[Mostly Weekly ~382]
Non-Lieu Special Edition
A cura di Antonio Dini
Numero 382 ~ 28 giugno 2026
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Grazie per aver aperto questa pagina! Quello di questa settimana è un non-numero di Mostly Weekly, in una inedita forma monografica, che esce un po' dopo il momento in cui l'ho scritta (rispettando la filosofia della newsletter settimanale che esce quando è pronta, realizzata a mano, piena di refusi ma priva di algoritmi e AI).
È un esperimento: commentate, votate con l'iscrizione (cancellatevi se non mi reggete più) o con il portafoglio: una donazione su PayPal (opens new window) in modalità Amici è sempre gradita. In ogni caso è iniziata l'estate, difficile non accorgersene viste le temperature
Intanto, buona lettura.

La mente precede ogni stato mentale. La mente è il loro capo, essi sono creati dalla mente. Se un uomo parla o agisce con mente impura, la sofferenza lo segue come la ruota segue il piede del bue
– Buddha, Dhammapada
Il labirinto perfetto
Mall World, Las Vegas e la colonizzazione dell'inconscio
Il discorso è un po' lungo e complicato, ma seguitemi perché penso ne valga la pena. Comincia così, a caso, su Reddit: tra le community che seguo incrocio un thread che non capisco bene ma che mi attrae come fanno le cose leggermente fuori fuoco. Si chiama The Mall World (opens new window). Le immagini hanno tutte qualcosa di riconoscibile e insieme di disturbante: un immenso, infinito e strutturalmente aberrante non-luogo commerciale, un centro commerciale che non finisce mai.
Migliaia di persone da ogni parte del mondo, senza legami biografici o geografici evidenti, descrivono lo stesso identico scenario onirico. Si ritrovano nel medesimo posto, con le stesse scale mobili che salgono verso soffitti ciechi, gli stessi pavimenti che riflettono luci al neon di negozi che vendono cose senza nome. Si stupiscono dei punti di contatto, condividono mappe disegnate a posteriori, postano immagini generate con l'intelligenza artificiale per avvicinarsi all'atmosfera di quello che hanno visto dormendo. Come presupposto di un'analisi è già abbastanza inquietante così.
La community r/TheMallWorld (opens new window) su Reddit non è una narrazione finzionale collaborativa come Backrooms o Creepypasta, universi inventati a più mani dove è chiaro che si tratta di un gioco. Qui si cataloga qualcosa di empiricamente diverso: esperienze oniriche spontanee, sogni di persone che non si conoscono, che non hanno letto le stesse cose e che non hanno dormito nella stessa città. Il fenomeno ha trovato una cassa di risonanza globale attraverso i forum, ma questa cassa di risonanza non spiega il fenomeno, lo amplifica e lo rende visibile. I sogni esistevano prima di Reddit, e questo è il punto più interessante secondo me.
Ci sono alcune osservazioni preliminari da fare prima di entrare nel merito. Internet ha reso visibile qualcosa che già esisteva, come un reagente chimico che rivela una scritta invisibile su un foglio che sembrava in bianco. Perché queste persone si ritrovino a condividere immagini simili online? Ma c'è una domanda più interessante: perché facciamo gli stessi sogni, prima ancora di sapere che qualcun altro li condivide? La risposta porta molto lontano dal centro commerciale, attraverso la storia dell'architettura, la neurobiologia del consumo e il capitalismo americano di fine Novecento.
L'anatomia di un sogno condiviso
L'analisi trasversale dei resoconti pubblicati su r/TheMallWorld (opens new window) permette di isolare alcune costanti morfologiche abbastanza precise. La prima riguarda le geometrie: i sognatori descrivono strutture le cui dimensioni sfidano la fisica ordinaria, con scale mobili che conducono verso soffitti ciechi o si perdono nel vuoto e ascensori di vetro che si muovono in orizzontale o in diagonale a velocità vertiginosa. Soffitti così alti da ospitare banchi di nebbia che galleggiano nelle navate come in una cattedrale progettata da qualcuno che non aveva mai visto una cattedrale. Avete paura dell'altezza? Non è il posto che fa per voi. È dominato, inoltre, dalla sensazione pienamente contraddittoria di trovarsi in uno spazio che conosce la propria geometria impossibile e la abita senza disagio.
La seconda costante è l'interconnessione dei non-luoghi. Il centro commerciale sognato non è mai un edificio isolato, ma il nodo di un'infrastruttura più ampia: sfuma impercettibilmente in un hotel dai corridoi infiniti e identici, poi in un aeroporto sotterraneo, poi in una stazione ferroviaria monumentale, poi in un parco acquatico al chiuso con scivoli tubolari che attraversano le aree commerciali. La topografia è impossibile ma coerente: non si tratta di sogni caotici ma di sogni che seguono una propria logica interna, ossessiva e precisa. Il territorio ha una struttura, e la struttura tiene.
I negozi del Mall World vendono spesso merci obsolete, bizzarre o prive di qualsiasi utilità apparente. Per chi ha frequentato le sale giochi negli anni Ottanta e Novanta, i negozi di dischi dimenticati, le boutique arredate con mobili che sembravano venire da un'altra epoca, il territorio del sogno è familiare ma svuotato del suo senso originale: i posti ci sono, la struttura c'è, la funzione si è dissolta e quello che rimane è qualcosa di più essenziale, che potremmo chiamare l'essenza astratta del luogo. Il dubbio se si tratti di ambienti artificiali o addirittura naturali, per come la nostra mente totalmente socializzata possa immaginare come "naturali" degli ambienti creati dall'uomo. Ammesso che siano stati creati dall'uomo.
A questo si aggiungono vari tocchi disturbanti. Un esempio: c'è un nodo topologico carico di ansia, cioè i bagni pubblici, descritti come labirinti enormi e parzialmente allagati, privi di porte o divisori, dove la dimensione dell'intimità è sistematicamente violata dallo spazio pubblico in una violazione che si fa sentire come tale.
La quinta costante è la più inquietante. Il sognatore non sperimenta la sorpresa del turista: sperimenta la cognizione stanca e familiare del residente. Pur non avendo mai visitato quel posto nella veglia, ne conosce le scorciatoie, le scale di sicurezza nascoste, la dislocazione dei settori, e si muove con una consapevolezza topografica innata che non ha nessuna spiegazione razionale. Questo déjà vu onirico trasforma il soggetto in qualcuno che ha la sensazione di aver sempre abitato uno spazio nel quale non è mai stato, di conoscere un posto che non esiste nella propria biografia. È una forma di familiarità senza referente, e per questo risulta così difficile da scrollarsi di dosso quando la sveglia suona.
Tre ipotesi per un labirinto
Ci sono tre letture principali di questo fenomeno, e vale la pena percorrerle nell'ordine in cui la loro bizzarria cresce, sempre più incontenibile. La prima è socio-culturale e parte dalla composizione demografica dei sognatori, concentrata prevalentemente tra la Generazione X, i Millennials e la parte più anziana della Gen Z. Per queste coorti, cresciute tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila, il centro commerciale ha rappresentato qualcosa di molto specifico: l'unico vero spazio pubblico disponibile durante l'infanzia e l'adolescenza, prima della digitalizzazione totale della socialità. Il mall era il luogo della transizione, dell'esplorazione, dell'ansia sociale e dello sviluppo identitario, e il cervello che di notte rielabora le memorie a lungo termine attinge naturalmente a quella specifica enciclopedia visiva.
In questa chiave, Marc Augé avrebbe riconosciuto subito la natura del territorio onirico. Augé, nel 1992, aveva definito i non-luoghi come gli spazi dell'eccesso della modernità, quelli che non costruiscono identità e non creano relazione: aeroporti, autostrade, supermercati, e naturalmente i centri commerciali. Il fatto paradossale è che il non-luogo per definizione, invece, per una generazione, è diventato il luogo per eccellenza, l'arena dello sviluppo identitario, e il cervello vi torna come fa con qualsiasi altro luogo fondamentale della propria crescita. Il termine tedesco per la sensazione che ne risulta è Unheimlich, il perturbante, cioè il familiare diventato minaccioso: Freud nel 1919 ci aveva costruito sopra un saggio (Das Unheimliche) e The Mall World è la versione aggiornata di quella struttura.
La seconda ipotesi viene dalla psicologia cognitiva e interpreta il centro commerciale come archetipo spaziale della mente contemporanea. Il cervello organizza concetti astratti come la scelta, il desiderio e l'interazione con gli altri attraverso mappe geometriche concrete apprese dall'ambiente durante la crescita. Il mall, con la sua struttura a griglia interrotta da nodi visivi e percorsi progettati per indurre certi comportamenti, diventa il codice sorgente con cui il subconscio indicizza le informazioni. Sognare il centro commerciale infinito significa, in questa lettura, navigare nella struttura stessa del proprio database mentale attraverso un'architettura che il cervello ha adottato come metafora spaziale della cognizione.
La terza ipotesi è quella che conviene collocare ai margini del dibattito, ma che esiste e va nominata. Ai bordi della community si sviluppano interpretazioni di stampo neojunghiano o apertamente esoteriche: The Mall World non sarebbe una produzione neuronale individuale, ma una dimensione oggettiva del subconscio collettivo, una specie di server multiplayer astrale accessibile durante la fase REM. La standardizzazione planetaria delle strutture commerciali avrebbe creato una forma-pensiero così potente da cristallizzarsi in un piano di realtà non-fisica, dove le menti dei sognatori si incontrano e coabitano in una sottomissione inconscia alle geometrie del consumo. Paroloni, livello di astrazione rarefatto, impalpabile; ma sarebbe disonesto non riferirlo.

Gli ingegneri del sogno
Per capire che cosa c'è sotto questa cartografia onirica, conviene spostare lo sguardo dal sogno alla produzione. Le geometrie labirintiche, la sospensione temporale e la fusione dei non-luoghi che popolano The Mall World non sono nate nei sogni di qualcuno: sono state prima teorizzate, poi codificate, poi costruite in cemento, acciaio e marmo da scienziati del comportamento al servizio del capitale. La genealogia intellettuale parte dal Berlino della prima metà del Novecento e arriva dritta fino a Las Vegas. Quello che segue è anche la storia di come le buone intenzioni producano sistematicamente strumenti di controllo più efficaci dei cattivi propositi. La scrivo la mattina molto presto, in attesa di ripartire per l'Italia, da una stanza di uno degli hotel-casinò dello Strip di Las Vegas, il Venetian. Il jet lag aiuta la creatività. Ma ci ritorniamo più avanti.
Walter Benjamin, nel suo monumentale e incompiuto I passaggi di Parigi, analizzò le gallerie commerciali coperte dell'Ottocento parigino e ci trovò i prototipi del centro commerciale moderno. Benjamin capì che l'architettura della merce agisce come catalizzatore di stati onirici: il passante che attraversa il passaggio non cammina in modo vigile, entra in una trance ipnotica indotta dalla fantasmagoria delle merci e dalla ripetizione degli specchi. Chiamò questi spazi la Traumwelt, il mondo dei sogni del capitalismo, e identificò nel passante non un acquirente razionale ma un sognatore ad occhi aperti che non consuma merce ma abita un'illusione. The Mall World è la saturazione planetaria di quella Traumwelt: quello che Benjamin descriveva come eccezione borghese ottocentesca è diventato l'esperienza del sabato pomeriggio di due generazioni.
Non finisce qui, però. Quello che Benjamin aveva descritto in termini filosofici trovò una codificazione ingegneristica negli anni Cinquanta grazie a Victor Gruen, architetto viennese fuggito dal nazismo e stabilitosi negli Stati Uniti, che nel 1956 progettò il Southdale Center in Minnesota, il primo centro commerciale interamente chiuso e climatizzato della storia. L'ideologia originaria di Gruen era paradossalmente comunitaria: voleva ricreare le piazze pedonali della sua Vienna per sottrarre i cittadini americani all'alienazione dell'automobile. L'industria immobiliare prese le sue planimetrie e ci trovò il Gruen Transfer: il momento in cui un consumatore, varcata la soglia, viene investito da un surplus calibrato di stimoli, perde il filo di ciò che era venuto a fare e si trasforma in un soggetto passivo che vaga senza meta. Un flâneur industriale malleabile dai flussi di posizionamento delle merci.
Jon Jerde completa la triade. Progettista di The Mall of America e della Fremont Street Experience di Las Vegas, Jerde teorizzò il Placemaking: l'edificio commerciale non deve semplicemente contenere negozi, deve drammatizzare lo spazio e rendere l'esperienza di stare lì irresistibile di per sé. Nei suoi progetti i corridoi curvano costantemente in angoli morbidi, impedendo all'occhio di vedere la fine del percorso, perché non vedere il traguardo spinge il soggetto a proseguire per scoprire cosa c'è dopo la curva. Jerde introdusse anche la co-adiacenza, cioè l'accostamento deliberato di elementi senza nesso logico (una fontana barocca, un negozio di elettronica, una foresta tropicale finta, un negozio di orologi di lusso) per generare picchi continui di attenzione e impedire la saturazione. Il meccanismo di looping spaziale che ne risulta è identico a quello che i sognatori di Mall World descrivono nei loro resoconti.
Coffee break
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La scuola di Las Vegas
La Strip di Las Vegas è il laboratorio in cui queste teorie sono state raffinate attraverso una spietata evoluzione ideologica, segnata dallo scontro tra due filosofie di design opposte. Per decenni, il design dei casinò fu dominato dalle regole di Bill Friedman, ex scommettitore, docente di gestione dei casinò e autore di un manuale fondamentale per il settore. L'ideologia spaziale di Friedman era coercitiva e comportamentale: soffitti bassi per generare oppressione e concentrare lo sguardo sui tavoli, slot machine disposte in modo da fungere da pareti del labirinto, assenza totale di finestre e orologi, vie d'uscita nascoste per rendere geometricamente difficile la fuga. Il disorientamento era lo strumento principale di cattura del corpo.
Alla fine degli anni Ottanta, Steve Wynn e il suo designer Roger Thomas scardinarono questo paradigma con la costruzione del Mirage nel 1989, seguito dal Bellagio e dal Wynn. Thomas aveva capito che il labirinto claustrofobico di Friedman generava ansia, e che l'ansia, a lungo andare, spinge il soggetto verso l'uscita: l'effetto era controproducente rispetto all'obiettivo. La sua proposta era opposta: alzare i soffitti ad altezze monumentali, introdurre la luce naturale o la sua simulazione perfetta, riempire lo spazio di fiori freschi e marmi pregiati. Il soggetto che si sente un re, inserito in uno scenario di massima opulenza, abbassa le proprie difese critiche e spende cifre esponenzialmente superiori.
La transizione da Friedman a Thomas è estetica ma anche molto più che estetica: è la storia della trasformazione del capitalismo del vizio in capitalismo dell'esperienza, con trent'anni di anticipo rispetto ai modelli poi esportati dalla Silicon Valley. Friedman tratteneva il corpo attraverso la coercizione: poche uscite, claustrofobia, disorientamento come strumenti di controllo. Thomas lo trattiene attraverso il desiderio: uno spazio così bello da non volerlo abbandonare, un'atmosfera così lussuosa da sembrare un privilegio trovarsi lì. In termini di incassi, il metodo Thomas si rivelò incomparabilmente superiore, e l'industria lo seguì senza esitare.
Quello che emerge da questa storia è un paradosso strutturale che vale la pena sottolineare. Gruen, che odiava il capitalismo predatorio e voleva costruire piazze socialiste al chiuso, inventò il meccanismo psicologico che permise all'industria del consumo di controllare il comportamento dei clienti. Thomas, che voleva liberare i giocatori dall'oppressione architettonica di Friedman, inventò una forma di controllo incomparabilmente più efficace perché basata sul desiderio invece che sulla paura. Le buone intenzioni dei progettisti hanno sistematicamente prodotto strumenti di controllo più raffinati di quelli che avrebbero generato partendo dall'intenzione esplicita di farlo.
Il Venetian
E arriviamo a me, nella mia stanza, grande quasi quanto il mio appartamento di Milano. Il Venetian. Inaugurato nel 1999 per volontà di Sheldon Adelson, il Venetian è l'apoteosi fisica di quello che Jean Baudrillard aveva chiamato iperrealtà in Simulacri e Simulazione del 1981: la condizione in cui i simulacri sostituiscono la realtà stessa al punto che la distinzione tra vero e falso perde qualsiasi significato operativo. Al Venetian questa condizione è stata ingegnerizzata con una precisione filologica ossessiva: il team di sviluppo volò a Venezia per campionare scientificamente i colori dei palazzi storici del Canal Grande, effettuando calchi in gesso delle pietre reali della città lagunare. Il Campanile di San Marco, il Palazzo Ducale e il Ponte di Rialto sono stati riprodotti in scala monumentale, più grandi degli originali. Baudrillard aveva previsto la teoria; Adelson ne ha fatto l'ingegneria.
Quello sforzo di fedeltà filologica non è un omaggio culturale: è un'operazione di ingegneria delle atmosfere. Infatti quella prodotta (più che riprodotta) al Venetian è una Venezia perfetta, emendata dai propri problemi storici: climatizzata, priva di umidità, priva dell'odore di salmastro, priva di decadimento strutturale, priva di qualsiasi imperfezione non pianificata. I pavimenti di vero marmo, pesante e posato con perizia artigianale, rispondono a due necessità: resistere all'usura di milioni di passaggi quotidiani e attivare nel cervello del visitatore l'archetipo dello spazio sacro, imperiale o bancario (che a sua volta di spazi sacri ne sa qualcosa). La pietra pesante, anche negli ascensori, dice al corpo che questo posto è solido, antico, affidabile; e il corpo, rassicurato, abbassa le proprie difese.
Le Grand Canal Shoppes al secondo piano hanno un soffitto interamente dipinto e illuminato per simulare un cielo all'ora del crepuscolo, un perenne pomeriggio dorato che elimina l'orologio biologico del visitatore. Senza la stanchezza serale, senza l'ansia dello scorrere del tempo, il soggetto rimane disponibile economicamente molto più a lungo di quanto farebbe in qualsiasi altro ambiente. È la versione lussuosa dello stesso meccanismo che Friedman otteneva vietando finestre e orologi: il risultato è identico, la qualità percepita è incomparabilmente superiore. L'esperienza del visitatore è reale; il cielo sopra di lui è fatto di cartongesso e proiettori.
I canali d'acqua percorsi dalle gondole non poggiano sulle fondamenta dell'edificio, ma sono sospesi al secondo piano, direttamente sopra i soffitti della sala da gioco principale. Il visitatore cammina lungo un canale all'aria aperta (finta) sapendo razionalmente di trovarsi all'interno di un guscio di cemento nel deserto del Nevada. Questa vertigine architettonica latente è esattamente quella che i sognatori di The Mall World descrivono: spazi che funzionano secondo regole diverse, livelli che non dovrebbero esistere dove sono, interno ed esterno che si confondono. L'architettura del sogno e l'architettura del capitale trovano, in questo corridoio sospeso sopra i tavoli da gioco, il proprio punto di sovrapposizione perfetta.
Quando la luce sbaglia
Nonostante l'opulenza dei materiali e l'accuratezza dei simulacri, l'illusione del Venetian rivela la propria natura industriale appena si osserva al di fuori delle linee prospettiche calcolate dai progettisti. La struttura è bifacciale, divisa nettamente tra il front of house, il palcoscenico visibile del lusso, e il back of house, la fabbrica logistica che lo sostiene. I corridoi interni nascosti, le botole, le porte invisibili mimetizzate negli specchi servono a far circolare la massa dei lavoratori in modo che il corpo della produzione rimanga invisibile agli occhi del consumatore che sta vivendo la sua esperienza regale. È un teatro nel senso più preciso del termine: c'è il palco, c'è il pubblico, e c'è tutto quello che succede nel retropalco.
L'espansione dei volumi introdotta dalla scuola di Thomas produce però degli angoli morti in cui l'inganno si incrina. Quando l'occhio del visitatore devia dai punti focali, i tavoli verdi illuminati, le cascate artificiali, i canali al secondo piano, e intercetta gli scorci periferici della sala da gioco, la sensazione di grandezza regale collassa in squallore industriale con una rapidità sorprendente. In quei punti di fuga la luce artificiale decade e si fa livida, rivelando l'usura dei materiali di finitura e la polvere accumulata sulle altezze inaccessibili. Lo scheletro portante si palesa nella sua natura di puro capannone industriale, rivestito solo superficialmente da stucchi storicizzanti.
La disposizione geometrica delle slot machine, vista da quegli angoli con quella luce sbagliata, perde definitivamente l'aura del gioco di lusso e si mostra per quello che è: una catena di montaggio del profitto, un formicaio economico strutturato come un allevamento intensivo in cui ogni postazione è un dispositivo di cattura temporale ed economica del corpo. È in questi punti di fuga che il paradiso di marmo di Las Vegas rivela la propria identità profonda con il labirinto alienante di The Mall World: i soffitti troppo alti in cui la luce sbaglia angolo, la geometria che non quadra. L'architettura dei sogni e l'architettura del capitale si scontrano frontalmente nello stesso punto cieco.
Marc Cooper, in The Last Honest Place in America, sostiene che Las Vegas è paradossalmente il luogo più onesto degli Stati Uniti perché è l'unico in cui il capitalismo si mostra nella sua purezza predatrice, privo delle maschere morali con cui si camuffa altrove. Sulla Strip non ci sono la famiglia, il progresso o la salute come ideologie di copertura: c'è solo il denaro che cambia mano in una direzione sola. Cooper descrive anche la "Disneyficazione" della Strip negli anni Novanta, il passaggio da una Las Vegas clandestina e gestita dalla criminalità organizzata a una Las Vegas ripulita e istituzionalizzata, dominata dalle grandi corporazioni dell'intrattenimento. Il marmo del Venetian è l'infrastruttura estetica di questa mutazione: la trasformazione del vizio in consumo legittimato. Ma i predatori sono sempre presenti, hanno solo cambiato abito.

L'inconscio colonizzato
La tesi di Cooper, quella per cui Las Vegas non è la deviazione dal sogno americano ma il suo compimento, trova la propria convalida definitiva nel fenomeno di The Mall World. Il subreddit è la prova empirica che la colonizzazione dello spazio operata dal tardo capitalismo ha completato il proprio ciclo, superando i confini della veglia. Quello che Benjamin vedeva come fantasmagoria della merce ottocentesca, quello che Gruen progettava come piazza democratica, quello che Jerde drammatizzava come esperienza spaziale e Thomas elevava a opulenza sensoriale, ha prodotto qualcosa che nessuno di loro aveva previsto: un'architettura così pervasiva da diventare struttura del sogno. Non è una metafora, è la costruzione di una cultura attraverso i suoi momenti di rielaborazione onirica inconscia del vissuto.
Abbiamo interiorizzato i codici geometrici del centro commerciale, dell'hotel infinito, dei corridoi asettici dei non-luoghi e dell'iperrealtà monumentale a tal punto da averne rimpiazzato gli antichi archetipi della mente. Il labirinto medievale era la foresta oscura e il girone infernale; quello rinascimentale era la cattedrale o il giardino geometrico; quello romantico era il castello in cima alla collina nella notte. Il labirinto contemporaneo è un centro commerciale con soffitto atmosferico, canali finti al secondo piano e scale mobili che portano verso soffitti ciechi. Questo è quello che abbiamo costruito, e questo è quello che, ogni notte, torniamo a visitare.
Il punto più inquietante non è che condividiamo questi sogni, ma condividerli senza meravigliarci troppo. La community di The Mall World funziona come un gruppo di persone che si rendono conto di aver vissuto nella stessa città senza saperlo, e la reazione non è di orrore ma di riconoscimento: "Sì, anche io conosco quel posto, anche io so dov'è la scala di sicurezza nascosta, anche io ho camminato lungo quei corridoi che non finiscono mai". Il labirinto è familiare perché è la forma che abbiamo dato alla nostra enciclopedia interiore, il codice sorgente con cui due generazioni hanno imparato a organizzare il mondo. Ci siamo cresciuti dentro, letteralmente, nei pomeriggi del sabato tra i dodici e i ventuno anni.
Quando chiudiamo gli occhi e ci addormentiamo, nello spazio più intimo e privato dell'esperienza umana, ci ritroviamo a vagare lungo canali artificiali sotto un cielo di cartongesso che non si scurisce mai. Stiamo sognando il Venetian, stiamo sognando il Southdale Center di Gruen, stiamo sognando il Gaylord Resort di Grapevine in Texas, stiamo sognando le geometrie che Benjamin aveva visto nei passaggi di Parigi.
Il labirinto perfetto è quello che non riconosciamo come prigione perché ci siamo cresciuti dentro, nel quale torniamo di notte con la sensazione di tornare in un posto che conosciamo, e nel quale ci muoviamo con la sicurezza silenziosa di chi sa dove sono le uscite anche se non le ha mai usate. La cosa più strana di tutta questa storia è che, tutto sommato, è anche abbastanza comodo.
Tra poco devo fare checkout, prendere un Uber in un parcheggio caldissimo (ci sono 40 gradi a Las Vegas) e tornare in Europa. Giusto il tempo di chiudere questo non-numero di Mostly Weekly. Sono più di venti anni che per lavoro vengo a Las Vegas, soprattutto al Venetian. Mi sembra di abitare sempre la stessa stanza, quasi un'estensione di casa mia al termine di un lungo parto notturno, sballottato in un gelido cilindro di alluminio. L'unica cosa strana è che ogni tanto il letto monumentale della mia camera poggia sulla parete di destra e ogni tanto su quella di sinistra. È un indizio di qualcosa.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
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