[Mostly Weekly ~393]

L'arte di conversare da sé esemplificata


A cura di Antonio Dini
Numero 393 ~ 13 settembre 2026

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Numerone speciale. Bentornati e grazie per aver aperto questa pagina! Mostly Weekly esce quando è pronta dopo che ho finito di scriverla io a manina, senza algoritmi e AI (almeno quello) ma refusi oh yes, quelli ci sono sempre.

Ringrazio di cuore chi ha donato questa estate (voi sapete chi siete! Grazie!) e ringrazio chi vuole farlo adesso, cliccando su PayPal (opens new window) in modalità Amici (è una donazione, dopotutto, non una compravendita). Comunque, condividete e va bene lo stesso!

Intanto, buona lettura.


Façadeless
Façadeless ~ Foto © Antonio Dini


Dall'inizio della guerra abbiamo speso ben più dell'argento, persino più del sangue: una parte delle nostre anime.
— Mary Renault, Le ultime gocce di vino (opens new window)




Editoriale

L'arte di conversare
Un po' di tempo fa ho preso nota di raccontare di un video (opens new window) che ho trovato nei giorni scorsi. Era il 20 marzo 1997 e Beppe Severgnini inaugurava il programma di Rai International, "Italians" (la chiave di lettura che Severgnini (opens new window) ha sistematicamente usato nella sua attività professionale), ospitando Umberto Eco e intervistandolo sul carattere degli italiani.

C'è un passaggio in particolare che mi ha colpito: secondo Eco gli italiani non riescono a tenere una conversazione ("l'arte del conversare") perché molto banalmente si parlano addosso, mentre i francesi, cultori della conversazione, riescono a fare programmi come "Apostrophes (opens new window)" con dialoghi approfonditi e dotati di musicalità. Eco critica anche la mancanza di cultura musicale degli italiani (il paragone con altre culture, come quella americana che ha un approccio completamente diverso alla musica a scuola) e loda invece l'università italiana.

A me questa cosa della capacità di parlare, in pratica del darsi i turni senza pestarsi i piedi, risuona tantissimo perché fa parte anche della mia vita quotidiana. È difficile, lo capisco. Non è una cosa spontanea: è un'arte e un mestiere. Va appresa, certo. Ma noi siamo proprio negati. Molto pragmaticamente direi: allora apprendiamola.



Importante

La kill zone
Mentre si consuma una guerra europea che dura da anni e potrebbe essere l'anticamera di molti altri orrori (come se non bastassero i due milioni di morti dal 2022 a oggi) c'è anche un problema di rappresentazione. È una guerra di attrito che non stiamo capendo neanche nelle logiche di funzionamento, nelle tecnologie impiegate, nella sua mostruosità. Questo servizio animato di Reuters (opens new window) è straordinario nel mostrare la kill zone, la striscia di territorio conteso, larga fino a 30 chilometri, lungo il fronte tra le forze russe e ucraine.

AI e noi
A fine agosto avevo letto una cosa di Gabriella Greison (opens new window), fisica e divulgatrice, che è girata molto perché affronta in maniera non banale la complessità da un duplice punto di vista: le semplificazioni comunicative di cui si nutre la nostra società da un lato e la complessità intrinseca dell'impatto dell'AI sull'economia e le imprese dall'altro. L'adozione dell'AI, dice Greison, non si traduce automaticamente in un aumento della produttività economica. La complessità dell'implementazione, le frizioni organizzative e culturali, e la concorrenza che abbassa i prezzi, possono limitare i benefici visibili al PIL. Inoltre, l'accesso diffuso all'AI potrebbe erodere i margini di profitto delle aziende, a meno che non si creino meccanismi di lock-in. Stefano Quintarelli ne aveva fatto una bella sintesi (opens new window).

Evviva, siamo più scemi
A inizio settembre è uscito il rapporto PISA 2025 dell'OCSE (opens new window) (PDF). In breve (opens new window): gli studenti che non usano i chatbot per i compiti scolastici tendono a ottenere risultati migliori di quelli che li usano frequentemente: il rapporto offre alcune delle prove più ampie finora raccolte sul fatto che la tecnologia potrebbe ostacolare l'apprendimento dei ragazzi (un uso moderato invece offre (opens new window) risultati promettenti). I risultati fanno parte del Programma per la Valutazione Internazionale degli Studenti, che ha esaminato un campione rappresentativo di oltre 760.000 quindicenni in 91 paesi; è il primo ciclo PISA condotto da quando l'AI generativa è diventata di uso comune. Parte della politica italiana (opens new window) si è rallegrata perché, nel calo complessivo "siamo sopra la media OCSE (opens new window)". In realtà a livello globale, i Paesi con i migliori risultati si concentrano a Oriente: varie zone della Cina, Singapore, Macao, Taipei cinese, il Giappone e la Corea sono tutti nella top 10 assieme all'Estonia e al Regno Unito (opens new window). Per quanto riguarda i 38 Paesi Ocse, il rapporto registra il livello medio più basso mai osservato da quando è iniziata l'analisi nel 2015, in scienze, lettura e matematica.

E i social?
Sul tema invece della dipendenza dai social c'è questo articolo (opens new window) che ho trovato molto interessante (ma anche molto lungo, tutto da metabolizzare) di Anna Rita Longo. Il punto iniziale è che il termine "dipendenza" è un termine serio e ha tratti che vengono identificati scientificamente. È una valutazione medica, nella sfera psicologica, ma ha delle caratteristiche. Ne consegue una prima idea piuttosto intrigante: se i social "danno dipendenza" bisogna farsi alcune domande profonde soprattutto su che esperienza relazionale sia, oggi, quella dell'adolescenza. Proibire e basta non servirà.


Italiana

Verifica o comprensione?
Un approfondimento: ma cosa c'è dietro alla dimostrazione matematica fatta dagli agenti di OpenAI? Cioè, detto meglio (opens new window): perché la matematica è un ottimo campo di prova per le AI da un lato e perché "dimostrare" non vuol dire "capire"? Una spiegazione sospesa tra gli agenti autonomi, Leibniz e Cartesio. Qui il racconto (opens new window) del fatto di cronaca.

Addomesticare l'AI
Le vendite online di arredamento in Italia hanno raggiunto 4,4 miliardi di euro con un +12% annuo (dati Politecnico di Milano); una crescita che si intreccia con l'adozione massiccia di AI generativa nei processi di scelta. Un sorprendente articolo di La casa in ordine (opens new window) chiarisce il meccanismo meglio di qualsiasi analisi astratta: gli algoritmi dei social premiano le immagini che performano meglio, che sono quelle minimal, luminose, con palette neutre. Queste diventano il modello estetico condiviso. Poi arriva il chatbot che mostra come potrebbe essere la tua stanza: e quella stanza assomiglia esattamente a ciò che l'algoritmo aveva già premiato. Invertendo i termini dell'equazione il risultato cambia in modo significativo: anziché dare supporto a posteriori alle nostre preferenze, è in corso una costruzione preventiva del desiderio. Così si vende di più.

iPhone Duo
La spiegazione tecnica più completa e articolata che abbia letto sulla stampa in generale sul perché quello di iPhone Duo è un mercato che verrà definito dal software e non dall'hardware l'ha scritta Roberto Pezzali su DDay (opens new window). E qui un video interessante (opens new window).

E la fotografia?
Settimana veramente ricca. C'è anche Michele Smargiassi, il mio guru della fotografia (oltre che un collega meraviglioso) il quale qui fa dei ragionamenti sulla fotografia (opens new window) che in altri momenti di "magra" sarebbero bastati a riempire un numero di Mostly Weekly. Ci ritorneremo.



Underness
Underness ~ Foto © Antonio Dini

Multimedia

E adesso, ecco il videopodcast
Come è andato l'evento di Apple mercoledì scorso? Cosa sta succedendo con OpenAI? Cosa sta succedendo altrove? Ogni venerdì (opens new window) ne parlo nel videopodcast su YouTube, Spotify e varie altre piattaforme insieme a Jaki su Techdale (opens new window).

Pico-boomer
A quanto pare, Xteink (opens new window), la produttrice dei micro-ereader (mi sono comprato X4 e poi X3 che uso con grande soddisfazione), ha un concorrente: Boox (opens new window) è entrata nel mercato dei pico-reader: questo influencer di una certa età (opens new window) lo racconta diffusamente.

Casette
La multimedialità qui è solo una foto, e per di più su LinkedIn (opens new window). Però però: la collezione di casette di KLM (le "Dutch Houses") ci sta! Le casette in miniatura Delft Blue di KLM (cioè Ceramica blu di Delft (opens new window), per gli appassionati) sono nate nel 1952 per i passeggeri di prima classe, dal 1993, con l'eliminazione della First Class, vengono distribuite ai passeggeri World Business Class. Le miniature sono riempite con il tradizionale liquore olandese Bols Jenever (gin olandese) e sono nate negli anni Cinquanta come "ultimo drink gratuito" prima di scendere dall'aereo, non un regalo. Oggi vengono tenute sigillate e sono oggetti da collezione. Erano 60 e numerate: fino al 1994, quando KLM ha compiuto 75 anni; sono state portate a 75 e ogni anno il 7 ottobre (la data di fondazione della compagnia) se ne aggiunge una nuova: andremo a 107, e sono tutte in produzione (qui il video di presentazione della 106 (opens new window)). Volendo si possono comprare tutte in un botto solo allo store di KLM (opens new window) per 2575 euro (c'è lo sconto di 650 euro). Se diventate membri a vita del club platinum del frequent flyer di KLM avete accesso al "Parliament" (opens new window) che se ha il liquore è praticamente un fiasco. C'è anche un libro dedicato all'argomento: Little Kingdom by the Sea (opens new window). Siccome c'è gente che ha delle collezioni epiche (io ne ho tre, di cui una aperta e bevuta, peccato mortale!), e si registrano le casette con la app dedicata di KLM (opens new window), c'è un vero e proprio mercatino di scambio sia a bordo (a fine volo) tra le poltrone della business, sia nella mitica KLM Crown Lounge 52 (opens new window) dell'aeroporto di Amsterdam-Schiphol. Le casette da scambiare devono essere sigillate e contenere ancora il liquore Bols Jenever all'interno. Sigh. Per chi mi conosce: me ne sono tenuto abbondantemente al largo perché basta niente per diventare dipendenti di questa collezione.


Tsundoku

Tepuli, tipili
Nel 1982 il Premio Bancarella, assegnato dai librai italiani al libro più venduto dell'anno, andò a un romanzo americano di oltre 800 pagine ambientato nell'impero azteco del XV secolo. Gary Jennings aveva impiegato dodici anni a scrivere L'azteco (opens new window), vivendo a lungo in Messico e consultando fonti coloniali, codici e vocabolari nahuatl. Il pubblico italiano lo comprò e lo lesse in quantità notevoli, con quella voglia di narrazione totale che la televisione degli anni Ottanta non riusciva ancora a soddisfare. Era un tipo di lettore che oggi è difficile da immaginare: qualcuno disposto a stare dentro un mondo per due settimane. Io lo trovai da adolescente per caso, in edicola, in edizione economica in due volumi, e ricordo che mi piacque moltissimo. C'era un mondo dentro (ed era il primo "romanzo-mondo", in realtà un romanzone storico, che abbia letto).

Questo perché l'operazione era molto sofisticata e su scala enorme: Jennings aveva portato nel romanzo la lingua dei Mexica con una cura filologica reale. I termini tecnici, i nomi delle divinità, le unità di misura, e poi le parole quotidiane, comprese quelle volgari. Il nahuatl classico ha un vocabolario anatomico preciso, e Jennings l'aveva studiato sul Vocabulario di Alonso de Molina, il dizionario castigliano-nahuatl compilato dai frati francescani nel 1571. "Tepulli" risulta registrato da Molina come miembro de varón: parola vera, attestata, entrata nel romanzo dalla ricerca e non dall'invenzione. "Tipili", il corrispettivo femminile nel testo, ha una storia meno trasparente: compare nel romanzo, ma l'attestazione nei dizionari nahuatl classici è più debole.

La storia di questi termini non si ferma alla pagina. Ho scoperto, ravanando su Internet, che negli anni Ottanta e Novanta il Chuluaqui Quodoushka, un movimento pseudo-spirituale americano, quel tipo di New Age che mescolava cristalli e immaginario indigeno, li adottò entrambi spacciandoli come parole Cherokee di significato rituale. Un linguista della Cherokee Nation, interpellato sulla questione, rispose che quelle parole non esistevano in Cherokee, che i Cherokee non avevano mai vissuto nei tepee (Tepuli sarebbe stata l'asta centrale del tepee, tanto per spiegare l'etimologia), e che la probabile fonte era il romanzo di Jennings. Una storia circolare, insomma.

Los Sorias e tutti gli altri
Non parlo spagnolo ma riesco, con fatica, a leggerlo. Ho scoperto che c'è uno stimolo in più per impararlo meglio e, anzi, frequentarlo: il più lungo romanzo della letteratura argentina: Los Sorias (opens new window) di Alberto Laiseca. L'opera titanica e struggente di un solitario genio: mai definizione fu più azzeccata. Ma di cosa parla il romanzo, mai tradotto in italiano (forse adesso lo sarà in inglese (opens new window)), e chi era Alberto Laiseca?

Alberto Laiseca era nato a Rosario (Argentina) nel 1941 e aveva trascorso la vita a fare i lavori che capitavano, scrivendo però senza sosta. In Argentina lo chiamavano el Gran Laiseca, o el Monstruo, con la devozione mista a sbigottimento che si riserva ai fenomeni naturali. La visibilità di massa gli arrivò tardi, da un programma televisivo in cui sedeva solo in una stanza buia, un sigaro in mano, e narrava storie di Poe e Lovecraft davanti alla telecamera. Ricardo Piglia, uno dei critici argentini più autorevoli della seconda metà del Novecento, scrisse che Los Sorias (opens new window) era il miglior romanzo argentino dai tempi de I sette pazzi (opens new window) di Roberto Arlt. Laiseca morì nel 2016.

Los Sorias supera le 1.300 pagine, ha 165 capitoli e centinaia di note a piè di pagina. Era pronto intorno al 1978 ma rimase inedito vent'anni, rifiutato dagli editori. Quando uscì nel 1998, dalla piccola Simurg di Buenos Aires, la prima edizione era di 350 copie firmate tutte dall'autore. Oggi valgono un piccolo patrimonio. Il romanzo racconta la guerra tra due sistemi di potere totalitari in un universo immaginario costruito con logica propria e un'immaginazione che non riprende mai fiato. È stato definito epopea, delirio, enciclopedia, carnevale. Nessuna di queste parole lo esaurisce. È il monumento del realismo delirante, la corrente sotterranea della letteratura argentina e latinoamericana.

Prima ancora di uscire, Los Sorias era già leggendario. Chi lo aveva letto in bozze lo raccontava agli altri. Gli editori lo rifiutavano tenendosi a distanza, come scrisse Rodrigo Fresán, "armati di sedia e frusta". Poi uscì in quelle 350 copie e funzionò come un letterale oggetto di culto: circolava tra le mani di chi sapeva, spariva, riappariva. Non esiste in traduzione (per adesso), e c'è qualcosa di coerente in questo con la natura del libro: un universo chiuso, autosufficiente, costruito da un uomo che non si aspettava il successo. Uno che ha fatto l'operaio tutta la vita per scrivere in pace tutte le notti: tornava a casa dal lavoro a tarda sera, passando dalle pizzerie di Corrientes a Buenos Aires dove si faceva regalare la carta su cui venivano servite le pizze che poi usava come improbabili fogli su cui vergare la sua follia dionisiaca. Il manoscritto era tenuto assieme da spaghi e grondava olio. Imparare lo spagnolo per leggerlo non sembra una risposta sproporzionata, sempre che riesca a procurarmi il libro (se avete ganci a Buenos Aires fatevi avanti!).

Paradisi Gloria
Sempre sul lato del lungo (800 pagine) c'è un romanzo d'esordio appena uscito in Francia che è intrigante: Paradisi Gloria (opens new window) di Elise Lespade. Un'ambizione letteraria notevole da parte di una giovane autrice, 35 anni, nata a Barbezieux in Charente e diplomata al master in cinema e creazione letteraria di Parigi-VIII. Ha lavorato per sette anni su questa tragedia familiare che si ispira ai classici (ovviamente greci) ma è decisamente contemporanea. Ciò che sorprende fin dall'inizio, con il racconto iniziato dalla psichiatra Isabelle sul caso di Gaspard Bromberg, è la scrittura, profondamente coinvolgente e la ricerca della perfezione romanzesca: nulla risparmia i Bromberg, ma tutto ciò che accade loro sembra giustificato. L'epicentro risiede nella malsana rivalità tra i due fratelli. Questa estate ha già vinto il premio Stanislas, che è un premio non secondario in Francia.


Coffee break

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Money quote

Per me, dire di essere femminista ha sempre significato credere nell'uguaglianza sociale, economica e politica tra tutti gli uomini e le donne, di qualsiasi razza e gruppo. So che sembra un concetto fin troppo semplice per aver bisogno di una parola specifica, ma l'uguaglianza è ancora l'eccezione, non la regola.

Forse dovremmo chiamarlo egualitarismo, o persino umanesimo. Il problema dell'umanesimo è che viene spesso interpretato in chiave antireligiosa, quindi non credo sia abbastanza inclusivo. A prescindere da come lo si voglia chiamare, significa semplicemente trattare ognuno di noi come un essere umano unico. Le esperienze legate a razza, genere e classe sociale sono estremamente reali e importanti, ma sono anche costrutti mutevoli. La nostra umanità, invece, è costante e sacra.

– Gloria Steinem (che non conoscevo) è morta a 92 anni lo scorso 2 settembre. Questo è il suo ultimo saggio sul New Yorker (opens new window) (archivio (opens new window))




Al-Khwarizmi

AlphaGenome Atlas
Questa cosa dell'AI e della genomica, con la capacità di prevedere l'impatto molecolare di 9 miliardi di possibili variazioni di una singola lettera del DNA umano è una di quelle cose (opens new window) passate in sotto-tono che diventeranno pietre miliari.

Markviewer
Una app editor carina per il markdown: Markviewer (opens new window). Fa da lettore soprattutto ma permette anche di editare, e di vedere l'anteprima renderizzata in tempo reale. Insomma, carino.

airstats
Questa è l'evoluzione di altre app dedicate (open source e gratuite) che danno poche ma sensate informazioni. In particolare, airstats (opens new window) ci regala molte più informazioni di Hot! (opens new window) e anche di app a pagamento per la misura di uso di CPU, GPU, SSD eccetera.

Mac The Knife
Per il mio amico Max il Macintosh SE/30 (opens new window) è stato il sogno di una vita: la macchina della gioventù. Ed era effettivamente una bomba fuori scala, una meraviglia. Adesso guardate qui: questo utente di Reddit ha configurato il suo SE/30 d'antan (opens new window) con System 7.1, Microsoft Word 5.1 (per scrivere in inglese), ClarisWorks 2.0 (per scrivere in italiano), Final Draft 4, il suo word processor vibecoding DiamondWriter 1.0 e BlueSCSI SD Transfer per tirare dentro e fuori i dati dal Mac. Insomma, un Writer Deck d'altri tempi, a prova di distrazione. Mi piace molto. Cosa mi dice? Che vorrei vivere negli anni Ottanta, probabilmente. Questa volta saprei come fare.

Utopie libertarie
Lo metto qui perché è tutta tecnologia anche se non lo è: il racconto dell'inchiesta (opens new window) (archivio (opens new window)) di Luciana Ghiotto sul microstato creato da Peter Thiel e i suoi nel Caribe con l'obiettivo di costruire regole e leggi diverse, sopravvivere all'Apocalisse (forse) e vivere il loro transumanesimo in santa pace (si fa per dire, anche questo). Bah.


Shadowness
Shadowness ~ Foto © Antonio Dini

La coda lunga

Gli amanti della grammatica
Invecchiando trovo che la linguistica sia un hobby meraviglioso. Soprattutto quando mi capita di leggere qualcuno che, nei commenti di un post, corregge la grammatica dell'interlocutore come se stesse segnalando un cedimento strutturale della società occidentale. La virgola sbagliata, il congiuntivo evitato, la preposizione fuori posto: tutto documentato da chi ha appena sventato una catastrofe. Internet ha abilitato questo specifico sotto-genere dei "leone da tastiera" che si chiama "grammar-nazi" e che si sovrappone ad altre forme psicologiche peculiari e un po' ossessive: un intrattenimento di nicchia praticato da persone convinte di fare un servizio alla cultura.

Hanno ragione? Sì: la grammatica che si insegna a scuola ha regole "certe". Hanno torto? Sì: la linguistica, come disciplina scientifica, tende a descrivere e spiegare la lingua più che a stabilire come dovrebbe essere usata. A usarla ci pensano i parlanti. E quindi?

Da almeno due secoli, nello studio della lingua convivono due atteggiamenti che guardano in direzioni diverse. Il primo è normativo: stabilisce regole, costruisce modelli, insegna come si deve scrivere e parlare. È la grammatica del manuale scolastico, utile, necessaria, inevitabilmente conservativa. Il secondo è descrittivo: osserva la lingua com'è usata davvero, senza giudicare. Il dialetto, il neologismo, la costruzione "sbagliata" che però tutti capiscono e nessuno fraintende: per il linguista descrittivo sono dati, non infrazioni. Il suo compito è capire, non correggere.

La linguistica descrittiva ha dalla sua parte una cosa piuttosto solida: la storia. Tutte le lingue cambiano, sempre, e le forme che oggi ci sembrano corrette erano ieri degli orrori per i puristi di turno. L'uso di "a me mi", il "che" polivalente, l'estensione di "gli" al femminile e al plurale: costruzioni che la grammatica normativa ha a lungo guardato storto, ma che la linguistica registra come strutture funzionali, radicate e usate da decine di milioni di persone da generazioni. Le categorie della lingua si spostano, migrano, si riciclano. Anche "dove" usato come congiunzione condizionale era un uso colto prima di diventare arcaico, e prima ancora era semplicemente parlato.

Il maniaco della correttezza grammaticale non sa nulla di tutto questo (o finge di non saperlo). La sua relazione con la lingua non è conoscitiva ma proprietaria: la lingua è sua, o meglio è di chi scrive seguendo le regole che gli hanno insegnato, e chi sbaglia è fuori. È una posizione socialmente riconoscibile: il prescrittivismo militante è quasi sempre conservatorismo travestito da competenza. Si difende una norma, ma si difende soprattutto un confine. La lingua, nel frattempo cambia, si adatta, assorbe, dimentica. Paradossalmente, non è sempre stato così.

Mi spiego. Questo fenomeno accade di più in alcune culture che non in altre. Non è la complessità della lingua a definirlo ma la sua storia. E l'italiano ha in effetti delle ragioni per avere i suoi prescrittivisti fatti in casa (anche se non molti di loro credo che lo sappiano). L'italiano ha una storia particolare: per secoli la lingua letteraria si è costruita soprattutto sul fiorentino/toscano trecentesco, molto prima che diventasse la lingua nazionale parlata dalla maggioranza degli italiani. E per secoli la "questione della lingua" è stata una battaglia normativa prima ancora che descrittiva.

Manzoni che riscrisse i Promessi sposi "sciacquando i panni in Arno" è l'esempio più celebre di prescrittivismo militante: cercò nella lingua parlata di Firenze la soluzione alla questione della lingua nazionale. A lui si opponeva il fondatore della glottologia (come si chiamava prima la linguistica in Italia) cioè Graziadio Isaia Ascoli, che sosteneva che una lingua si forma per sedimentazione storica e sociale, non per decreto.

Parlare e scrivere l'italiano corretto è, forse adesso più inconsciamente che altro, un modo per affermare l'unità e l'identità del nostro Paese. Il che è una buona cosa. Anche se l'italiano che si parlava e si scriveva nel 1861 era molto diverso da quello di oggi, con regole anche solo d'ortografia che oggi sarebbero considerate sbagliate: da "pajolo" con la "j" a "philosofia" con il "ph", da "eglino" al posto di "egli" a "loro" come unica forma corretta ("Dissi loro" ma non "gli dissi"). Fino a costruzioni oggi considerate formalmente sbagliate: "Essendo arrivato a casa, la cena era già pronta", dove il soggetto implicito del gerundio non coincide con quello della principale; oggi la grammatica normativa lo vieta esplicitamente.


three-stars


Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano

– G.K. Chesterton


END



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