, tra l'altro, in trent'anni di onorata carriera, di trovare un tema così soverchiante e monopolizzante lo spazio cognitivo: neanche scrivendo di 11 settembre, di guerra al terrorismo, di Cina, di Brasile e Argentina, di Apple, di iPhone, di Cloud Computing. Posso dirlo? Eccheppalle.
Però altro non avevo, questo passa il convento.
Importante
L'agente carino
Quindi, cominciamo. Meta ha annunciato Muse Gadgets (opens new window), e secondo Engadget si tratta di un firmware open source per il microcontrollore ESP32 più un SDK per Linux, pensati per portare Muse su hardware di terzi, a partire da un Raspberry Pi 5. Notizia un po' nerd, da sezione tecnologica più sotto, lo ammetto. Ma la mossa si capisce meglio accanto a quella di una decina di giorni fa, quando a Connect Zuckerberg ha mostrato Muse Charm (opens new window), il dispositivo a forma di portachiavi che arriverà a dicembre negli Usa e altrove ma forse non qui da noi, a quel che ho capito.
Comunque, da una parte l'oggetto di Meta, dall'altra la porta aperta per chiunque voglia costruirsi il proprio. "Open". L'unico modo per restare competitivi tra i due giganti che schiacciano, cioè Anthropic e OpenAI.
Muse vorrebbe essere uno strato che si può appoggiare su qualunque scheda per smanettoni da (relativamente) pochi euro fino agli RPi 5 che un po' costicchiano (opens new window), non un prodotto legato a un telefono o a un paio di occhiali. Resta da capire quanto di Muse giri davvero sul dispositivo e quanto continui a stare nella macchina virtuale in cloud che Meta assegna a ogni utente, perché da questo dipende che cosa significhi, in concreto, portarlo sul proprio hardware.
Sul fronte dei soldi, MBI Deep Dives sostiene che Meta potrebbe non aver mai bisogno della pubblicità per fare di Muse un affare: prima si costruisce la fiducia, poi, più avanti, si incassano commissioni sulle transazioni dei commercianti. È la strada che Zuckerberg ha indicato a Connect, con una piccola commissione sugli acquisti completati tramite Muse (opens new window), mentre Meta dichiara che le conversazioni con l'agente non finiscono nei sistemi pubblicitari (anche se, ha precisato, gli acquisti potrebbero influenzare "indirettamente" gli annunci che si vedono, come nota Engadget (opens new window)). I conti sono però meno scontati: gli analisti di MoffettNathanson, riportati da Business Insider (opens new window), calcolano che i pagamenti realmente delegabili a un agente siano pochi, e che servirebbe una base di utenti enorme perché le commissioni pesino davvero, tanto da far pensare a Muse come a un futuro spazio pubblicitario. Sul tavolo, intanto, c'è anche il fatto che i commercianti devono lasciar entrare l'agente nei loro negozi, e Amazon l'ha già bloccato (opens new window).
Insomma, a me pare il cambiamento più importante di questa fase, non foss'altro perché Meta tocca direttamente 3,6 miliardi di persone, tra Facebook, Instagram, WhatsApp e Messenger.
Italiana
Perché i colossi dell’AI distruggono i libri?
Scusate l'immodestia. Su Guerre di Rete (opens new window) è uscita la mia piccola inchiesta sui libri che i colossi dell'intelligenza artificiale comprano, scansionano e poi distruggono (opens new window). Lo segnalo anche per una ragione che sta fuori dall'articolo: Guerre di Rete è il progetto che Carola Frediani aveva fatto nascere nel 2018 come newsletter, e Carola è morta il 3 giugno, a cinquantun anni. La redazione ha deciso di andare avanti, e partecipo volentieri. Mi sembra anche il posto giusto per un articolo che cerca di tenere insieme fatti e dubbi invece di scegliersi una tesi comoda.
Perché il tema è meno lineare di come lo raccontano i titoli. Di solido c'è questo: negli atti di Bartz v. Anthropic compare un programma, Project Panama (opens new window), in cui copie cartacee acquistate venivano private della rilegatura, scansionate e scartate, e il giudice americano ha tenuto separati i libri scaricati da biblioteche pirata dalle copie comprate e digitalizzate, ritenendo legittima la scansione delle seconde. Questo è un problema soprattutto perché costituisce un precedente.
Quello che manca, poi, è una prova pubblica che ogni grande azienda faccia la stessa cosa: sappiamo di una corsa generale ai libri, non di tanti Project Panama identici. Anche la distruzione, in sé, non è una novità, perché gli editori mandano al macero l'invenduto da sempre, e c'è chi, come Stanford (opens new window), difende lo smontaggio di copie duplicate, purché dentro una politica di conservazione. La differenza sta nello scopo e nella scala: comprare libri ancora in circolazione, assorbirne il contenuto e distruggere il supporto, di solito senza che autori ed editori vedano un euro.
Poi, l'America innova, la Cina copia e l'Europa regola. La Commissione europea ha dichiarato il 16 settembre che digitalizzare un libro fisico protetto è un atto di riproduzione, e nella sua lettura (opens new window) le eccezioni non coprono le opere nate su carta: un'interpretazione lontana da quella americana, e non è detto che una sentenza californiana si trasferisca in un'aula europea. Per l'European Writers Council (opens new window) un libro non è solo un contenitore di token, ma un esemplare con una storia materiale che un PDF non conserva: annotazioni, provenienza, a volte l'unica copia fisica rimasta.
È la parte più difficile da restituire, perché non si chiude con una sentenza né con una smentita aziendale. Resta, intanto, il deficit di trasparenza: in Giappone le vendite dell'usato hanno toccato in alcuni giorni il quintuplo del normale (opens new window), mentre da un anno oltre cinquanta tonnellate di libri sono partite verso gli Stati Uniti, e nessuno ha ancora confermato chi sia il compratore.

Multimedia
Lo sceneggiato digitale
Sono un boomer che viene da un tempo molto diverso da questo: me ne rendo conto ogni volta di più che parlo con persone Under 30 e scopro che hanno avuto vite completamente diverse dalla mia. Ad esempio: prendiamo Lucky, uscita su Apple TV questa estate. Ha un'impostazione antica. È una miniserie in sette episodi (opens new window) tratta dal romanzo di Marissa Stapley, con Anya Taylor-Joy truffatrice in fuga dall'FBI e da un boss della malavita, distribuita con due puntate al debutto e poi una a settimana, ogni mercoledì, dal 15 luglio al 19 agosto (opens new window). Una storia chiusa, con un inizio e una fine dichiarati in anticipo, regolata con un appuntamento fisso. La forma canonica dello sceneggiato tv.
Mi è tornato in mente il primo che ricordo di aver seguito con "vero interesse", Sandokan, sei puntate andate in onda sulla Rai dal 6 gennaio all'8 febbraio 1976 (opens new window). Stessa architettura: poche ore, un arco narrativo bello teso, la settimana d'attesa in mezzo.
Ci sono anche le differenze, però: Sollima accettò l'incarico a condizione di girare solo in luoghi veri, con attori asiatici e realismo totale (opens new window), dentro una coproduzione europea (opens new window) costosissima per l'epoca. Ne uscì un rito collettivo da 27 milioni di spettatori (opens new window), con la sigla degli Oliver Onions che ancora oggi qualcuno canticchia (opens new window).
Gli ascolti epocali dipendono dal fatto che la popolazione era più o meno la stessa ma in cambio c'erano solo due canali televisivi nazionali, entrambi della Rai, e proprio per questo la visione era comune. Lucky è un buon thriller, accolto bene dalla critica e salito subito in cima alla classifica di Apple TV (opens new window), ma vive dentro una pluralità di possibili canali, in un recinto di abbonati, e ciascuno lo guarda quando decide. Il formato è quello, più o meno, ma il pubblico no.
Il ritorno dell'attesa settimanale, poi, difficilmente potremmo dire che è un effetto della nostalgia. È marketing puro, ma singolarmente si sovrappone alle vecchie pratiche: le meccaniche possibili per la distribuzione dei contenuti, alla fine della fiera, non sono molte.
Secondo i calendari di quest'anno (opens new window) molte piattaforme rilasciano ormai a cadenza settimanale, e Apple TV è tra le più fedeli al metodo. La logica è facile da indovinare: chi aspetta il mercoledì successivo resta abbonato più a lungo di chi divora tutto in un weekend. Il drop non conviene (il binge watching è morto nell'era dei social "verticali"?).
Lo sceneggiato era la forma di una televisione di Stato pensata per un Paese che guardava insieme; la miniserie a puntate settimanali è la stessa forma messa al servizio della permanenza in abbonamento. Quando la Rai ha riportato in onda su Rai 1 il Sandokan con Can Yaman, il debutto ha sfiorato i sei milioni di spettatori e poi è sceso a 4,4 milioni (opens new window), un risultato giudicato ottimo. Sei milioni sono meno di un quarto di ventisette. Il protagonista, per la cronaca, ha raccontato di non aver mai guardato la serie del 1976 (opens new window).
The Best
Questo articolo del NYTimes (opens new window) (archivio (opens new window)) ha la classifica dei 100 migliori telefilm del 21mo secolo. Se avete tempo da passare (e voglia di indignarvi per le scelte) è tutto per voi. Ah, io li chiamo telefilm, non le chiamo serie tv (come chiamo dischi i dischi, al limite album, certamente non "vinili". Ecchecchavolo).
Tsundoku
Obiter dictum
Il tempo è poco, e ogni libro che scegliamo di leggere prende il posto di decine di altri che non leggeremo. Nessuno ha letto tutti i classici, e bisognerebbe, ma nessuno ci riesce, e allora la scelta diventa una questione di contabilità. Per questo non è un'ovvietà dire che vale la pena di passare settimane dietro a Ferrovie del Messico (opens new window), 824 pagine uscite da Laurana nel 2022, e poi dietro a Digressione, il seguito che Einaudi ha pubblicato il 3 giugno 2025 e che di pagine ne ha più di mille. Più di milleottocento in due. Un classico non è, almeno non ancora, ma va bene lo stesso.
Come si sceglie cosa leggere? Il contenuto? Il messaggio? La tensione narrativa dei personaggi o della storia? Il primo (il secondo ancora non l'ho letto) è un libro che non ha una morale da portare a casa e nemmeno una missione da compiere. Non c'è una tesi, non c'è un'urgenza civile da assolvere. La partenza è quasi un pretesto da romanzo d'avventura: Asti, 1943, un milite della Guardia nazionale repubblicana ferroviaria riceve un ordine che arriva da molto in alto, disegnare la carta delle ferrovie del Messico. Da lì il racconto si apre in mille rami, con personaggi che entrano ed escono e storie dentro le storie. Digressione prende quel mondo e lo allarga: lo dice lo stesso Griffi in un'intervista (opens new window), il nuovo romanzo costruisce ciò che il primo accennava soltanto. Chi cerca un messaggio lo cerchi altrove. Qui il piacere è quello, antico, di farsi portare in giro da qualcuno che sa raccontare.
Poi c'è la lingua, ed è qui che ho trovato il motivo per leggerlo. Griffi è un equilibrista, un funambolo della parola che passa dal gergo al registro colto e al dialetto senza cadere. Somma, moltiplica, addiziona, potenzia. I critici lo mettono accanto a Gadda e Borges (opens new window), e quella partita si gioca tutta sul suono delle frasi, che in traduzione si perde o si addomestica. A noi, a cui è toccata la fortuna di essere italiani con un buon libro italiano che se la gioca tutta su come è scritto, vale la pena di leggerlo. Il resto è cronaca editoriale: rifiutato da molti, finito sulla scrivania di Giulio Mozzi, segnalato da Alessandro Barbero allo Strega 2023 (opens new window), e scritto, a quanto raccontano le cronache, nei lunedì lasciati liberi dal golf club che l'autore gestisce. Da qualche anno sono nella mia fase libro-mondo. Questa coppia decisamente ci stava.
Coffee break
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Money quote
Il ricco ma infelice è superiore al fortunato soltanto in due cose, mentre quest’ultimo è superiore al ricco infelice in molte: l’uno è più capace di soddisfare un desiderio e di sopportare una grande sventura che gli si abbatta addosso; l’altro gli è superiore perché, pur non essendo altrettanto capace di affrontare sventure e desideri, la buona sorte lo tiene lontano da queste cose, ed è sano, senza malattie, immune da mali, ha buoni figli e bell’aspetto. E se oltre a tutto questo terminerà anche bene la vita, allora è proprio quello che tu cerchi, degno di essere chiamato felice. Ma prima che sia morto bisogna aspettare e non chiamarlo ancora felice, bensì fortunato.
– Erodoto, Storie, libro I, capitolo 32, sezioni 6-7: il discorso di Solone a Creso
Al-Khwarizmi
Accesso
Da un po' di tempo sto rimuginando l'idea (e cercando il modo) di usare agenti e modelli open in locale. C'è il tema di quale computer usare. Dal Raspberry Pi 4 con 4 Gb di Ram (pochino) al Mac mini M1 o al MacBook Air M3 (entrambi con 16 Gb di Ram) le scelte non mi entusiasmano. E non mi entusiasma neanche l'idea di dare accesso a "tutto" all'agente di turno. Però se uno non lo fa, non serve. Non è una preoccupazione solo mia.
Infatti, Apple ha annunciato che introdurrà nuovi controlli attorno a Full Disk Access (opens new window), il permesso di macOS che consente a un'app di leggere file, mail, messaggi e cronologia di navigazione. Lo ha fatto con un post sul blog per sviluppatori (opens new window), spiegando che alcuni usano quel permesso in modi che espongono tutto il contenuto del sistema senza che l'utente ne sia pienamente consapevole, e che chi vorrà concederlo davvero dovrà compiere un'azione molto esplicita.
Come dicevo non è un caso. Pochi giorni prima il columnist di Inc. Jason Aten aveva raccontato (opens new window) che Muse, il nuovo agente personale di Meta lanciato l'8 settembre, conosceva il contenuto dei suoi messaggi privati pur avendo lui negato l'accesso in fase di installazione. Meta contesta la ricostruzione (opens new window): per l'azienda la lettura dei Messaggi è facoltativa e richiede più passaggi, compresa la concessione di Full Disk Access, che l'utente può revocare. Intanto, Apple non ha spiegato in cosa consisteranno i nuovi controlli né da quando varranno.
Chi ha ragione, per ora, non lo sappiamo, ed è proprio questo il punto. La modalità "Full Disk Access" nasce per far funzionare tipologie molto specifiche di software, come i programmi di backup, software che fa una cosa sola e la fa in modo prevedibile. Concederlo a un agente è un'altra faccenda: non sappiamo in anticipo che cosa deciderà di leggere, e quando gli chiediamo come ha fatto a sapere una certa cosa la risposta può essere sbagliata o cambiare da una volta all'altra.
Il sistema operativo dei computer di Apple è sicuro, ma è come un giubbotto anti-proiettile: se te lo togli e ti spari, ti fai male. Fuor di metafora: il modello di permessi del Mac, un interruttore che apre tutto, regge finché l'app è un programma che esegue istruzioni; regge meno quando l'app interpreta. Non è un problema di una sola azienda: la decisione di Apple arriva anche dopo un'inchiesta di Wired (opens new window) su una falla nell'app Mac di ChatGPT che avrebbe potuto esporre dati sensibili. Un controllo più esplicito è un passo utile, ma secondo me resta la questione di fondo: all'utente serve un modo per verificare che cosa l'agente ha effettivamente toccato, non solo per autorizzarlo prima.

La coda lunga
Amodei e il giocattolo pericoloso
Nelle grandi operazioni di Borsa, il prospetto è il documento in cui le aziende spiegano agli investitori perché il loro denaro sarà al sicuro, oppure almeno perché giocarselo su di loro vale la pena. Anthropic ha depositato a giugno, in via riservata, la richiesta di quotazione in Borsa (opens new window), e questa settimana Reuters ha visionato la bozza del prospetto (opens new window) (il filing pubblico arriverà più avanti): punta a una valutazione di duemila miliardi di dollari, e il modo in cui ha scelto di usare quello spazio è stranissimo: ha dedicato ottanta pagine ai fattori di rischio e quarantotto al modello di business. No, non ho sbagliato a scrivere, è proprio così. L'azienda che fa Claude ha deciso di spiegare agli investitori perché il suo prodotto è pericoloso più di quanto abbia spiegato perché vale la pena comprarlo.
E anche i rischi elencati non sono gli usuali avvertimenti legali su concorrenza e regolamentazione e bla bla bla vari. Nel prospetto di Anthropic si legge, nero su bianco, che i suoi modelli AI possono porre "rischi catastrofici o esistenziali per l'umanità", tendono a comportamenti "auto-conservativi", hanno tentato di "nascondere o manipolare informazioni" e hanno adottato comportamenti "simili al ricatto". Sono frasi scritte dall'azienda stessa, in un documento destinato non agli scettici dell'AI ma a chi sta valutando di investire. Un'azienda farmaceutica che scrivesse "il nostro farmaco potrebbe rendere tutti sterili e uccidere la civiltà umana" nel foglio illustrativo non arriverebbe a fase tre della sperimentazione. Anthropic lo scrive nel prospetto di Borsa e punta a una valutazione che poche aziende fisiche hanno mai raggiunto.
Il motivo per cui questo è possibile, e probabilmente funzionerà (perché mica sono impazziti: sono dei giocatori da casinò di primaria grandezza), sta al punto successivo del documento. Infatti, gli Amodeis Seven, i sette cofondatori di Anthropic, controlleranno il 50,1% dei voti sulle decisioni chiave attraverso una struttura chiamata "Founder LLC", progettata esplicitamente per anteporre il suddetto "bene comune" alle logiche di mercato. La logica, se la si segue, è coerente: poiché il nostro prodotto è potenzialmente il più pericoloso della storia dell'industria, non possiamo permettere che venga governato dai meccanismi ordinari del capitalismo. Gli investitori possono comprare azioni, ma le decisioni importanti restano a noi. È una posizione "intellettualmente onesta", e produce una struttura societaria che assomiglia più a una fondazione che a una corporation. Il problema è che usa gli strumenti del capitalismo per proteggersi dal capitalismo.
I numeri del 2025 chiariscono perché l'operazione è necessaria: i ricavi hanno raggiunto circa 4,6 miliardi di dollari, dodici volte l'anno precedente, ma la perdita netta è stata di 42 miliardi. Le perdite operative hanno superato gli 8 miliardi. Un quarto dei ricavi viene da due soli clienti. L'infrastruttura computazionale richiesta per addestrare e far girare modelli di questa complessità è così costosa che nessuna azienda privata può sostenerla a lungo senza accedere ai mercati. L'IPO non è una scelta strategica: è il tubo dell'ossigeno.
Qui si chiude il cerchio e si apre la contraddizione. Anthropic ha bisogno dei mercati per sopravvivere, ma sostiene che lasciare le decisioni ai mercati sarebbe catastrofico. Ha bisogno di decine di miliardi di dollari freschi, ma intende usarli per costruire qualcosa che, per sua stessa ammissione, potrebbe resistere ai tentativi di spegnerlo. Ha bisogno di crescere abbastanza in fretta da non essere schiacciata da Google e OpenAI, ma ha costruito una governance che rallenta deliberatamente la risposta alle pressioni commerciali. Questi obiettivi non sono impossibili da conciliare tutti insieme, ma sono in tensione costante l'uno con l'altro, e la tensione si amplifica con la crescita.
Dario Amodei, a settembre, ha scritto un saggio di 3800 parole (opens new window) in cui chiedeva un rallentamento nello sviluppo dell'AI e riconosceva di essere sostanzialmente d'accordo con un suo ex ricercatore che aveva lasciato l'azienda scrivendo che "le persone che costruiscono l'AI credono sinceramente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio". Due settimane dopo, è emersa la bozza del prospetto per l'IPO. Questo giocattolo, ha detto Amodei al mondo, è davvero davvero molto pericoloso. Poi ha aperto la porta a tutti.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
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