[Mostly Weekly ~401]
Tradurre il mondo
A cura di Antonio Dini
Numero 401 ~ 8 novembre 2026
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Eccoci. Grazie per aver aperto questa pagina! Questa domenica tanti pensieri. Ma è il loro ambiente naturale: Mostly Weekly è quella newsletter settimanale che esce quando è pronta, realizzata a mano, piena di refusi ma priva di algoritmi (almeno quello) che fa da casa ai tanti pensieri.
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Intanto, buona lettura.

Un uomo è disposto a camminare per otto chilometri sotto una pioggia gelida pur di sedersi in una taverna rumorosa dove il barista lo chiama per nome. Nessuno muore per mancanza di consigli. Si muore perché per dieci anni nessuno ti ha posato una mano sulla spalla
– Anonimo in rete
Editoriale
Fatigue
Se andate a leggere i commenti di Hacker News alla domanda "Siete stanchi anche voi di questa era dell'AI? (opens new window)" passa veramente la voglia. Cosa stiamo facendo? Perché lo stiamo facendo? L'ecosistema di umani più o meno connessi con i sistemi della tecnologia e del lavoro in generale è traversato da folate di hype e speculazioni finanziarie, oltre che da semplici rivolgimenti tecnologici. Probabilmente le due cose vanno assieme. La domanda diventa: come ne usciremo? Se mai ne usciremo, intendo dire.
Importante
Doctor Yellow
Sulla linea tra Tokyo e Hakata, ogni dieci giorni circa, incuneato nel mezzo degli orari normali dei treni ad alta velocità, passa a 270 Km/h un convoglio giallo di sette carrozze con i finestrini oscurati. Anche se si ferma in alcune stazioni, non sale e non scende nessun passeggero. Viaggia vuoto (a parte una cinquantina di tecnici). Gli orari non vengono pubblicati. È un treno fantasma, ma per un motivo.
Si chiama Doctor Yellow, un soprannome che si porta dietro da decenni: glielo hanno dato i ferrovieri della vecchia azienda ferroviaria giapponese, la JNR, quella che è stata spaccata con le leggi antitrust nelle attuali nove JR tra regionali e di servizio. In Giappone chi vede passare il Doctor Yellow si dice che stia per avere un po' di felicità. Niente di metafisico, comunque. Ufficialmente Doctor Yellow è il treno che ispeziona i binari e la linea dello Shinkansen.
Dentro non ci sono sedili ma strumenti che misurano l'allineamento dei binari registrando spostamenti pari o inferiori a un millimetro, e l'usura dei cavi della linea aerea. E lo fanno viaggiando alla stessa velocità dei treni di tutti i giorni, senza peraltro intralciarli.
Quando il Doctor Yellow trova qualcosa che non va, registra con estrema precisione la posizione in cui si trovava e poche ore dopo, durante la pausa notturna, intervengono sul punto segnalato le squadre per le riparazioni. Ogni dieci giorni il giro ricomincia.
Lo Shinkansen non ha mai avuto, dal 1964, un passeggero morto per un deragliamento o uno scontro, con ben più di sette miliardi di viaggiatori trasportati. Non è merito del solo treno giallo, ci sono anche i sistemi automatici che controllano la marcia, ma il treno giallo è la parte visibile di un modo di lavorare: assicurarsi che i binari siano a posto prima che succeda qualcosa.
Una strategia di questo tipo, un treno costruito con il solo scopo di prevenire i problemi, non si giustifica soltanto facendo i conti. È una questione culturale. Serve chi lo progetta, chi lo guida, chi ripara quello che trova, e serve un Paese in cui un ferroviere un giorno dà un soprannome affettuoso a un treno di servizio e man mano tutte le altre persone, dentro e poi fuori dall'azienda dei trasporti, lo adottano, fino a sentirsi fortunati quando lo incrociano. La passione per il lavoro fatto bene è in ogni anello della catena, compreso l'ultimo, quello di chi non c'entra nulla e si limita a essere contento.
Il treno giallo, a dire il vero, sta andando in pensione. Quello di JR Central ha fatto l'ultimo viaggio a gennaio del 2025, quello di JR West resta in servizio fino a gennaio del 2027 ma la società non ha costruito un successore: i controlli passeranno a normali treni N700S di linea, dotati degli stessi strumenti. Infatti, gli strumenti si possono montare su qualunque treno. Quello che da noi non c'è più è l'altra metà del lavoro, la voglia di guardare con cura una cosa che funziona prima che smetta di funzionare, e magari di volerle anche un po' di bene.
Italiana
Il filo non è rosso e non è un filo
Diciamoci la verità: l’AI non ha inventato i nostri problemi. Nel senso: creatività, diritto d’autore, disuguaglianze di genere, lavoro e ambiente: dietro le discussioni sull’AI si nascondono conflitti molto più antichi. E una domanda che continuiamo a evitare: chi decide, chi guadagna e chi paga? Un bell'articolo di Lorenzo Gasparrini sull'Indiscreto (opens new window).
Multimedia
Zelda
Il gioco più fico dell'anno? Zelda Ocarina of Time remake per Switch 2 (opens new window) (era un gioco del Nintendo 64, ce l'ho ovviamente).
Psion
Il miglior computer ultraportatile al mondo? Secondo me era lo Psion Serie 5. Lo pensa anche lui (opens new window). Fico.
Cosa si può prendere
Ok, secondo me queste (opens new window) presto si porteranno a casa il carrello dell'aereo o un alettone. Secondo me, eh.
Posti da visitare
Le più belle toilet in Norvegia (opens new window). Praticamente ti passa la voglia di stare sui social mentre vai.

Tsundoku
Scimmiotto
L'altro giorno ho comprato Scimmiotto (opens new window) su Vinted. Ci ha messo un po' ma è arrivato: ormai Vinted è diventata la mia droga per acquistare i libri. La mia è una ristampa recente (del 2023) dell'edizione Adelphi del 1971, traduzione dell'edizione inglese curata nel 1942 da Arthur Waley (opens new window), uno dei più famosi orientalisti britannici e personaggio a sua volta molto particolare.
La sua è un'edizione fortemente ridotta rispetto all'originale, che un po' di tempo fa è stato tradotto integralmente dal cinese in italiano da una nostra piccola casa editrice indipendente, Luni. L'edizione di Luni sono due volumi intitolati come l'originale, Il viaggio in Occidente (opens new window), e corrono per 1600 pagine o giù di lì. Invece l'edizione Waley-Adelphi si ferma a circa 380.
La chiave di queste riduzioni è il modo con cui vengono fatte. Con i classici più verbosi soprattutto se provengono da lingue culturalmente lontane e sono a rischio di non essere letti, a lungo ha prevalso l'approccio del compendio: i lunghissimi e numerosissimi capitoli (100 in tutto) sono ridotti con lo strumento della sintesi. In pratica, vengono pubblicati tutti gli episodi di cui si compone il testo originale, ma fortemente sforbiciati, eliminando soprattutto i dialoghi. Un condensato, insomma.
Invece, l'edizione dello Scimmiotto di Waley fa la sua cernita all'opposto: solo alcuni episodi (30), ma tenuti integralmente o quasi; vengono tralasciate solo le parti in versi, che hanno una pessima resa in inglese e, si può pensare, anche in italiano.
Rimane a questo punto il perché leggerlo. Ed è un gran perché: Lo scimmiotto è una delle maggiori opere narrative e fantastiche del mondo cinese. È stato scritto da Wu Ch'êng-ên, letterato e (mediocre) poeta vissuto tra il 1505 e il 1580. La narrazione trae lo spunto dal pellegrinaggio in India (partendo dalla Cina è un viaggio verso ovest), alla ricerca dei testi della religione buddhista, da parte di Tripitaka, cioè di Hsüan Tsang, noto personaggio storico vissuto nel VII secolo.
L'autore, che ha una qualità discontinua ma una mano se non altro abbondante, si è servito di storie, leggende, apologhi e racconti proliferati intorno a questo mitico viaggio verso l'occidente alla ricerca della saggezza, entrati anche nella composizione di popolarissime storie per il teatro. Ha fatto insomma un'opera di collazione, erudizione e rimaneggiamento, spostandosi nettamente sul campo di quelli che dicono che non s'inventa niente ma tutto si ricicla. Poteva essere un disastro ma per fortuna Wu Ch'êng-ên ha fatto la magia: il suo libro è unico nel suo complesso di bellezza e di assurdità, di profondità e di insensatezza. Folklore, allegoria, religione, storia, satira antiburocratica e pura poesia. Con i burocrati che sono Santi nel cielo, perché la religione cinese dichiarava con grande trasparenza l'ordine delle cose sopra di noi in simmetria e continuità con quelle tra di noi, cioè la burocrazia imperiale, che tutto vedeva e su tutto disponeva.
L'intenzione e il risultato sono molto diversi, ma se volete, questo è un altro Mille e una notte (opens new window), che, come ho raccontato altre volte, ha tutta una sua storia nella storia di raccolte, traduzioni, edizioni, invenzioni, variazioni. Ma è anche un Don Chisciotte (opens new window), un Decamerone e una specie di allucinato viaggio metafisico con personaggi allegorici (Scimmiotto, Porcellino, Sabbioso, oltre a Tripitaka). Soprattutto, è uno dei quattro grandi romanzi classici cinesi. Adesso è là, in coda, tra qualche mese vedremo.
Coffee break
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Money quote
Ancora la Cina
Sfrutto lo spazio di questo Money Quote per tornare a Waley. Nato Arthur David Schloss (1889-1966), nel 1914 la sua famiglia assunse il cognome della nonna materna Waley a causa della crescente ostilità antitedesca durante la Prima guerra mondiale, e intanto studiò lettere classiche a Cambridge. Nel 1913 andò a lavorare come assistente curatore al British Museum e imparò da autodidatta cinese e giapponese per gestire la catalogazione delle rispettive collezioni d'arte, diventando fluente in entrambe le lingue. Poi, dal 1929 lasciò il lavoro al museo e si dedicò alla letteratura, frequentando tra le altre cose il Bloomsbury Group. Fu uno dei primi a riconoscere Ronald Firbank come autore di rilievo, tanto che scrisse l'introduzione alla prima raccolta di Firbank insieme a Osbert Sitwell.
Ezra Pound criticò le sue traduzioni dal punto di vista stilistico (troppa testa e poco cuore), ma Waley privilegiò sempre un approccio centrato sul significato, su ciò che veniva detto, poiché il significato e non lo stile sarebbe stato considerato più importante per il lettore occidentale moderno. Sostanzialmente un autodidatta, ottenne riconoscimenti pubblici di rilievo per i meriti culturali del suo lavoro di traduttore. Lo storico della Cina Jonathan Spence (opens new window) ha scritto una pagina (opens new window) molto interessante sulle sue traduzioni:
Waley ha selezionato i gioielli delle letterature cinese e giapponese e se li è quietamente appuntati al petto. Nessuno aveva mai fatto nulla del genere, e nessuno mai più lo farà. Ci sono moltissimi occidentali la cui conoscenza della Cina e del Giappone è maggiore della sua, e forse ce ne sono diversi che sanno gestire bene entrambe le lingue. Ma essi non sono poeti, e coloro che sono poeti migliori di Waley non conoscono il cinese o il giapponese. Anche lo shock non si ripeterà, poiché la maggior parte delle opere che Waley scelse di tradurre erano sconosciute all'Occidente, e il loro impatto era perciò ancora più straordinario.
Al-Khwarizmi
Cybersecurity obbligatoria
Un attimo di distrazione prima di riprendere i temi classici con la coda lunga: il debito tecnologico. L'AI ci sta costringendo a prenderlo di petto e pagarlo perché il "costo" e l'attrito per trovare vulnerabilità ed exploits sta diventando minimo (E potrebbe arrivare a zero). Benvenuti nell'era del refactoring massiccio (opens new window).
Leggere i pesi
Intanto, a quanto pare (lo dicono un gruppo di ricercatori guidati da Rikiya Takehi) gli LLM possono leggere e scrivere nativamente (opens new window) i pesi delle reti neurali. Le conseguenze sono abbastanza notevoli. GPT-6 Astra costruisce reti dove giocare online e corregge i loop matematici di Qwen3.5-0.8B tramite modifiche minime, aumentando i risultati di MATH-500 e IFEval. Questa capacità di ragionamento può trasformare l'ottimizzazione e l'interpretabilità (visto che sopra parlavo di quarant'anni di debito tecnologico). E non serve avere a disposizione un modello LLM di frontiera: questo tizio (opens new window), Simon Willison, usando il solo Qwen 3.8 27B sul suo laptop ha interpretato i pesi grezzi per creare i giochi Breakout, Pong e Pac-Man senza strumenti.
Window-sweaters
Avete presente i golfini della nonna, tutti colorati? Ecco, questo sviluppatore ha fatto l'app gratuita (opens new window) per mettere il golfino colorato alle finestre del Mac. Vabbé. Si vede che quest'anno lo spirito natalizio arriva prima. C'è anche su homebrew, tra le altre cose.
OmniDiff
Per fare i diff su git (e non solo) con un sacco di opzioni e anche scritto in rust, quindi veloce e solido. Si chiama OmniDiff (opens new window).
Git for the US code
C'è questo problema dell'incrocio tra legge e intelligenza artificiale. Perché la manipolazione automatica del testo si sposa benissimo con il diritto. Ecco, negli Usa sperimentano varie cose. Questo è un pacchetto commerciale (opens new window), per dire dove sono arrivati.

La coda lunga
Emily Wilson
Nei giorni scorsi è tornata a galla l'Odissea di Christopher Nolan perché Elon Musk ha fatto realizzare il suo video demenziale creato dall'AI (del quale ho scritto su Fumettologica). A me il film di Nolan è piaciuto a targhe alterne (opens new window), nel senso un giorno sì e l'altro no (opens new window). Però è un filmone grande, grosso, denso e costoso, che si porta dietro tante altre cose, tra le quali c'è un passaggio in particolare che mi aveva colpito.
È quando Christopher Nolan ha raccontato di essersi appoggiato alla traduzione di Emily Wilson (opens new window) per il suo film. Uno può anche dire "Ecchissene", perché sapere a quale traduzione italiana faccia riferimento un ipotetico adattamento nostrano dell'Odissea non interessa a nessuno (tranne che ai diretti interessati, immagino). Poi ho pensato: magari questa versione è davvero wow, una performance, un pezzo originale, un assolo lirico, una vera riscrittura. Tipo quando Aldo Busi fece la "traduzione" in italiano contemporaneo del Decamerone di Boccaccio: alla fine la sua rilettura era un libro di Busi più che di Boccaccio (a proposito: questa estate invece ho letto Il Decamerone in italiano contemporaneo (opens new window) di Alberto Cristofori e mi è piaciuto molto).
Torniamo a Emily Wilson: probabilmente nessuno qui da noi ha letto la sua traduzione in inglese dell'Odissea (2017). Invece, passa quel che viene raccontato nelle schede editoriali, cioè di solito due cose: che la sua è la prima traduzione dell'Odissea in inglese fatta da una donna e che la traduttrice ha fatto una scelta lessicale forte fin dal primo verso del primo canto. Udite udite, la Wilson ha reso polytropos, l'epiteto con cui il poema presenta Odisseo nel primo verso, con «a complicated man», dopo che gli autori delle traduzioni canoniche in quella lingua avevano usato un altro approccio: Richmond Lattimore aveva scritto «the man of many ways» e Robert Fagles «the man of twists and turns». Però, ripeto: chissene. Io di recente ho letto il dittico omerico nella traduzione in prosa di Maria Grazia Ciani e non mi sembra che nessuno si sia emozionato, nonostante la qualità della traduzione sia semplicemente straordinaria. Forse perché il mercato in lingua inglese è più grande? Boh, confesso che non lo so. Allora sono andato a guardare meglio, per capire cos'è tutto questo movimento attorno a una traduzione.
Cominciamo da Wilson: insegna lettere classiche all'università della Pennsylvania, ha ricevuto una MacArthur Fellowship (la "borsa dei geni") e nel 2017 ha tradotto l'Odissea, poi nel 2023 anche l'Iliade. Ma lo ha fatto in maniera particolare: ha tradotto tutto in pentametri giambici con lo stesso numero di versi dell'originale (12.110, per l'Odissea). Le donne che molti traduttori (anche nostri) avevano sistemato tra le ancelle, lei le chiama «slaves», le schiave. E molte altre scelte lessicali sono coerenti con un'idea particolare di traduzione (ci arrivo subito). Poi, cosa che me la rende già più simpatica, ha anche criticato con durezza la sceneggiatura di Nolan, giudicandola più povera del testo omerico. Tuttavia, definirla «la più importante traduttrice di molte generazioni» è un'iperbole da titolo di giornale; che abbia cambiato il modo in cui il pubblico anglofono legge Omero invece è molto più difficile da contestare. Ma lo ha fatto per un motivo che non sapevo ma che mi interessava capire.
Tutto questo clamore attorno a una traduzione ha una spiegazione difficile da capire per noi italiani, perché non dipende dal modo con cui è stato trattato il singolo poema: invece è per motivi strutturali. Nei paesi anglosassoni a scuola il greco si studia molto poco e il latino poco più (ma sempre poco). Non lo sa nessuno, tranne gli addetti ai lavori. Per questo la traduzione di un testo classico è la porta d'ingresso a Omero per quasi tutti i lettori, e ogni nuova versione finisce per "fare da Omero" a una generazione intera.
Parliamo della traduzione più recente. L'Iliade di Wilson è uscita da Norton e ha avuto l'attenzione riservata alle grandi novità, con recensioni sul New York Times. Di Maria Grazia Ciani invece si parla sulla Prealpina (opens new window). La tradizione dei grandi traduttori in lingua inglese, del resto, è lunga. Alexander Pope tradusse l'Iliade in distici eroici tra il 1715 e il 1720 e ne ricavò una fortuna, cosa rarissima per un poeta; John Keats scrisse un sonetto sulla prima lettura dell'Omero di George Chapman; nel Novecento Lattimore, Robert Fitzgerald e Fagles hanno avuto ciascuno il proprio momento di cattedra e di fama. Tradurre i classici, in quel mondo, è un mestiere con la firma in copertina, i premi, il pubblico, e il traduttore entra nel canone accanto all'autore.
In Italia la distribuzione dei ruoli è molto diversa. Il liceo classico, con il greco e il latino insegnati per più di un secolo a milioni di studenti, ha alimentato un mercato di testi di servizio: edizioni economiche, testi a fronte, note e apparato critico, parafrasi inclusa, pensate per stare sul banco e in biblioteca più che per essere recensite. La traduzione serviva ad accompagnare l'originale, e l'accademia ha fatto di conseguenza i propri conti.
Nei concorsi universitari per i candidati contano l'edizione critica, la papirologia, la storia della tradizione dei codici, la monografia storiografica alla Luciano Canfora, mentre tradurre una tragedia, anche benissimo, finisce nella casella della divulgazione e non fa altrettanti punti. Maria Grazia Ciani, che pure è stata ordinaria di Storia della tradizione classica a Padova, e Rosa Calzecchi Onesti (altro nome fenomenale) hanno formato generazioni di lettori senza mai trovarsi recensite dal Corriere della Sera o al centro di una polemica con un regista alla moda.
Le cose sono poi un attimo ancora più complicate. Esiste infatti anche un modello editoriale praticamente solo italiano, quello della Fondazione Lorenzo Valla (opens new window) (Mondadori), dove cattedratici come Giuseppe Aurelio Privitera (opens new window), Dario Del Corno (opens new window), Franco Ferrari (opens new window) (di cui qui parla il manifesto (opens new window)) e Luigi Enrico Rossi (opens new window) traducono e insieme commentano, con apparati filologici da specialisti, testi fondamentali creando edizioni di riferimento internazionali.
Per dire, io ci ho messo quasi un anno ma mi sono letto libro dopo libro le Storie di Erodoto (opens new window) nell'edizione Valla (opens new window) e credo sia stata una delle esperienze più importanti della mia carriera di "lettore colto", come lo definiva Pietro Citati, cioè «il lettore che voglia accostarsi ai testi fondamentali delle nostre origini con una guida sicura e autorevole». Curioso ma non specialista: uno di quelli che desiderano leggere l'Iliade, Platone o i Padri della Chiesa traendone un piacere letterario ed esistenziale, senza per questo possedere una laurea in lettere antiche.
In questo senso chi traduce è fondamentale, ma da noi ha un sapore diverso. Traduce innanzitutto il traduttore: i grandi come Manara Valgimigli (celebre per Platone), Ettore Romagnoli, Gennaro Perrotta. Ma c'è spazio anche per i poeti, chiamati a tradurre perché il loro nome pesa. I Lirici greci (opens new window) di Salvatore Quasimodo, del 1940, si legge come poesia di Quasimodo oltre che come traduzione di Saffo e Alcmane; fu Cesare Pavese, da Einaudi, a spingere Calzecchi Onesti verso l'Iliade; Pier Paolo Pasolini tradusse l'Orestea per la rappresentazione di Siracusa. Più indietro, nell'Ottocento, Vincenzo Monti diede all'Italia la sua Iliade, e il proemio circola ancora nelle antologie scolastiche.
Quello che negli Stati Uniti si concentra su una sola persona, da noi è stato distribuito tra la scuola, la filologia e la poesia, e nessuna delle tre ha avuto bisogno di fare di una brava e colta traduttrice una celebrity per esistere. Monti, per giunta, il greco non lo sapeva, eppure ci ha dato (opens new window):
Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
Ci sono la mênis e l'oulómenos, sostantivo e participio aggettivale, che si legano e diventano "l'ira funesta", cioè tremenda e dannata. Mic drop.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
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