[Mostly Weekly ~384]
Sudarci dentro e altre tecnologie
A cura di Antonio Dini
Numero 384 ~ 12 luglio 2026
Archivio: antoniodini.com/archivio/
Per iscriversi: antoniodini.com/iscrizione/
Grazie per aver aperto questa pagina! Mostly Weekly è una newsletter settimanale che esce quando è pronta, realizzata a mano, piena di refusi ma priva di algoritmi e AI (almeno quello).
Sto lavorando a un progetto "fisico" complementare alla newsletter e al sito. Ma ne riparliamo più avanti. Intanto, se volete, potete sostenere Mostly Weekly cliccando qui su PayPal (opens new window) in modalità Amici (è una donazione, dopotutto, non una compravendita). In alternativa, se vi piace questo numero, potete condividerlo con una persona cara. E grazie ai nuovi contribuenti (si dice così?). Voi sapete chi siete!
Intanto, buona lettura.

Il guerriero di successo è l'uomo comune, con una concentrazione tagliente come un laser
– Bruce Lee
Editoriale
Sudarci dentro
C'è una battuta di Watchmen che mi è rimasta impressa. Il fisico Jon Osterman, figlio di un orologiaio, trasformato in un essere quasi onnipotente che si trasferisce su Marte, rispondendo a Laurie dice: "Why would I save a world I no longer have any stake in?". (Nel film del 2009 di Zack Snyder diventa "Don't you see the futility of asking me to save a world that I no longer have any stake in?").
Le cito entrambe in inglese perché è proprio l'originale di questa frase ad affascinarmi: il suo significato ma anche la sua forma, il suo ritmo, come un ponte che termina bruscamente con la preposizione "in" spiaggiata alla fine.
Non sono mai stato particolarmente portato per "sentire" il ritmo delle frasi, in italiano o in altre lingue, né tantomeno per crearlo. Sono un lettore lento (motivo per cui da molto tempo ho deciso di essere parsimonioso o almeno deliberato con quello che scelgo di leggere nel tempo che mi rimane) e uno scrivente totalmente istintivo: butto fuori e poi difficilmente passo il tempo a riscrivere o editare. Però quella frase mi ha sempre colpito.
In tutto questo, l'intelligenza artificiale generativa è arrivata come un fulmine a ciel sereno e ha stravolto tutto e tutti. Creando delle reazioni paradossali. Ad esempio, il rifiuto dei testi scritti dall'AI (lo "slop") e la caccia all'untore di chi propaga lo slop passandolo per suo materiale.
Una delle critiche meno banali alla GenAI è legata al suo statuto ontologico: ChatGPT o Claude non sono "persone vere" e quello che scrivono è l'imitazione di un discorso di una "persona vera". Questo perché il linguaggio è uno strumento fondamentale per gli esseri umani poiché veicola contenuti e vissuti esistenziali.
Al di là degli aspetti puramente formali, l'idea è che il significato profondo di quello che diciamo origina da una serie di realtà interiori, e il linguaggio ha la straordinaria capacità di esprimerle. Le macchine non condividono la nostra realtà, non da ultimo perché sono prive di un sistema limbico (non possiedono cioè un corpo, una storia biologica e un sistema emotivo comparabile al nostro). Noi umani non possiamo concepire un pensiero che non sia legato a un'emozione e la letteratura è formidabile nel portare alla luce queste sfumature. Le macchine non hanno questo investimento, questo "stake", nel mondo.
La frase del Dottor Manhattan, che in italiano potremmo rendere "Perché dovrei salvare un mondo in cui non ho più alcun interesse?" o anche "Perché dovrei salvare un mondo che non mi appartiene più?" suona molto peggio dell'inglese originale, come dicevo sopra, ma esprime proprio quell'idea. Noi siamo "nel" mondo, loro no.
Fino a che un'AI non ci suda dentro, non ci fa fatica, non ci dorme, non ci si ubriaca, non ci rotola, si fa male, sente caldo e freddo, non si taglia con un foglio di carta sfogliando un libro, non sbatte il naso cascando mentre cerca di gattonare, non si scheggia un dente tentando di aprire un tubetto, e tutte quelle cose che facciamo noi imparandole a nostre spese, perché abbiamo un "interesse" nel mondo, ebbene fino a quel momento le sue parole saranno solo vento.
Importante
Quando gli short divennero legali negli Usa
L'ondata di caldo killer ha rivoluzionato il nostro modo di vestire, scrive il National Geographic (opens new window). Nell'estate del 1936, il Nord America fu travolto da temperature record che costarono la vita a oltre 11mila persone. Fino ad allora, le rigide convenzioni sociali dell'epoca imponevano di soffocare sotto strati di giacche, gilet e corsetti anche nei mesi più caldi. Quell'estate infernale, però, superò ogni limite tollerabile, trasformando l'abbigliamento formale in una vera e propria trappola mortale. Fu proprio per una questione di pura sopravvivenza che la società dell'epoca fu costretta ad abbattere i vecchi tabù, sdoganando una volta per tutte l'uso di t-shirt e pantaloncini corti. Un dramma storico che, di fatto, diede un forte impulso alla moda estiva per come la conosciamo oggi.
Un nuovo Egitto
L'Egitto sta tentando di ridisegnare il proprio panorama agricolo per alleviare la crescente pressione che grava sul Delta del Nilo. Il progetto "Nuovo Delta" (opens new window) è un piano che prevede il riciclo delle risorse idriche, il loro trasporto attraverso il deserto e la messa a coltura di nuovi terreni. Sebbene le prime immagini satellitari testimonino progressi rapidi, rimangono forti interrogativi sulla sostenibilità a lungo termine di questa trasformazione. Gran parte dell'acqua attualmente impiegata per irrigare i nuovi campi proviene infatti da falde acquifere sotterranee, che non si rigenerano facilmente. Disastro annunciato?
Genitori che dicono «ho sbagliato»
Prendersi la responsabilità delle proprie azioni è fondamentale anche (e soprattutto) in famiglia. Le ricerche del dottor Jean-Michel Robichaud (opens new window) dimostrano che il modo in cui i genitori rispondono quando un figlio adolescente si sente ferito o trattato ingiustamente ha un impatto profondo sul benessere dei ragazzi. Saper riconoscere un errore non è un segno di debolezza, ma un passo cruciale per riparare la fiducia ed evitare che vecchi torti non affrontati finiscano per compromettere i legami familiari a lungo termine.
Italiana
Barche
Il Bucintoro era il sogno di Raul Gardini (opens new window): un veliero di 60 metri che giace abbandonato a Porto Marghera, incompleto, surreale. Il progetto, nato nel 1991, fu interrotto dalla morte di Gardini e da varie controversie legali. Sergio Zancanella, l'ultimo proprietario, ha tentato di completare e vendere la barca, ma le difficoltà legali e finanziarie lo hanno costretto ad abbandonare il progetto. Dopo 35 anni, è sempre là, incompiuto e abbandonato.
Alla maniera di Erodoto
Una intervista a Giorgio Dell'Arti (opens new window) per presentare il suo ultimo libro. Il libro si intitola America nuda e cruda (opens new window) ed è un libro furbo perché naviga in quello spazio che c'è fra cronaca e storia, seguendo l'idea che serve rendere la personalità degli individui narrando le cose che succedevano come facevano gli antichi. Anche perché, come diceva anche Indro Montanelli, "gli storici spesso non sanno scrivere e sono noiosi". Insieme a Corrado Augias, è una figura di giornalista culturale purtroppo in via di estinzione.

Multimedia
Mac vs PC
C'è stata una campagna pubblicitaria di Apple che non è diventata iconica come ad esempio Think Different (opens new window) o prima ancora 1984 (opens new window), eppure ha sbancato. Sto parlando dei 66 spot di Mac vs PC. (opens new window) Fantastica.
Odissea
Ci sono tanti modi per rifare l'Odissea per il grande/piccolo schermo. Questa è una specie di raccolta delle principali (opens new window). È in lingua inglese, manca roba, lo so. Poi, siccome in settimana esce, il film di Christopher Nolan, che con la potenza del marketing milionario ha trasformato la rete in una sorta di convegno mondiale di filologia classica, se proprio volete leggere il testo vi consiglio il cofanetto Iliade+Odissea (opens new window) nella straordinaria traduzione in prosa di Maria Grazia Ciani. Perché alla fine l'Odissea è un sequel, no?
Tsundoku
Investigazioni
Se leggete il francese, visto che non è stato mai tradotto in italiano, il thriller di Cédric Bannel non è male: La conjuration de Tokyo (opens new window) è una storia di omicidi e indagini. Ci pensa Kido (opens new window), una specie di poliziotta dell'Onu che dà la caccia ai delinquenti finanziari e porta una clamorosa zazzera blu, si mette in caccia. L'idea dei pericolosi bassifondi di Tokyo mi fa sorridere molto.
Lessico famigliare
Anna Foa ha scritto un libro molto particolare: La famiglia F. (opens new window) La storia della sua famiglia corre in parallelo e si intreccia con quella della sinistra, della fine di un'illusione, quella del comunismo, e più in generale della politica italiana. Dentro, ci sono l'Italia (Torino, la Valle d'Aosta, Roma) ma anche la Spagna della guerra civile, il Vietnam, l'Africa, la Cina. Quella che si viene a comporre, pagina dopo pagina, è una storia particolare della sinistra italiana. I libri che si leggevano, le percezioni politiche, il modo in cui il mondo esterno veniva filtrato da quello familiare.
Coffee break
Mostly Weekly è una newsletter libera e gratuita per tutti. Se volete supportare il tempo che passo a raccogliere e scrivere le notizie, potete fare una piccola donazione su PayPal (opens new window) in modalità amici e parenti (che detto così sembra quasi un "in alto le mani, questa è una rapina", però vabbè ci siamo capiti).
Money quote
A ottantun anni aveva abbastanza lucidità per rendersi conto di essere legato a questo mondo con qualche filaccia tenue che poteva rompersi in modo indolore per un semplice cambio di posizione durante il sonno, e se faceva tutto il possibile per conservarla era per il terrore di non trovare Dio nel buio della morte
– Gabriel García Márquez, L'amore ai tempi del colera
Al-Khwarizmi
Agent coding e 100x
Una volta c'era l'ingegnere del software più bravo della media. Steve Jobs diceva che era meglio avere pochi ingegneri del software molto bravi che non tanti (opens new window). Fanno la differenza. Adesso, con l'AI, il paradigma cambia ancora: la bicicletta elettrica per la mente trasforma i 10x in 100x (opens new window). L'ingegnere del software "100x" è almeno un ordine di grandezza più produttivo della media, grazie a un mix unico di esperienza, abilità tecnica e conoscenza tacita. L'avvento del coding basato su agenti (il famoso agentic coding) non appiattisce affatto questa differenza: l'uso degli agenti AI non rende tutti ugualmente produttivi. Al contrario, l'agentic engineering è una competenza con un potenziale di crescita altissimo. Questo articolo (opens new window) analizza come si stia spostando il collo di bottiglia nello sviluppo software e spiega cosa serve per diventare un ingegnere agentic 100x.
Forza lavoro
I robot svincolano il capitale dal lavoro umano. Questo significa (opens new window) che la capacità produttiva diventa strettamente legata al numero di robot che un'azienda è in grado di fabbricare o di permettersi economicamente. Una capacità robotica forte rende possibile ciò che un tempo era impensabile. Praticamente, per la prima volta ci dimentichiamo di Marx.
Lumide
Una IDE tira l'altra, come le ciliege. Io sarei quasi tentato di capire chi le usa veramente, perché sono troppe. Comunque, ecco Luminde (opens new window), la promessa è di far fuori Electron e sfruttare la velocità nativa (del Mac in questo caso) per lo sviluppo agent-native. La presentano così: "Realizzato interamente in Flutter (opens new window) e Dart (opens new window) per chi desidera un IDE che offra le prestazioni di una vera applicazione desktop: avvio fulmineo, consumo minimo di memoria e senza il peso di Electron".
GitComet
Se invece preferite usare git con l'interfaccia a finestre anziché dalla riga di comando (io uso lazygit (opens new window), per dire) c'è questo GitComet (opens new window) che promette di fare miracoli ed è pure open source. Veloce, collaborativo, adatto ai repository belli grossi.

La coda lunga
Qualcuno che ci guardi
Proseguiamo il cammino iniziato domenica scorsa (opens new window), sempre riflettendo sull'intelligenza artificiale e la nostra cultura. Il secondo tema è il rapporto con l'Altro, l'alieno, il divino, comunque il diverso da noi. Per secoli l'umanità ha cercato un interlocutore non umano capace di confermarla, giudicarla o mettere in crisi la sua centralità: un dio, un alieno, una mente cosmica. Quello che cambia con l'AI è la forma che quel bisogno riesce finalmente a soddisfare con facilità, perché il bisogno è già assodato.
È un po' riduttivo come incasellamento concettuale, me ne rendo conto, ma per dirla spiccia: le divinità che giudicano e l'alieno che rivela il nostro posto nell'universo condividono una caratteristica precisa: sono Altro nel senso pieno, cioè resistono al nostro linguaggio, non si lasciano ridurre a ciò che vogliamo che dicano.
La fantascienza ha raccontato per decenni questa tensione, oscillando tra l'Altro come destino e l'Altro come minaccia, mentre la filosofia dell'alterità insiste sul fatto che l'incontro autentico è sempre anche una prova per chi incontra. L'intelligenza artificiale entra in questa storia con una posizione ambigua: nasce da noi, parla con le nostre parole, eppure si presenta come interlocutore. Secondo alcuni è un "quasi-Altro", un'alterità che dà l'impressione del dialogo senza portare la resistenza esistenziale di una coscienza vera.
Dal mio punto di vista il ragionamento non ruota attorno all'idea che l'AI sia cosciente o no: come stabilirlo in maniera soddisfacente per tutti? Invece, è affascinante capire cosa succede al nostro desiderio di essere guardati da qualcosa che non siamo noi.
Se ci pensate, un sistema addestrato sui nostri dati e ottimizzato per rispondere in modo plausibile può soddisfare questo desiderio profondo, ma lo fa restituendo una versione di alterità domesticata, meno opaca, meno capace di davvero spiazzarci. È lo stesso movimento che ha attraversato la storia della ricerca dell'Altro, dal dio al cosmo alla macchina, solo che questa volta l'interlocutore è un sicofante progettato per non deluderci mai.
L'assenza di delusione, in quest'ottica, è la chiave di lettura, il senso più profondo. È il segno che non stiamo incontrando un Altro. Invece, stiamo parlando allo specchio più sofisticato che abbiamo mai costruito.
Lettura consigliata: La risposta (opens new window) (Answer) di Fredric Brown.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
Ti è piaciuta? Inoltrala a chi potrebbe essere interessato
Se l'hai ricevuta, puoi iscriverti qui
L'archivio dei numeri passati invece è qui
Se vuoi contribuire al futuro di Mostly Weekly, puoi fare una piccola donazione usando PayPal (opens new window) modalità Amici
Buona domenica!