[Mostly Weekly ~387]
L'oroscopo delle generazioni
A cura di Antonio Dini
Numero 387 ~ 2 agosto 2026
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Grazie per aver aperto questa pagina! Numero tutto matto di Mostly Weekly. Niente paura, rimane sempre quella meravigloosa newsletter settimanale che esce quando è pronta, realizzata a mano, piena di refusi ma priva di algoritmi e AI (almeno quello). Ovvio.
Questo però è un numero un po' particolare. Matto, appunto. Pensavo di metterci meno a scriverlo (volevo farlo uscire una o due settimane fa) sempre nel filo delle sperimentazioni. Non ho idea di come sia venuto. Parla di generazioni e probabilmente può risultare difficile (offensivo?) per una fascia di lettori di questa newsletter. Pazienza. Se vi identificate, consiglio di non procedere oltre e andare al prossimo numero. O scrivermi per dissentire. O cancellarvi. Ma rendiamoci anche conto che stiamo pur sempre parlado dell'oroscopo delle generazioni.
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Intanto, buona lettura.

Coloro che osano fallire miseramente possono ottenere grandi successi
– Robert F. Kennedy
Editoriale
Il nostro oroscopo generazionale
Quello che mi infastidisce, ogni volta, è il tono. Pacato, definitivo, da persona che ha già risolto tutto mentre racconta di non avere né casa né contratto stabile. Lo trovo ovunque: negli articoli, nei post, nei tweet (o come si chiamano), nei video e nei podcast di mezz'ora dove qualche trentenne spiega con una certa sicurezza come funziona il mondo. La cosa più fastidiosa è che mi accorgo che sto reagendo con la stessa insofferenza con cui i miei genitori guardavano me a quell'età. L'unica differenza è che allora avevano torto loro e ragione io; adesso ho ragione io e hanno torto loro. Ovviamente.
Da anni faccio una lezione nei corsi di sociologia dei processi culturali che si intitola L'oroscopo generazionale. È partita da una curiosità: provare a capire chi ha "inventato" il concetto di generazioni usato dai media e nel dibattito culturale. E ho trovato due improbabili venditori di fumo: William Strauss e Neil Howe.
Due consulenti americani (uno è morto, l'altro l'ho intervistato anni fa) che dagli anni Novanta studiano la storia americana come un ciclo che si ripete sempre uguale, con quattro stagioni e quattro caratteri fissi assegnati a chi nasce in ciascuna. Chiamarlo oroscopo generazionale è quasi troppo generoso: funziona esattamente come un oroscopo, incasella milioni di persone in un archetipo sulla base dell'anno di nascita e promette di spiegare a ciascuno perché è fatto così.
La parte comica è che io, oroscopo o non oroscopo, ci sono cascato dentro fino al collo.

Money quote
Esiste un'affascinante teoria secondo cui ogni scelta del destino fa nascere due mondi distinti. Da ogni bivio della storia si diramano così interminabili schiere di universi paralleli, generati dalle infinite decisioni che hanno plasmato il passato. Se si riuscisse a trovare un modo per comunicare tra questi mondi, un uomo potrebbe viaggiare non avanti o indietro nel tempo, ma attraverso di esso, raggiungendo, per esempio, un mondo contemporaneo nato da una riuscita colonizzazione vichinga del Nord America, oppure uno in cui Guglielmo il Conquistatore non abbia mai governato l'Inghilterra.
L'antica idea dei mondi paralleli torna così a vivere, e qualcuno sogna con nostalgia questo stesso pianeta in cui un capriccio della storia abbia impedito la comparsa della vita: un mondo vuoto, quello che desidera, ma anche quello familiare che ama e al quale resta legato da innumerevoli fili. Da lì avrebbe inizio la ricerca di un passaggio attraverso l'infinita moltitudine dei «se», una porta capace di aprirsi su quei mondi.
E di mondi ce ne sarebbero molti. Perfino alcuni in cui il loro stesso arrivo e il loro lavoro abbiano preso una piega più cupa e minacciosa: mondi nei quali potrebbero perfino incontrare sé stessi, così come sarebbero diventati percorrendo un'altra strada della storia, plasmati da un passato diverso.
– Andre Norton, Prologue of Star Gate
Importante
Sono nato nel 1969, quindi secondo la teoria di Strauss e Howe appartengo ai Nomadi, la generazione cresciuta senza troppa supervisione mentre i genitori Boomer inseguivano la propria realizzazione personale. A farmi da baby sitter è stata la televisione: i cartoni animati giapponesi del pomeriggio (opens new window), e poi Happy Days (opens new window), Baretta (opens new window), Starsky e Hutch (opens new window), Hazzard (opens new window). Più leggo la descrizione, più mi torna tutto quanto: il sospetto verso le istituzioni, l'abitudine a cavarmela da solo, la vita da freelance permanente vissuta non come emergenza ma come ambiente naturale.
La ruota del tempo
Il meccanismo (opens new window) di Strauss e Howe si basa su un'unità di tempo chiamata saeculum, un ciclo di ottanta o novant'anni diviso in quattro stagioni di circa vent'anni ciascuna, i Turnings (le Svolte). A ogni stagione corrisponde un archetipo che si ripete sempre nello stesso ordine, generazione dopo generazione, come le carte di un mazzo che torna sempre nella stessa sequenza.
Il Profeta nasce durante il Risveglio, la stagione delle rivolte culturali e spirituali: sono i Baby Boomer, cresciuti da idealisti e diventati poi maestri un po' dogmatici. Il Nomade nasce durante il Disfacimento, la stagione del cinismo e dell'isolamento: siamo noi della Generazione X, allergici alle istituzioni e abituati a non aspettarci niente da nessuno. L'Eroe nasce a cavallo tra il Disfacimento e la Crisi seguente: sono i Millennial, protetti da piccoli e convinti di dover salvare il mondo da grandi. L'Artista chiude il ciclo nascendo nel pieno della Crisi: è la Gen Z, cresciuta con la sensazione che il pericolo sia sempre dietro l'angolo e che l'unica strategia sensata sia cercare consenso e comunità.
Detta così sembra solo un gioco di società da fare a Capalbio o a Sabaudia. Il problema è che quando la applichi a persone reali, con nome e cognome, smette quasi subito di sembrare un gioco.
Italiana
Jobs, Grillo, il Drugo e Harry Potter
Ogni archetipo trova sempre la sua incarnazione pop, basta lavorarci un po' sopra. Il confronto tra Stati Uniti e Italia richiede aggiustamenti, ma solo di nomi, non di concetto, perché nel secondo dopoguerra la globalizzazione ha sincronizzato le fasi di tutti i Paesi del "primo mondo".
Quindi, ecco le figurine adattate al nostro mercato (ma si potrebbe fare lo stesso in Francia, in Spagna, in Germania). Il Profeta ha la faccia di Steve Jobs, convinto di poter riscrivere le regole del proprio tempo. In Italia è Beppe Grillo, che prima riscrive le regole della satira televisiva e poi si converte in profeta di un movimento politico intero, sempre convinto di avere ragione lui e torto tutti gli altri.
Il Nomade americano suona come il grunge di Seattle e ha il volto disincantato del Drugo in Il grande Lebowski, uno che chiede solo di riavere il proprio tappeto e sopravvive a tutto con distacco filosofico. In Italia è l'inquietudine della fuga nei primi film di Gabriele Salvatores e la disillusione degli 883 che cantano la fine dei miti.
L'Eroe americano ha la faccia di Harry Potter, una squadra di ragazzini che applica le regole per sconfiggere il male assoluto, o l'ottimismo burocratico di Leslie Knope in Parks and Recreation. In Italia è Zerocalcare: colto, pieno di sensi di colpa, ossessionato dall'idea di non essere mai abbastanza, e non è un caso che lo stesso pubblico legga con devozione Il Post e Rivista Studio, cercando ogni giorno qualcuno che gli "spieghi bene" il mondo. Ancora meglio: la musica. Elodie e Sfera Ebbasta, nati a due anni di distanza tra il 1990 e il 1992, sono cresciuti in parallelo dentro lo stesso decennio e nel 2025 si sono anche ritrovati a duettare in Yakuza.
L'Artista chiude il quadro con Euphoria e Billie Eilish da una parte, il pop malinconico di Blanco dall'altra, nato nel 2003 e quindi davvero dentro l'età di cui canta: una generazione che ha saltato del tutto la mediazione dei maestrini e si informa direttamente su TikTok e Twitch.
Tsundoku
Lo scarrafone nucleare
Qui arriva la parte in cui smetto di essere neutrale, perché neutrale non lo sono mai stato. Avete presente? Da un lato American Psycho (opens new window) (1991) di Bret Easton Ellis, dall'altro Tutti giù per terra (opens new window) (1994) di Giuseppe Culicchia.
La mia generazione è divisa in due parti diseguali. Quelli che sono entrati rapidamente in un "posto di lavoro fisso". E gli altri. Indovinate in quale parte sono io? Quella due volte più grande, esatto.

Multimedia
Ho passato trent'anni a fare il freelance in un mercato del lavoro che non mi ha mai offerto niente di stabile, e ho cominciato a considerarlo molto presto come lo sfondo normale della mia vita adulta e non un trauma da elaborare con un podcast. Ho attraversato la caduta del Muro di Berlino (opens new window), la fine della Prima Repubblica (opens new window), gli omicidi di Falcone (opens new window) e Borsellino (opens new window), il passaggio dall'analogico al digitale (opens new window), il web (opens new window), i social network (opens new window), gli smartphone (opens new window), lo scoppio della bolla delle dot-com (opens new window), l'11 settembre (opens new window) e la guerra al terrorismo (opens new window) (qualsiasi cosa voglia dire), la crisi del 2008 (opens new window), una pandemia (opens new window) e adesso i nuovi supermiliardari (opens new window) e l'intelligenza artificiale (opens new window). E in tutto questo tempo non ho mai smesso di reinventarmi il modo di guadagnarmi da vivere (o morire di fame, presumo).
Mi lamento? Certo. Settimanalmente. Pago una terapista per questo. È uno dei motivi per cui, quando sento le urla di dolore, legittime ma esibite, di un trentenne in ansia perché una riunione era stata percepita come ostile, non provo più tenerezza ed empatia. Me l'hanno limata via. Le prime cento volte partecipavo, poi francamente anche basta. Va bene che tutti passiamo una fase in cui scopriamo che la vita, a differenza di quello che ci dicevano da piccoli, non è giusta. Lo so, fa male, purtroppo è così. Però poi si diventa adulti e quel dolore diventa un'altra cosa. Lo puoi chiamare in molti modi: io lo chiamo caos e lo abito da tre decenni, mi ci sono fatto la corazza, e quella corazza oggi mi fa somigliare più a uno scarafaggio sopravvissuto a un bombardamento nucleare che a un professionista sereno. Ci sta.
Coffee break
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La coda lunga
Forse è ingiusto liquidare così un'intera fascia d'età che, va detto, non ha inventato la precarietà ma l'ha semplicemente ereditata in una forma già frammentata in mille partite IVA e contratti atipici. Con una serie di strumenti tecnologici e fiscali che la mia generazione neanche si sognava e che ci avrebbero semplificato la vita alla grande, se fossero stati messi in campo a metà anni Novanta (partita IVA forfettaria e contabilità nel cloud, sto parlando a voi).
L'ingiustizia, in questo caso, mi sembra reciproca: se io ho imparato a cavarmela senza lamentarmi troppo, un po' di fastidio verso chi si lamenta pretendendo pure di avere ragione penso di essermelo guadagnato sul campo.
La domanda che resta aperta è se questa insopportabilità dei trenta-quarantenni sia destinata a peggiorare adesso che stanno finalmente arrivando in una fase in cui decidono anche per gli altri, si sono (in parte) riprodotti, hanno assunto delle responsabilità più ampie senza avere le garanzie necessarie, proprio come è successo alla mia generazione. Oppure se la vita adulta li normalizzerà rendendoli simili a chi li ha preceduti. Nel dubbio, io continuo a fare le mie fatture da solo.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
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