[Mostly Weekly ~398]
Ma perché ci serve ancora l'automobile?
A cura di Antonio Dini
Numero 398 ~ 18 ottobre 2026
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Grazie per aver aperto questa pagina! Mostly Weekly è una newsletter settimanale che esce quando è pronta, realizzata a mano, piena di refusi ma priva di algoritmi (almeno quello!).

Quando individuiamo i punti in cui il nostro privilegio si interseca con l’oppressione altrui, scopriamo le opportunità per realizzare un cambiamento concreto
– Ijeoma Oluo
Editoriale
Ripensare l'auto
Dopo che Alfa Romeo ha presentato la sua nuova Cuorerosso, dopo che Citroën ha presentato la 2CV elettrica (e le altre di Stellantis (opens new window)), dopo che Porsche ha appena presentato la sua nuova Mission S (opens new window), Tesla ha presentato la sua Roadster (opens new window) che ha una caratteristica: può volare.
Ne stanno parlando tutti, sui social le battute contro gli altri produttori si sprecano, il trionfo di immagine (e di integrazione verticale fra le varie aziende del gruppo, cosa di cui Elon Musk è maestro) è enorme. Ci sono alcune considerazioni a margine che si possono fare.
L'ultima auto guidabile dagli esseri umani, secondo Musk, ha caratteristiche inedite rispetto alle altre automobili. Intanto il modo con il quale è stata fatta. Otto anni fa Musk aveva detto che avrebbe fatto un'auto volante, otto anni dopo la gente se n'era dimenticata e aveva persino smesso di prenderlo in giro. L'ha fatto, spremendo in modo impossibile i suoi ingegneri. Dall'impossibile è uscita fuori la Roadster, qualcosa che altrimenti non sarebbe mai stato fatto così.
La presentazione stile Hot Wheels. La maggior parte dei racconti che ho visto sui social sono basati sul fatto che non sia un fake fatto con l'AI: lo ha detto lo stesso Musk spiegando al pubblico presente perché era presente: "Così potete testimoniare che è vero". È la misura del tempo (e della realtà) in cui viviamo: tutto è un falso credibile. Il disincanto, che è uno dei grandi mali del nostro tempo, ci distruggerà?
La Roadster è una lezione di strategia: non puoi essere più italiano di Ferrari o Lamborghini, più giapponese di Toyota, più tedesco di BMW. L'unica cosa che paga è essere se stessi. Tesla ha costruito una identità, e funziona alla grande.
Infine, il "senso" dell'auto, che è un patto sociale, nel senso che le tecnologie di per sé non dicono niente: è il modo con il quale i prodotti vengono negoziati con i clienti e addomesticati che conta, almeno IMHO. Bene, questo patto è saltato da tempo.
Per questo l’industria automobilistica sta vivendo una crisi di senso, cortocircuito d'identità. Per un secolo l’auto è stata un patto chiaro: un oggetto meccanico, solido, destinato a durare, capace di vendere autonomia e status. Ha funzionato anche se era un mostro che ha divorato la campagna, la città, gli spazi, con enormi tributi di sangue (le vittime degli incidenti) avvelenando il mondo (le emissioni) e creando conflitti mondiali (il petrolio del Medio Oriente è l'arma geopolitica più micidiale della storia). Senza contare che siamo troppi, le auto si impicciano tra loro, non fanno quello che dovrebbero, e costano pure troppo care perché ci stiamo impoverendo.
Per questo oggi quel patto svanisce, mentre i costruttori rincorrono una nuova narrazione tecnologica fatta di batterie, intelligenza artificiale e guida autonoma. La macchina come un iPad con le ruote. Nessuno incarna questa frattura meglio di Tesla: da un lato promette un futuro senza conducente con un Full Self-Driving ancora impigliato tra entusiasmi e battute d'arresto; dall'altro ha rinviato per anni l'uscita della Roadster, simbolo di una prestazione pura che quando arriva contribuisce in maniera secondo me determinante a ridefinire il senso e il gusto del mondo di oggi. Non a caso la Roadster è "l'ultima macchina". Va ancora venduta come auto ma bisogna spiegare che praticamente non lo è più: è un'auto che vola.
Il paradosso dell'auto "vecchia" sta nella proprietà soverchiante della tecnologia digitale, con la quale abbiamo stabilito tutto un altro patto: l'obsolescenza incorporata. Siamo passati dall'acquistare una certezza ingegneristica (l'auto alla tedesca, per capirsi, o alla giapponese) al comprare un dispositivo esposto a un'obsolescenza precocissima. La carrozzeria promette di resistere negli anni, mentre il software invecchia prima del primo tagliando. E tutto questo mentre le auto moderne convenzionali, invece di alleggerire l'esperienza al volante, la sovraccaricano di schermi, notifiche e interfacce superflue. Promettono di guidare al posto nostro, ma alla fine non è vero.
Prima di tutto, prima di ripensare i vari modelli in chiave emozionale o hi-tech, l'intero settore automobilistico secondo me dovrebbe rispondere a una domanda più profonda: perché dovremmo continuare a ritenere indispensabile l'automobile?
Importante
No, non è un Nobel
Il premio per l'economia non è un Nobel, almeno non nel senso in cui lo sono quelli per la fisica, la chimica o la medicina. Alfred Nobel nel testamento del 27 novembre 1895 (opens new window) non lo prevedeva: lo istituì nel 1968 (opens new window) la Sveriges Riksbank, la banca centrale svedese, e fu assegnato per la prima volta l'anno dopo. Il nome ufficiale è lungo e un po' difensivo, e nessuno lo usa. Il successo è stato tale che oggi lo mettiamo senza pensarci nella stessa fila degli altri, e questo ha fatto per l'economia ciò che nessun manuale era riuscito a fare: l'ha resa una scienza "dura" agli occhi di tutti. L'economia in realtà è una scienza sociale con tanta matematica (oh yeah).
Poi viene il paradosso. Gli economisti che lasciano la traccia più profonda non sono quelli che hanno fatto "soltanto" economia. Hayek vinse nel 1974 per la teoria monetaria e dei cicli, ma ciò che resta di lui sta in The Road to Serfdom e nella teoria della conoscenza dispersa, cioè in una filosofia politica e sociale. Friedman, nel 1976, è entrato nell'immaginario più con Capitalism and Freedom e con la serie televisiva Free to Choose che con la teoria del consumo. Buchanan ha portato gli strumenti dell'economia dentro la politica, Becker dentro la famiglia e il crimine. Perfino Acemoglu, premiato nel 2024, si sta spostando verso lo studio della democrazia. Come i grandi filosofi del pensiero, gli autori delle dottrine politiche del passato, che oggi sembrano un ricordo piuttosto arcaico. È il vizio dell'essere contemporanei: pensare che la propria epoca, il tempo presente, sia diverso da tutti gli altri. No, siamo parte anche noi della storia, e gli economisti fanno in realtà il lavoro che facevano Hobbes, Locke, Hume, Machiavelli e compagnia danzante.
Attenzione, la lista dei Nobel per l'economia che ho messo sopra è legata alla tradizione liberale classica. Ma il criterio regge anche cambiando i nomi, perché il premio riconosce la tecnica e la memoria sceglie chi ha varcato il confine tra le discipline. Per questo il suo finale va a Adam Smith, che di Nobel non ne ha mai vinti. Alcune sue spiegazioni sono superate o imprecise, e tuttavia a più di due secoli di distanza lo leggiamo ancora, se non altro per criticarlo, come facciamo anche con Marx ed Engels. Sono "scientifici" anche loro, dopotutto.
Piero Calamandrei
Il testo più famoso di Piero Calamandrei (opens new window), l'epigrafe per il «camerata Kesselring» (opens new window), lo ha scritto un uomo che non ha combattuto. Nel 1944 Calamandrei aveva cinquantacinque anni, a prendere le armi furono i più giovani, tra cui il figlio Franco e alcuni suoi allievi, e lui invece si portò dietro il tormento di sentirsi un disertore. È notevole che la voce più potente della Resistenza sia venuta da chi la sostenne in un altro modo: con l'educazione antifascista prima, con la costruzione di una memoria civile dopo. Nel frattempo aveva collaborato al codice di procedura civile del 1942 (opens new window), una grande opera del regime, convinto di poter dare agli italiani un codice migliore. Una figura dalle tensioni storiche e personali potenti, e per questo meno monumento e più utile.
Alla Costituente (opens new window), Calamandrei, che era stato eletto con il Partito d'Azione (opens new window), fu sconfitto più volte: sui Patti Lateranensi, sul presidenzialismo, sull'ammissione esplicita delle donne alla magistratura, sul ricorso diretto delle minoranze parlamentari alla Corte.
Diffidava dei diritti sociali enunciati senza i mezzi per realizzarli, e temeva che le promesse inadempiute finissero per screditare la Carta intera. Qui secondo me sta la sua modernità: capì prima di altri che una costituzione approvata è l'inizio di un lavoro e non la fine. Chiamò sulla "sua" rivista Il ponte (opens new window) «ostruzionismo di maggioranza» il ritardo nell'attuare gli istituti pensati per limitare chi governa, una formula che si adatta a quasi ogni stagione politica (opens new window) senza bisogno di aggiornamenti.
Per questo la difesa della Costituzione, per lui, passava dalla scuola. Nel suo discorso agli studenti milanesi del 1955 (opens new window) ha tradotto il linguaggio dei giuristi in cose comprensibili a tutti: la libertà come l'aria, di cui si capisce il valore quando manca. L'anno dopo, con la Corte costituzionale finalmente in funzione, fu avvocato nel giudizio che si concluse con la prima sentenza (opens new window), quella che affermò il controllo anche sulle leggi anteriori alla Carta. Insegnare la Costituzione, per Calamandrei, voleva dire pretendere che producesse effetti. Morì pochi mesi dopo, il 27 settembre del 1956.
Italiana
Lunario per l'anno 2027
Martedì scorso era quel giorno dell'anno in cui mi arriva con la posta "Il vero Sesto Cajo Baccelli (opens new window)" edizione 2027 della guida dell'agricoltore: lo storico lunario tascabile intitolato allo "strolago" di Brozzi. È una cosa minima dal costo ancor più minimo (2,90 ma una volta costava ancora meno) che un paio di anni fa avevo deciso sarebbe stato l'oggetto di riferimento da realizzare con i materiali di questa newsletter (a un prezzo meno modico). Un oggetto fisico per i lettori più appassionati.
Sono anni che dico agli studenti che quando si fa qualcosa in fase di concezione bisogna prestare attenzione a tutta una serie di cose: l'idea, il formato, il pubblico, l'originalità eccetera eccetera e poi non ultima anche la producibilità. Cioè se qualcosa sia realizzabile o no, e con quale sforzo. Ecco, dovrei proporgli Il vero Sesto Cajo Baccelli come esempio, perché nonostante sia un oggetto apparentemente semplice, (sono 100 pagine in formato super-pocket gustoso, con la costola spillata e una grafica diciamo essenziale) in realtà c'è parecchio studio e lavoro, a partire dalla tipografia (dietro all'Edizione Ofiria c'è la Giunti) che lo impagina e lo stampa e lo spilla con la carta celeste un po' più spessa a fare da copertina. E dentro una buona carta che non sbava e non spande per il testo. Insomma, è un giocattolino, ma ben fatto.
Se poi qualcuno sa come fare materialmente, a prezzo modico, qualcosa del genere, parliamone. Invece, ecco, sia quel che sia, l'edizione del 2027 è memorabile: riporto qui sotto il perché.
E son centocinquanta! Non ci credo:
mi pare ieri che s'è cominciato.
Ma se mi volto indietro, non par vero,
che tutto questo tempo sia passato...
Grazie di cuore, con voi la strada è lieve,
e questo mio cammino agile e breve.

Multimedia
Le sorprese non mancano mai
Il GameBoy non è solo la prima, grande, epica console per videogiochi portatile a cartucce di Nintendo. È anche uno dei soggetti preferiti da chi crea emulatori, cioè software in grado di far credere al software delle cartucce di videogiochi (le rom) di funzionare nel loro ambiente naturale anziché in una simulazione. Gli emulatori sono stati portati in vari contesti, ma questo GameBoy on E-Paper ESP32 at 30FPS (opens new window) è semplicemente fantastico. Quando pensi che non sia più possibile fare qualcosa di sorprendente.
Finding Nema
Qui il tema non sono gli adattatori per i viaggi con la spina giusta per la presa elettrica giusta (ci sono siti dedicati a quello (opens new window)). No, qui si spiega con un dettaglio straordinario (opens new window) come funzionano le prese elettriche degli Stati Uniti. Cioè, non come funziona il sistema. Non la distribuzione, non le reti e le linee: solo la parte terminale degli impianti. Se volete crearvi una nuova carriera come elettricisti negli Usa, potete cominciare da qui.
Mamma ho scritto un software
Gli agenti di programmazione stanno rivoluzionando le nostre routine e le nostre aspettative sullo sviluppo software. Stiamo assistendo alla fine della programmazione (umana), dove la creazione di software sarà appannaggio esclusivo degli agenti? Martin Odersky ci spiega (opens new window) perché in realtà nì, cioè no e sì allo stesso tempo. (Fa parte di Scala Days (opens new window)).
Scusate sono in un meeting
Non volete essere disturbati e la scusa è che siete in un meeting? Ecco la simulazione di una call su Teams (opens new window) con varia gente che parla a vuoto, anche in italiano. Molto utile anche se vi sentite soli e non avete amici.
Suoni
Suoni (opens new window), che altro?
Tsundoku
Scrivere con l'AI
Ci sono varie posizioni sull'uso dell'AI. Questa riguarda la qualità nella scienza (opens new window): articoli che nessuno ha mai letto né leggerà mai, nemmeno i loro autori. Si tratta di cose di bassissima qualità, spesso capitoli di libri che Springer Nature e altri editori vendono in abbonamento. Qualche volume cartaceo viene persino ordinato da bibliotecari sprovveduti che pensano di spendere bene i soldi dell’università. Nessuno leggerà mai niente di tutto ciò, e se qualcuno ci provasse, andrebbe incontro a uno shock notevole. Come nel caso in questione di uno spagnolo di nome Álex Escolà-Gascón, professore di Esorcismo e Apparizioni Divine (?), che si è inventato un bizzarro trial clinico per dimostrare l’esistenza dell’anima immortale e della vita dopo la morte. Anche solo l’immagine usata nell’abstract è un bell’esempio di schifezza generata dall’AI: puro slop.
Farsi nuovi amici
Trovare e mantenere amicizie autentiche da adulti sembra un'impresa ogni giorno più difficile. Lee Arden prova a spiegare cosa c'è davvero dietro: la precarietà del lavoro, case costose che favoriscono l'isolamento e una cultura che mette la vita di coppia sopra ogni altra cosa. Intrecciando interviste, dati ed esperienze personali (con un'attenzione speciale alle comunità queer), The Politics of Lonely (opens new window) esplora però anche l'altro lato della medaglia: come si possono rifondare i legami partendo da risorse condivise, nuovi ritrovi e celebrazioni collettive.
La minaccia dei tecno-miliardari
Dal manifesto libertario degli anni ’90 The Sovereign Individual (opens new window) fino ai vari Thiel, Andreessen e Musk, il giornalista Gil Durán con il suo libro The Nerd Reich (opens new window) riavvolge il filo di un disegno preciso: rimpiazzare i governi eletti con un potere aziendale diretto, a partire dalla Casa Bianca. Forte della sua esperienza nella politica di San Francisco, Durán firma un resoconto lucido su come propaganda, criptovalute e AI siano diventate armi al servizio di questo progetto.
Coffee break
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Money quote
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
– Piero Calamandrei, Lapide ad ignominia (epigrafe per il Palazzo comunale di Cuneo, 4 dicembre 1952)
Al-Khwarizmi
Fare le cose
C'è una nuova alluvione di app e software per "fare le cose", basate in maniera più o meno vaga su GTD (mitico metodo (opens new window)) e sulla grafica di Things (opens new window) (che è lo strumento che uso da una vita). In questo caso Stuff (opens new window), nome che fa rima con Things, per l'appunto. Quelli nuovi sono tutti più o meno sempre più connessi all'intelligenza artificiale o pensati per la collaborazione.
Ricordare le cose
All'altro estremo dello spettro ci sono i sistemi basati sull'intelligenza artificiale che permettono di "guardare" tutto quello che avete accumulato sul computer e nei vari servizi e trasformarlo in "conoscenza". Clipto è uno di quelli (opens new window). Sono le soluzioni artigianali che stanno già andando in crisi rispetto agli agenti dei grandi produttori come Meta, OpenAI, Google, Anthropic, Microsoft, Apple eccetera.
Lavorare con le cose
Infine, Tiny Little Office (opens new window), una micro suite di programmi elementari per la produttività personale, sta tutta nel browser, non salva niente, permette di recuperare le cose perché i contenuti diventano l'URL del sito (crittati e organizzati in altra maniera). Idea ingegnosa, ma la cosa interessante non è la suite, quanto la sua realizzazione: vibe coding. È il momento in cui un programmatore da solo, se ha abbastanza token, può fare praticamente tutto. Ha le competenze, deve avere le idee, al resto pensano gli agenti.
Dock
Cose (in)utili: una ricerca su tutte le varianti del Dock di mac OS (opens new window), dal primo Mac OS X all'attuale macOS 27, rese in alta definizione. Strano e piuttosto inutile ma visivamente un viaggio nel tempo, se siete utenti Mac di vecchia data.
Self hosting
Un articolo (opens new window) che è andato virale nella parte nerd della rete: nell'epoca degli agenti è diventato molto più facile fare self hosting. Basta sapere come gestire le cose, a farle ci pensa l'AI. Intrigante. Se uno non avesse altro da fare, potrebbe provarci.
La strada di casa
Date un'occhiata (opens new window) alla tilde nel vostro PATH, potrebbe non essere la HOME. Sul serio.
Riff e raff
Con Guitoro (opens new window) non imparerete mai a suonare la chitarra ma almeno un po' vi divertirete (spero).
The Lightbulb Computer
Un'idea di interfaccia e computer ambientale: una lampadina con dentro un computer, una telecamera e un proiettore: The Lightbulb Computer (opens new window) vede tutto, sente tutto, reagisce ai comandi proiettando cose. Il video è un po' lento (opens new window) ma molto chiaro. I limiti sono parecchi ma l'idea è quella. È tutto un gioco di interfacce, non di tecnologie.

La coda lunga
Le parti del discorso
Verbo, sostantivo, preposizione. Gioia e dolore di tutti gli studenti delle scuole (e alle volte anche dopo). Però, sapete chi si è inventato queste categorie grammaticali? No? Bene, eccole. Tra il III e il I secolo a.C., ad Alessandria c'era fermento, per così dire: un sacco di gente che copiava un sacco di testi per la propria biblioteca. C'erano l'Iliade e l'Odissea, opere che al tempo erano già vecchie più di mezzo millennio. O per esempio i testi di Sofocle, scritti nel greco ateniese del V secolo a.C. e gli altri capolavori dell'antichità che sono sopravvissuti (come e perché siano sopravvissuti proprio quelli è un'altra storia).
Il punto è che per poter interpretare e tradurre tutti quei testi bisognava mettersi a studiare le lingue che all'epoca erano già antiche. È così che è nata la filologia, e per questo parliamo di "grammatici alessandrini".
A proposito di grammatica e dei nomi delle parti del discorso: tra tutti i grammatici alessandrini ne spicca uno più importante degli altri: Dionisio Trace (opens new window) (che non era della Tracia ma di Alessandria d'Egitto). Secondo molte attribuzioni (ma non tutte) questo signore avrebbe raccolto tutte le conoscenze dell'epoca nel libro Téchne Grammatikē (opens new window), tradotto come l'arte della grammatica (opens new window). In quel libro ci parla di nomi, verbi, articoli, participi, pronomi, preposizioni, avverbi e congiunzioni (sono otto: manca l'aggettivo perché veniva considerato parte del nome). Tutto questo accadeva nell'antichità, non è opera di qualche pedagogista moderno. E non vale solo per le lingue "morte" ma anche per quelle "vive".
Una cosa, prima di chiudere: a me non piace chiamare “morte” o “vive” le lingue. Sono vive o morte le persone. Una lingua, semmai, è vissuta oppure non lo è più: finché qualcuno la parla, la scrive, la sbaglia e la corregge, vive attraverso di lui/lei. Le otto parti del discorso di Dionisio, del resto, sono sopravvissute proprio così, passando di bocca in bocca e di banco in banco per più di duemila anni, fino al compito in classe di lunedì.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
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