[Mostly Weekly ~394]
Il prezzo della chiarezza
A cura di Antonio Dini
Numero 394 ~ 20 settembre 2026
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Buona domenica. E grazie per aver aperto questa pagina! Mostly Weekly è una newsletter settimanale che esce quando è pronta, realizzata a mano, piena di refusi ma priva di algoritmi e AI (almeno quello).
Non ho avuto tempo di fare un numero corto e quindi è venuto molto lungo: andiamo un po' veloce nell'intro. Se volete, mi potete sostenere cliccando qui su PayPal (opens new window) in modalità Amici. In alternativa, condividetelo con una persona cara. Grazie!
Intanto, buona lettura.

Pensavamo di cercare su Google, ma adesso abbiamo capito che è Google che ci cerca
– Shoshana Zuboff
Editoriale
Come bisognerebbe fare
Questo numero lo sto recuperando al volo, e temo che si senta. La settimana è stata una parete verticale, di quelle che o ti schianti o le scali: si è trasformata subito in una rincorsa. E pensare che volevo fare tutta un'altra cosa, molto più sperimentale. Avrei consigliato anche ai lettori con lo stomaco più delicato di saltare questo numero (altrimenti poi mi si cancellano e io a mia volta ci resto male).
Ma va tutto messo in prospettiva e tenuto nelle giuste proporzioni. Mi viene in mente perché ho letto il post di Labor Day di Brad Feld, venture capitalist e blogger di Boulder che scrive su feld.com (opens new window) da più di vent'anni. Ha sessant'anni e sua moglie Amy gli ha mandato un messaggio con una lista: i veri lussi della vita. Sono dodici voci, eccole qua (opens new window):
Avere tempo, avere salute, una mente quieta, mattine lente, poter viaggiare, riposo senza sensi di colpa, una buona notte di sonno, giorni calmi e "noiosi", conversazioni che contano, pasti cucinati a casa, le persone che ami, le persone che ti amano.
Nessun oggetto, nessun titolo, nessun traguardo da segnare su un foglio.
La lista è così ovvia, nella sua semplicità. E forse è proprio questo il punto. Le cose ovvie le conosciamo tutte. Il punto non è conoscerle, però: bisogna viverle.
Importante
Una noia enorme
In Europa stiamo costruendo la normativa EU Kids Act (opens new window) contro il doomscrolling regolamentando l'accesso ai social dei più giovani. A Singapore danno pure due spiccioli a chi durante il giorno legge anziché scrollare (è il programma ReadSG (opens new window)). In generale, il dibattito se vogliamo è sulla natura sociale e psichiatrica della "dipendenza da social". È una dipendenza vera e propria? È solo un'iperbole?
Irvine Welsh è l'uomo che ha scritto con la voce più nitida sull'eroina degli anni Ottanta a Edimburgo. E dice che riconosce il modello. C'è una intervista al Festivaletteratura di Mantova per presentare Men in Love (opens new window), sequel di Trainspotting (opens new window), parla delle grandi piattaforme tecnologiche negli stessi termini in cui descriverebbe una dipendenza (qui l'intervista su La Stampa (opens new window)).
Le Big Tech hanno un atteggiamento intrusivo e capillare nella vita delle persone, il controllo dall'alto verso il basso produce, alla fine, una noia enorme. Il doomscrolling, che nella letteratura psicologica viene generalmente descritto come un comportamento compulsivo e distinto dalla dipendenza da social, Welsh lo inquadra come il risultato prevedibile di un sistema in cui non c'è più nulla che cresca spontaneamente dal basso, compresa la cultura.
Non si ferma alla diagnosi, però. Welsh vede già i segnali di quello che chiama "una rivoluzione contro questa intrusione": più libri comprati, più dischi, una spinta verso le comunità locali, una stanchezza che si trasforma lentamente in resistenza. È una lettura che si potrebbe contestare per eccesso di ottimismo, ma non ci dimentichiamo un dato importante nella biografia di Welsh. Il suo punto centrale, da trent'anni a questa parte, è che le dipendenze non durano per sempre, anche quando sembrano irrimediabili.
Italiana
Il processo di Kafka
Il led bianco sul frontale degli occhiali di Meta è diventato, suo malgrado, un simbolo utile. Quell'indicatore luminoso fu progettato per segnalare ai passanti che la telecamera era attiva: trasparenza, in apparenza. In pratica, come spiega meticolosamente Paolo Attivissimo nel suo podcast Il Disinformatico (opens new window) per la Radio Svizzera Italiana, la spia si accende solo quando l'utente scatta foto o video per uso personale. Quando invece la telecamera acquisisce immagini per mandarle a Meta e farle analizzare dall'intelligenza artificiale, la spia resta spenta. Non è una dimenticanza e neanche un bug: è una feature. È, cioè, una scelta dichiarata nella documentazione tecnica dell'azienda. La pubblicità informa gli utenti che quella luce segnala ai presenti ogni momento di ripresa, e formalmente è vero. Con la piccola omissione che, quando a riprendere è Meta, nessuna luce si accende.
Il nuovo Apple Watch aggiunge un capitolo a questa "saga degli spioni". Il dispositivo presentato la settimana scorsa ascolta in continuazione tutto quello che capta il suo microfono: due funzioni, Live Rewind e Siri Recap, permettono rispettivamente di leggere la trascrizione degli ultimi 15 secondi di una conversazione da un lato e di riassumere intere discussioni dall'altro. Apple dichiara che l'audio viene elaborato localmente sul telefono associato (o sul suo Private Cloud Compute) e che l'azienda non vi ha accesso. La differenza rispetto a Meta è reale e Attivissimo la riconosce. Ma il problema strutturale è lo stesso: manca il gesto visibile. Con uno smartphone, puntarlo verso qualcuno è un segnale sociale riconoscibile; con un orologio, basta un tocco discreto sulla corona, e nessuno intorno ha ragione di immaginare che equivalga a premere il tasto REC.
Intendiamoci, la funzione è di per sé utilissima: quante volte avrei voluto riassumere una conversazione infinita per capire poi cosa ci eravamo veramente detti, o riascoltare magari la spiegazione di qualcosa che è troppo difficile da sentire e andrebbe invece letta. Utilissimo, infatti. Però anche no, da un altro punto di vista. Il punto è infatti un altro.
Attivissimo chiama "Normalizzazione dell'ascolto costante" il processo in corso: abbiamo già accettato gli altoparlanti smart in casa (che ovviamente ascoltano sempre), i televisori che ascoltano anche loro, i telefoni che probabilmente ascoltano sempre anche loro, e adesso ci viene chiesto di estendere questa assuefazione a qualunque dispositivo che chiunque ci stia intorno indossa al polso o sul naso. Gli studi scientifici citati nel podcast documentano che la consapevolezza di poter essere registrati ha un effetto fortemente inibitorio sul modo in cui ci esprimiamo. A me già imbarazza tantissimo quando un amico o un conoscente cita qualcosa che ho detto magari a cena un mese prima. C'è una modalità espressiva probabilmente costruita con le palafitte dell'improntitudine di pancia e non con le colonne del pensiero prudente di testa, che è accettabile perché la memoria e l'attenzione umana sono molto limitate e fuggenti, ma anche molto "vere".
Notarizzare tutto crea un problema enorme che spersonalizza, aliena e trasforma il modo in cui siamo e con cui ci esprimiamo. Non a caso nei tribunali viene trascritto tutto quello che si dice, per questo bisogna pesare bene ogni parola. Solo che la nostra vita non si svolge in un'aula di tribunale e io, nonostante Kafka sia uno dei miei autori preferiti (opens new window), sinceramente non ho voglia di pesare sempre bene ogni parola.
Multimedia
L'AI ci ucciderà tutti tutti tutti, ma proprio tutti
Nel podcast di questa settimana (qui il video (opens new window)), Jaki e io abbiamo provato a ragionare su una domanda che fino a qualche anno fa sembrava fantascienza da cineplex: l'intelligenza artificiale può davvero ucciderci tutti? Non come metafora del lavoro perduto o della privacy erosa, ma letteralmente, come specie. La domanda ha un nome tecnico, P(doom), e una risposta quantificata (opens new window): la mediana delle stime raccolte si colloca tra il 5 e il 20%, in altre parole nella distribuzione delle probabilità assegnate dai partecipanti il valore centrale varia in un range di rischio significativo che l'AI possa portare all'estinzione o al collasso permanente della civiltà umana entro questo secolo.
Ma quello che rende il numero interessante non è la sua grandezza, è la sua distribuzione. Yann LeCun e Andrew Ng, due dei nomi più importanti del machine learning, stimano il rischio vicino allo zero. Alcuni ricercatori di sicurezza allineati all'altruismo efficace (opens new window) lo collocano oltre il novanta per cento. La divergenza non è casuale: chi lavora direttamente sulla sicurezza dei sistemi vede rischi che chi costruisce modelli commerciali tende a non quantificare. Un articolo recente dell'AEHSAS Foundation (opens new window) aggiunge un dettaglio perturbante: i racconti di forte ansia tra i ricercatori e di persone che stanno riconsiderando scelte personali alla luce della rapidità prevista dello sviluppo dell'AI. Su questo punto, però, le evidenze sono molto meno solide della semplice raccolta delle stime di rischio.
La lettura meno ovvia, però, è quella dei critici del "doomismo". Sostengono che il dibattito sull'estinzione funzioni come cortina fumogena: mentre discutiamo di superintelligenza fantascientifica, le grandi aziende consolidano il controllo sui dati, sul calcolo e sull'infrastruttura cognitiva del pianeta. In pratica, che usino la paura come strumento di controllo. Oltre al podcast, c'è altro di ragionato anche nella newsletter di Techdale (opens new window).

Tsundoku
Chi siamo veramente?
Ogni volta che un femminicidio raggiunge la prima pagina, la reazione pubblica segue un copione riconoscibile. L'efferatezza viene dettagliata, l'assassino viene ricoperto di insulti, ci affrettiamo a prendere le distanze. Alessia Dulbecco su L'Indiscreto (opens new window), a partire dal lavoro dello storico Ivan Jablonka, propone una domanda diversa: non chi siamo quando condanniamo, ma chi siamo quando ci commuoviamo.
Il punto di Jablonka, nel saggio La cultura del femminicidio (opens new window), è che il substrato che rende possibile la violenza di genere non abita nei margini della civiltà ma al centro del suo patrimonio. La novella di Nastagio degli Onesti, nel Decamerone (opens new window) di Boccaccio (che mi sono letto quest'estate ed è un libro fenomenale per tanti versi), racconta di un uomo che vuole una donna che non lo vuole. Per convincerla, la porta ad assistere a una scena soprannaturale: una donna cacciata, uccisa e sbranata da cani, condannata a rivivere quella scena ogni venerdì perché in vita aveva rifiutato un corteggiatore morto per lei. Terrorizzata, la protagonista acconsente a sposarsi. Boccaccio chiude con un lieto fine. Poi il Botticelli ci costruirà sopra una notevole opera in quattro pannelli, segno che la storia è entrata nel canone.
Ecco, una cultura della violenza contro le donne può trasmettersi anche in questo modo: attraverso la partecipazione entusiasta al lieto fine senza farsi tante domande, le storie in cui l'insistenza maschile viene premiata e il rifiuto femminile punito. Come società, cavalcando l'allarme generato dai femminicidi, lavoriamo molto in sede politica e sulle leggi, che sono in effetti più facili da cambiare. Quello che è difficile trasformare, invece, perché si muove molto più lentamente, è quello strato più profondo e interiorizzato che muta solo se decidiamo di smettere di trovarlo normale. È la "cultura" della società. Eppure è su quella che dovremmo lavorare.
Coffee break
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Money quote
Dal canto loro, le donne erano fiere di poter dare in questo modo il loro contributo alla causa cittadina, partecipando insieme con gli uomini alla virtù e alla grandezza di Sparta. Ed erano fiere di sapere che la città le avrebbe considerate degne, in quanto madri, di un onore pari a quello che riservava ai guerrieri – si dice (anche se poi la notizia non è così sicura perché il testo che la riporta è corrotto) che Licurgo avesse vietato di scrivere sulle tombe di Sparta il nome del defunto, a meno che si trattasse di uomini caduti valorosamente sul campo di battaglia e di donne morte di parto.
La consapevolezza di quanto fosse importante il loro ruolo di madri era condensata in alcuni detti celebri di spartane: a una donna della Ionia che esibiva con orgoglio il bel drappo che lei stessa aveva tessuto, una spartana aveva mostrato i suoi quattro figli, sottolineando poi che «quelle dovevano essere le opere di una donna brava e virtuosa, e che di quelle doveva vantarsi e andare fiera». In modo simile Gorgo, la moglie di Leonida – l'eroe delle Termopili –, a chi le aveva rinfacciato che le spartane comandavano agli uomini, aveva replicato piccata: «noi sole generiamo uomini».
– Laura Pepe, Sparta (opens new window)
Al-Khwarizmi
Sovranità digitale
Il governo svizzero ha avviato un programma pilota (opens new window) per spostare tremila dei suoi 54.000 computer da Microsoft 365 a soluzioni open source entro la fine del 2027: solo una frazione della macchina burocratica federale, per ora. Alla base c'è un proof-of-concept chiamato BOSS, condotto su 172 dipendenti con openDesk, una suite di collaborazione sviluppata in Germania: l'elaborazione documenti e la posta hanno superato la prova, la videoconferenza di grandi dimensioni molto meno. Invece, il Cyber Command, l'unità di cybersicurezza dell'esercito svizzero, si è mosso più velocemente e rimuoverà Microsoft 365 da tutti i propri PC entro ottobre 2026. Il governo ha anche iniziato a supportare F-Droid come store alternativo di app, affiancandolo a Play Store e App Store.
Non è una storia isolata. Germania e Francia ci provano da anni, con risultati alterni e qualche passo indietro vistoso. L'Olanda ha recentemente avviato una sperimentazione con Forgejo, alternativa open source a GitHub, per distribuire il codice delle proprie istituzioni pubbliche. In Svizzera, la legge EMBAG del 2024 obbliga già le agenzie federali a rilasciare come open source il software sviluppato internamente. Microsoft, nel frattempo, ha annunciato un investimento di 400 milioni di dollari in infrastruttura cloud e AI nel paese. Non è una risposta tecnica: è una risposta politica.
Il punto non è se openDesk è "buono" o serve Microsoft 365. Il punto è che la categoria stessa di "sovranità digitale" ha cambiato significato. Quando il Consiglio federale svizzero scrive che il governo deve poter adempiere alla propria missione "senza dipendere da un fornitore estero o da un paese straniero", sta parlando di sicurezza nazionale, non di informatica. La legislazione americana sul cloud espone i dati pubblici europei a potenziali richieste di accesso delle autorità statunitensi. I costi delle licenze proprietarie crescono senza che i governi abbiano leva contrattuale. La dipendenza da un singolo fornitore crea rischi operativi che, in certi contesti, diventano rischi politici. I governi europei cosa fanno? E il cloud americano? Quello è diventato una variabile da gestire, non un'infrastruttura neutrale.
Inclusione
Robert Kingett, scrittore statunitense cieco, conosce tutti i trucchi della Silicon Valley e, dice, lui, non ci casca. Utilizza l'espressione "disability dongle" coniata da Liz Jackson (qui il suo saggio (opens new window)): la tecnologia appariscente, costosissima e tecnicamente impressionante che fallisce sistematicamente nel risolvere il problema che dichiara di affrontare. Progettata per lo sguardo di chi non ha disabilità, non per il corpo di chi ce l'ha. Progettata per vincere premi di design, non per essere usata.
La logica che ci sta sotto è quella del venture capital: un testo alternativo che descriva le immagini sui siti web non fa notizia, non fa gola agli investitori. Un guanto che traduce male il linguaggio dei segni in audio invece sì. Kingett è esplicito: la Silicon Valley spenderebbe milioni per sviluppare quel guanto, ma non spenderebbe dieci minuti ad aggiungere una riga di codice che renda accessibile una fotografia. Il risultato è una proliferazione di prototipi che restano prototipi e una penuria ostinata di soluzioni banali che funzionerebbero subito.
Posizione forte, forse in parte dogmatica, ma che ha certamente una parte di verità. Il punto meno ovvio non è però la critica alla Silicon Valley. La tesi di Kingett è infatti ancora più radicale: la disabilità, nella sua lettura, non è una tragedia biologica ma il risultato del fallimento dell'infrastruttura.
Se il problema è biologico, la soluzione è un prodotto da comprare; se il problema è strutturale, la soluzione richiede una società progettata diversamente. Il mercato del "disability dongle" prospera perché passa il messaggio che il diritto di partecipare alla vita pubblica è in vendita e si può acquistare.

La coda lunga
Il prezzo della chiarezza
Un amico, parlandomi di un articolo del Post, lo ha definito "il solito spiegone". Lo ha detto di passaggio, constatando qualcosa di ovvio. Ma quell'espressione vale la pena di srotolarla, perché dice molto più di quello che sembra. (Io c'ero (opens new window), tra l'altro).
Il Post (opens new window) nasce nel 2010 con un'idea editoriale precisa (opens new window): non prendere posizione, non schierarsi, non giudicare. Spiegare, invece. Il contesto prima del fatto, la storia prima dell'evento, i numeri prima dell'emozione, i fatti con un punto di vista neutro. Si può anche chiamare "terzismo".
Nel panorama del giornalismo italiano, che è molto schierato, partigiano, letterario, dominato dalle grandi firme e dagli editoriali che parlano a chi deve capire, quella del Post è stata una rottura netta, anche interessante. Il giornalismo italiano aveva costruito la propria autorevolezza sull'opinionismo: il commentatore sapeva già cosa pensare. Il Post ha fatto il contrario: ha dichiaratamente delegato il giudizio al lettore, dopo avergli fornito gli strumenti per formarselo. La neutralità non come viltà ma come servizio.
Il problema è che questo modello, come tutte le cose, ha tanti pro ma anche alcuni contro. Mi riferisco all'idea editoriale, all'intelligenza di creare un meccanismo che funzioni e "venda", non a valutazioni etiche o politiche.
Il problema è che il modello Post presuppone sostanzialmente un lettore che non sa ancora. Il problema nasce con chi sa già (perché se ne occupa, perché ha una buona cultura di base, perché è abituato ad approfondire) e vorrebbe la notizia: la cosa che succede. Questo lettore non si sente servito. Invece, c'è un sentimento diverso che emerge: si sente trattato da principiante.
Non è una questione di qualità dell'articolo, né di pigrizia redazionale. È un disallineamento strutturale tra il pubblico che Il Post immagina e parte del pubblico che legge quell'articolo specifico. Un appassionato di cinema, uno con una buona laurea in economia, un avvocato, una persona che segue magari il diritto internazionale o il commercio estero o il regime tributario e di incentivi alle Pmi: tutti loro si trovano davanti alla stessa enciclopedia in miniatura, obbligatoria, prima di arrivare al dunque. L'enciclopedia è ben fatta, ma il problema è che loro la conoscono già. Per questo dico che si tratta di un problema "editoriale": quando costruisci un prodotto (editoriale) ti preoccupi di "farlo bene", certo, ma anche di incontrare i gusti del pubblico. Un prodotto non palatabile poi non vende.
Non mi fraintendete: Luca Sofri è molto intelligente e, assieme ad alcuni suoi amici, ha costruito un prodotto molto interessante che sta avendo un discreto successo economico (opens new window). La cosa interessante, oltretutto, è che lo spiegone non è un difetto del modello: è il modello stesso. E funziona. Ma lascia molta gente scontenta.
Infatti, Il Post ha trasformato la chiarezza in un'estetica, sia dal punto di vista contenutistico che linguistico: ci sono anche una serie di piccoli vezzi (opens new window) che vengono portati avanti in tutti gli articoli, prevalentemente non firmati, ma il tema di fondo è che ogni notizia è "spiegata bene" e questo costruisce un'estetica.
Come ogni estetica, crea il suo pubblico: c'è chi la riconosce come valore e chi la vive come attrito. Il lettore che lo chiama "solito spiegone" ha interiorizzato un punto di vista forte che non è di critica a un singolo articolo. Invece, il suo punto di vista abbraccia 16 e più anni di lavoro giornalistico e diagnostica un contratto implicito tra un giornale e i suoi lettori. Quel contratto dice che l'informazione si trasmette come un servizio, non come un'esperienza. E quando diventa uno spiegone rimane di traverso.
Ah, forse si capisce meglio se aggiungo un altro dato: l'amico è caporedattore in un grande quotidiano italiano.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
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