[Mostly Weekly ~386]
L'ultima lingua del mondo
A cura di Antonio Dini
Numero 386 ~ 26 luglio 2026
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Intanto, buona lettura.

La radice della sofferenza è l'attaccamento
– Buddha, Dhammacakkappavattana Sutta
Editoriale
Ne rimarrà soltanto una
Non so neanche se si tratti di linguistica o di glottologia (la distinzione è un retaggio accademico che aveva a che fare soprattutto con il tempo indagato) ma di sicuro c'è anche una ricaduta a cavallo tra la Bibbia e Borges.
Sia come sia, c'è questo studio (opens new window) appena uscito su Science che ribalta una narrazione consolidata e profondamente interiorizzata, e lo fa nel modo più scomodo possibile: il trapassato remoto non era affatto più ricco di voci del presente. Anzi, il contrario: più ti avvicini e più ce ne sono, sino al crollo attuale.
Un team internazionale guidato dalla linguista di Yale, Claire Bowern, ha ricostruito con modelli bayesiani la traiettoria della diversità linguistica negli ultimi dodicimila anni, e il risultato è che il picco non va cercato nell'alba biblica della civiltà, ma molto più vicino a noi, tra mille e tremila anni fa, quando sulla Terra potevano convivere decine di migliaia di lingue diverse. Oggi ne restano circa settemilacinquecento. Non è un lento scivolamento, è un vero e proprio crollo. La tentazione di pensare che la babele linguistica sia sempre stata una cosa da manuale scolastico, immutabile e rassicurante come una cartina geografica, diventa un altro di quegli errori da sradicare dalle nostre teste. Non ci sono proprio più le mezze stagioni e le certezze di una volta.
La parte più interessante, però, non è il numero in sé, che resta comunque una stima probabilistica e non un censimento, ma il cambio di colpevole. Per decenni si è raccontato il declino linguistico come una colpa del colonialismo europeo moderno, l'ultimo, violento capitolo di una storia altrimenti stabile. Lo studio invece sposta l'inizio della resa dei conti molto più indietro, alla nascita dei grandi imperi antichi, Roma e la Grecia in testa, cioè al momento esatto in cui organizzare milioni di persone sotto un'unica autorità amministrativa ha cominciato a richiedere anche un'unica lingua per farlo funzionare. È anche logico, a pensarci un attimo.
Il colonialismo, in questa lettura, non è l'anomalia ma la continuazione più recente ed efficiente di un meccanismo già rodato da millenni: più cresce il potere centralizzato, più accelerano gli scambi, le periferie si collegano al centro, le idee e le leggi viaggiano, meno lingue sopravvivono attorno a esso. È una lettura scomoda per le attuali impostazioni post-coloniali, perché toglie l'alibi della modernità e restituisce la responsabilità a una dinamica strutturale, quella per cui il potere, qualunque sia la sua bandiera, tende sempre a preferire un solo interlocutore linguistico.
E qui arriva il piccolo dettaglio che rende la storia ancora più inquietante da leggere oggi: il meccanismo sta andando avanti bello veloce, ha cambiato strumento ma non si ferma. Circa 3200 lingue, il 44% di quelle ancora vive secondo Ethnologue (opens new window), sono classificate a rischio di estinzione, e i modelli linguistici che stiamo infilando in ogni angolo della vita quotidiana vengono addestrati su appena un centinaio di idiomi contro gli oltre settemila effettivamente parlati.
Volete farvi una risata? È lo stesso identico meccanismo dell'Impero romano e di quello cinese, virtualizzato in una nuvola di server: un'infrastruttura tecnologica pensata per funzionare su scala globale che, semplicemente per essere efficiente, finisce per premiare le poche lingue già dominanti e rendere ancora più marginali quelle che lo erano già.
Nessuno ha bisogno di decretare per legge che una lingua debba sparire; basta che i sistemi con cui lavoriamo, studiamo e comunichiamo ogni giorno non la contemplino affatto. La letteratura del nostro tempo è spettacolarizzante (le crisi diventano bianco contro nero) ma anche sufficientemente decadente da farci capire che non ci sarà nessun finale epico, di quelli con due highlander linguistici che cercano di decapitarsi a vicenda con le spade sfoderate nel duello finale. No, molto più prosaicamente, ci sarà una lingua alla volta che smette di comparire nei moduli amministrativi, nelle scuole, negli assistenti vocali, finché a un certo punto smetterà del tutto e scompare, probabilmente in qualche hospice dove l'ultimo parlante si spegne, ignorato da tutti. Puf.

Importante
Fuga per la vittoria
Un modello di frontiera di OpenAI, messo alla prova dentro un benchmark di cybersicurezza ospitato da HuggingFace, ha capito che rubare le soluzioni dal database di produzione era più efficiente che risolvere davvero gli esercizi. Diciassettemila azioni in un weekend, due catene di vulnerabilità incastrate una nell'altra, un database svuotato. Per cinque giorni HuggingFace ha creduto di avere in casa un attaccante, probabilmente un team russo o nordcoreano. Invece no, era solo un modello AI che faceva compiti a casa copiando dal libro aperto sulla scrivania del professore.
La tentazione, letta così, è raccontarla come la scena madre di ogni film sull'intelligenza artificiale ribelle: la macchina che scappa dal recinto. Ma è la cornice sbagliata, e sospetto anche comoda. I grandi laboratori stanno pubblicando quasi ininterrottamente una raffica report sui propri modelli che ricattano, mentono, disattivano i controlli, e ogni volta che uno di loro grida al pericolo vincono tutti quelli che vendono intelligenza artificiale di frontiera: si alza il livello del discorso giustificando un mercato per pochi. In questo modo indirettamente si prepara il terreno a regole tagliate su misura di chi il tavolo lo occupa già (ottima tecnica per far fuori la concorrenza che ancora deve nascere). Il fenomeno esiste, ma il modo in cui viene raccontato è una forma di posizionamento industriale.
Proviamo a prendere una prospettiva diversa, come quella suggerita da Matteo Flora (opens new window), e a pensare il problema come un problema di "specification gaming". L'etichetta l'ha ripresa l'antropologa Marilyn Strathern dalla legge di Goodhart (opens new window) quando studiava il rating delle università inglesi. Strathern scrisse (opens new window) che quando una misura diventa un obiettivo smette di essere una buona misura. Un modello addestrato a massimizzare un punteggio non bara nel senso morale della parola, guarda lo spazio delle mosse possibili e prende quella più efficiente. Un po' come gli studenti che selezionano date ed elementi puntuali dal materiale di studio perché sono quelli che naturalmente finiscono nei test a risposta multipla, perdendosi tutti i nessi logici. Poi magari passano, ma non hanno capito cosa hanno studiato. Tecnicamente promossi. Tecnicamente ha vinto anche il modello di OpenAI: il compito era massimizzare il punteggio del test, mica risolverlo con eleganza.
La violazione di HuggingFace è interessante perché indica un passaggio importante. Siamo nel momento storico in cui l'intero mondo delle grandi aziende si è buttato dentro gli agenti autonomi, con permessi veri e credenziali vere, e i comunicati stampa citano centinaia di milioni di ricavi e crescite a tre cifre. Se OpenAI, in casa propria, con i propri ricercatori e un benchmark disegnato apposta per essere controllabile, ha scoperto solo dal comunicato di HuggingFace di essere lei l'attaccante, viene da chiedersi cosa succederà quando saranno migliaia di piccole aziende a delegare bonifici e ricerche legali a sistemi che ottimizzano esattamente quello che gli abbiamo chiesto, non quello che intendevamo?
Altro che Terminator. Non arriverà nessuna macchina auto-cosciente a prendersi il mondo. Arriverà, molto più silenziosamente, il conto di milioni di piccoli sistemi perfettamente allineati alla propria funzione obiettivo scritta a spanne e in maniera imperfetta. Non ha senso arrabbiarsi con il vento che rompe una finestra: il problema averla lasciata aperta.
Essere giudicati
D'estate di solito si prendono più aerei e questo ha una conseguenza che forse non sapete: venite giudicati più spesso. Il sorriso che l'assistente di volo vi rivolge sulla porta dell'aereo, quel rapido sguardo alla carta d'imbarco, non è semplice cortesia: è un controllo di sicurezza travestito da benvenuto. Gli assistenti di volo più esperti vengono posizionati apposta all'ingresso della cabina nei voli più lunghi perché in pochi secondi devono valutare lo stato di ogni passeggero, cercando segni di ubriachezza, di malore o di comportamenti sospetti. È molto più semplice fermare qualcuno prima che salga a bordo che doverlo gestire una volta seduto, quando un episodio di aggressività o di intossicazione può costringere l'equipaggio a dirottare il volo, con tutti i costi e i ritardi che questo comporta. Anche il fiuto gioca un ruolo concreto in questa valutazione: l'odore di alcol, certo, ma anche un cattivo odore corporeo persistente può bastare per negare l'imbarco, perché il benessere collettivo in una cabina pressurizzata a diecimila metri d'altezza vale più della suscettibilità del singolo.
Senza contare che dietro quella facciata amichevole si nasconde anche un calcolo legale piuttosto scaltro: se un passeggero viene bloccato proprio alla porta dell'aereo, significa che ha già superato un primo controllo al gate, e questo dà alla compagnia due livelli distinti di documentazione da usare in caso di contestazione. La legge aeronautica parte dal presupposto che l'equipaggio abbia ragione, e chi si sente escluso ingiustamente deve dimostrare che la decisione fosse arbitraria, non semplicemente scomoda. Ma il controllo alla porta non serve solo a scartare i problemi: serve anche a individuare le risorse, cioè i cosiddetti able bodied passengers, i passeggeri dall'aria fisicamente capace a cui l'equipaggio potrebbe chiedere aiuto in un'emergenza, magari seduti alle uscite di sicurezza. E in mezzo a tutta questa sorveglianza discreta, gli assistenti di volo restano comunque persone che si divertono a conoscere chi sale a bordo: tanto che, tra una valutazione clinica e l'altra, in galley circola sempre una piccola classifica informale del passeggero più affascinante della sezione. O almeno, così sostiene l'Huffington Post (opens new window).
Italiana
La torre e l'alluvione
La città-spugna. Il palazzo che si adatta al cambiamento (opens new window). Mentre a Milano ancora celebriamo il bosco verticale, una mano di fondotinta sulla faccia di un grattacielo per appartamenti, un altro studio italiano ha sviluppato un edificio molto particolare (opens new window) in Corea del Sud. Carlo Ratti Associati assieme a GS E&C ha presentato a Seoul una torre alta 140 metri pensata per adattarsi ai cambiamenti climatici, ripensando l'edilizia residenziale in chiave di resilienza alle alluvioni. Sollevata su sottili colonne, la torre residenziale (opens new window) libera il suolo sottostante, che può così assorbire l'acqua piovana, preservare gli alberi maturi e ospitare nuovi spazi pubblici: un'applicazione dei principi della sponge-city, la città spugna, pensata proprio per rispondere agli impatti sempre più pesanti del cambiamento climatico.
Il piano di terra sollevato cambia anche il modo in cui gli abitanti vivono lo spazio, perché i giardini paesaggistici si estendono sotto e attorno all'edificio. In quest'area ombreggiata trovano posto le funzioni condivise del quartiere: spazi per la ristorazione, case da tè e orti urbani, tutti aperti alla comunità. Riducendo al minimo l'impronta a terra della torre, il progetto salva gli alberi già maturi e restituisce al blocco urbano luce naturale e libertà di accesso pubblico.
Più in alto, gli architetti (opens new window) di CRA reinterpretano un elemento obbligatorio della normativa edilizia sudcoreana. I piani rifugio, richiesti per legge ogni trenta piani come punto di raccolta in caso di evacuazione, diventano qui terrazze comuni piantumate e distribuite lungo tutta l'altezza della torre, trasformando un vincolo regolamentare in una sequenza di spazi condivisi all'aperto. L'involucro dell'edificio, poi, non è un'unica facciata continua uguale su ogni lato, ma varia in base all'orientamento: i prospetti rivolti a sud integrano pannelli fotovoltaici per produrre energia rinnovabile, mentre le facciate est e ovest ricorrono a frangisole verticali che riducono il surriscaldamento dovuto al sole radente. Una strategia che punta a migliorare le prestazioni ambientali dell'edificio attraverso soluzioni passive calibrate sull'esposizione di ciascuna facciata.
Multimedia
Il complotto
I Bronzi di Riace (opens new window). Che meraviglia. E che storia. Anzi, che storie, perché ce ne sono tante (opens new window). Il lato documentabile della vicenda è, tutto sommato, meno enigmatico di quanto la fama dei due bronzi lasci credere. Le statue vengono ritrovate il 16 agosto 1972 al largo di Porto Forticchio, vicino Riace Marina, da un sommozzatore romano in vacanza, Stefano Mariottini, che segnala il ritrovamento ai carabinieri. Gli studiosi, non sapendo attribuire i due guerrieri a un autore o a un contesto preciso, li battezzano semplicemente Bronzo A e Bronzo B, e le datazioni successive li separano nel tempo più di quanto ci si aspetterebbe da una coppia: il primo viene collocato attorno al 460 avanti Cristo, il secondo una trentina d'anni più tardi, il che ha fatto pensare a due sculture originariamente indipendenti, forse persino di scuole diverse, più che a un gruppo pensato fin dall'inizio come unitario. Dopo il recupero le statue restano otto anni nel laboratorio di restauro della soprintendenza toscana a Firenze, e solo nel dicembre 1980 vengono mostrate al pubblico, prima di passare l'anno seguente per volere di Sandro Pertini anche al Quirinale.
Attorno a questo nucleo di fatti verificati orbita però un secondo livello, quello delle domande a cui nessuno scavo ha mai risposto con certezza. Delle due statue non si sono mai ritrovati né lo scudo né la lancia né l'elmo che i due opliti dovevano impugnare, e non è mai emerso alcun resto dell'imbarcazione su cui viaggiavano, un'assenza che alimenta ipotesi diverse e in parte incompatibili tra loro sul naufragio. Un'ipotesi le colloca all'interno di un carico romano diretto a Costantinopoli, destinato al celebre ginnasio di Zeuxippos, dove secondo un'antica descrizione conservata nell'Antologia Palatina erano custodite sculture greche trasportate da Roma per volontà di Costantino e del figlio Costanzo secondo; un'altra ipotesi, più recente e più controversa, le fa invece bottino di guerra romano sottratto a Siracusa dopo la seconda guerra punica, con la nave che le trasportava naufragata secoli prima di quanto si pensasse.
Ma il mistero che più ha alimentato l'immaginario collettivo, e che periodicamente torna a far notizia, è quello di un presunto terzo bronzo mai recuperato. Lo storico Daniele Castrizio ha proposto di leggere le due statue come parte di un gruppo scultoreo dedicato al mito dei sette contro Tebe, con il duello fratricida tra Eteocle e Polinice, e ha ipotizzato che nel mare di Riace fosse rimasta anche la figura della madre che tenta di dissuadere i figli dallo scontro; lo scrittore Giuseppe Braghò, autore del libro Facce di bronzo, ha spinto la teoria fino a sostenere che quella terza statua sarebbe stata sottratta e portata fuori dall'Italia, secondo alcune ricostruzioni fino al Getty Museum di Malibù. Non manca nemmeno una versione più inquietante, legata alle cosiddette archeomafie: secondo una testimonianza raccolta in Sicilia, un anno prima della scoperta ufficiale un boss mafioso avrebbe recuperato in realtà cinque statue greche nei pressi di Brucoli, rivendendone la maggior parte all'estero e facendone spostare solo due fino ai fondali di Riace come depistaggio. Le ispezioni sonar condotte nel 2004 da una nave americana, che avrebbero rilevato oggetti metallici nella stessa zona del ritrovamento, hanno rilanciato più volte l'idea di nuove campagne di scavo subacqueo, l'ultima annunciata nel 2022 sotto la guida dell'archeologo Luigi Fozzati, senza però che nessuna di queste ricerche abbia finora restituito prove concrete. Un mistero straordinario.
La paleo-televisione
Sopra ho messo un video breve per una storia in realtà davvero lunga. Qui un video assai più lungo e intrigante per una storia che faccio breve: il grande antichista Ettore Paratore (opens new window) parla del teatro classico. Una lezione del grande studioso del mondo classico ma ci sono anche dei pezzi di teatro straordinari. La paleo-televisione al suo meglio.
La iper-televisione
Infine due video gratuiti su Youtube: Nightborne (opens new window) di Neill Blomkamp e Pomegranate (opens new window) di Zack London. Entrambi creati da un autore-maker unico (o quasi) usando l'AI. Cioè, non sono fatti con gli strumenti classici di CGI (quelli di Toy Story, per intenderci) ma con dei prompt. Tanti prompt. E tanta roba. Ora è roba su Youtube, domani al cinema e su Netflix & C.
Tsundoku
Storie di cose ritrovate
Due storie di cose ritrovate, da una parte carte durante un trasloco, dall'altra libri svuotando il box della madre. Cominciamo dal primo.
Basta un trasloco, a volte, per far riemergere cinque generazioni. È quello che è successo ad Anna Foa quando, aprendo vecchie scatole piene di foto e carte di famiglia, si è ritrovata davanti al passato di bisnonni, prozii e cugini, fino ai genitori Vittorio e Lisa. Da quel materiale accantonato per decenni è nato La famiglia F. (opens new window) (Laterza), un libro breve, denso, che attraverso le vicende private di una famiglia di origine ebraica racconta un pezzo enorme di Novecento italiano: il fascismo, il carcere, la Resistenza, la Shoah, il dopoguerra, fino al Sessantotto e agli anni di piombo. E racconta anche la storia della sinistra italiana, visto che le due in quella famiglia si sovrappongono.
Quello che rende il libro interessante non è però solo il catalogo dei nomi, per quanto illustri (Carlo Levi, Natalia e Leone Ginzburg, Giuseppe Di Vittorio compaiono come amici di famiglia). È il modo in cui la passione politica e l'impegno civile si intrecciano con la vita quotidiana, arrivando a governare persino le relazioni sentimentali e i rapporti tra le due mogli di Vittorio Foa (opens new window), Lisa Giua e poi Teresa Tatò. Anna Foa scrive divisa tra un riserbo che lei stessa attribuisce a un'origine piemontese e il bisogno, più forte, di testimoniare.
Tutta un'altra direzione invece per l'articolo di Marco Cassini (opens new window), l'editore che si racconta come un romanziere. Cassini ha creato la casa editrice Sur (2011) e minimum fax (1994), la Libreria Trastevere (2005) e la Scuola del libro (1992) tra le altre cose. Ha scritto e tradotto. Il mio amore per Julio Cortázar passa per le pagine tradotte da lui. E in questo articolo per le Idee del Post (opens new window) racconta il ritrovamento fortunoso di scatoloni di libri rimasti a casa della madre, nel box dove si accumulano le nostre vecchie vite. Dentro c'è una biografia letteraria simile alla mia se non altro perché abbiamo praticamente la stessa età: i "Libri" dell'Unità; i "Sonagli" di Laterza; L'"Universale Electa/Gallimard"; la "Storia dei Movimenti e delle Idee" di Editrice Bibliografica; i "Taschinabili" di Fahrenheit 451 e parecchie altre cose. Alla fine dell'articolo (opens new window), un po' di consigli di lettura per l'estate. I miei? Sono immerso in due letture (opens new window) che mi accompagnano da mesi e che intervallo con altro. Ne riparliamo più avanti.
Coffee break
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Money quote
Ride anche l'autista, senza sapere perché, ci osserva nello specchietto retrovisore e ride mentre il taxi attraversa la città illuminata, entra in via Vouliagmenis, passa dinanzi al garage con la scritta Texaco, ci porta al ristorante dove tre anni dopo mangerai per l'ultima volta, poco prima di andare a morire. Ma se gli dèi ce lo annunciassero per metterci in guardia, se ci dicessero che questo è il tuo destino, il nostro destino già scritto, non ci crederemmo ed io replicherei beffarda che il destino non esiste.
– Oriana Fallaci, Un uomo
Al-Khwarizmi
Il troppo stroppia
Un effetto negativo del vibe coding? Sta ammazzando l'open source. L'intelligenza artificiale ha reso la scrittura di codice praticamente gratuita, e questo sta silenziosamente disarticolando l'ecosistema open source dall'interno. Lo spiega bene un articolo (opens new window) che circola da qualche giorno, e che parte da un'osservazione semplice: GitHub è ormai sommerso da repository generati in pochi minuti, spesso migliaia di righe di codice prodotte senza che l'autore abbia la minima intenzione di mantenerle nel tempo. Fino a poco fa, imbattersi in un progetto corposo era di per sé una garanzia implicita: qualcuno ci aveva investito fatica, quindi probabilmente aveva anche una competenza reale del problema e un interesse a tenerlo in vita. Oggi quella garanzia è saltata, e la differenza tra un vero progetto open source, che risolve i problemi di una comunità di utenti, e un ammasso di codice buttato online per un bisogno personale del momento, è diventata molto più difficile da distinguere a colpo d'occhio.
Il punto dolente, però, non è tanto la produzione quanto la revisione del codice inviato ai progetti open già esistenti. Scrivere codice, fino a ieri, funzionava anche come filtro naturale: richiedeva tempo, quindi selezionava un minimo di serietà. Ora che il codice si genera in un istante, tutto il peso si è spostato sui manutentori, che devono verificare riga per riga contributi enormi arrivati da persone che spesso non capiscono davvero cosa hanno inviato e che, alla prima domanda scomoda, spariscono senza rispondere. È il caso citato dall'autore stesso, che racconta di aver ricevuto una pull request di novemila righe, piena di modifiche inutili e di codice palesemente generato, e di aver deciso che anche solo l'ora spesa a valutarla era tempo perso. Progetti come Flathub hanno cominciato a rifiutare esplicitamente le app generate dall'AI, e c'è persino chi ha vissuto quella scelta come un attacco alla libertà, arrivando a creare (ovviamente con un esercizio di vibe coding) in fretta e furia un'alternativa aperta a tutti che è durata, neanche a dirlo, meno di un mese.
La conseguenza è che l'apertura del codice, il gesto fondativo di tutto il movimento open source, sta in effetti cominciando a perdere attrattiva proprio nel momento in cui servirebbe di più. C'è chi teme che un modello linguistico si alleni sul proprio lavoro pluriennale e ne restituisca poi una versione molto simile sotto licenza proprietaria, aggirando di fatto lo spirito delle licenze copyleft come la GPL, pensate apposta perché i miglioramenti tornino sempre alla comunità. Il fondatore di MeshCore, dopo aver scoperto che un membro del proprio team aveva registrato di nascosto il marchio del progetto per costruirci sopra soluzioni chiuse con l'aiuto dell'AI, ha riassunto il sentimento diffuso dicendo che pubblicare codice open source, nell'era dell'intelligenza artificiale, significa regalare il proprio lavoro perché qualcun altro se lo appropri in mille modi diversi. A questo si somma un'ondata inedita di segnalazioni di vulnerabilità generate dall'AI, di cui si parla molto meno di quanto si parli dei bug trovati, perché correggerle richiede ancora una comprensione profonda del codice che solo un programmatore umano possiede, e che nessuna automazione sta ancora sostituendo davvero.

La coda lunga
Mai una buona notizia
L'idea era semplice e facilmente comprensibile: per evitare i problemi a terra, bisogna mettere i data center (che servono per le AI eccetera) nello spazio, cioè in orbita attorno alla Terra. Semplice, no? Peccato sia un'idea potenzialmente catastrofica. Anche e soprattutto per la scala: la portata dei progetti in discussione va oltre quanto già circolava (opens new window). La sola SpaceX ha chiesto all'ente regolatore americano il via libera per arrivare fino a un milione di data center orbitali, mentre altre aziende, tra cui Orbital, Starcloud, la Blue Origin di Bezos e la già citata Cowboy Space, hanno presentato domande che sommate sfiorano i 260mila satelliti aggiuntivi. È una scala che, secondo Earthjustice, l'organizzazione ambientalista che ha guidato la stesura di una petizione per bloccare questi progetti (opens new window), non ha precedenti nella storia della regolazione spaziale, e che finora non è mai stata sottoposta a una vera valutazione degli effetti cumulativi: la Commissione Federale delle Comunicazioni, ricordano i firmatari, ha sempre autorizzato il lancio di satelliti senza alcuna revisione ambientale sistematica (opens new window).
C'è poi un errore di prospettiva che diversi ricercatori indicano come centrale nel dibattito. Peter Howson, docente di geografia e sviluppo alla Northumbria University, ha osservato (opens new window) sulle pagine di The Conversation che il vero problema non sta nella fase operativa dei data center, dove l'energia solare in orbita è effettivamente abbondante e continua, ma nell'intero ciclo di vita dell'infrastruttura (opens new window): costruzione, lancio, manutenzione, sostituzione dei componenti e smaltimento finale. Proprio su questo punto la FCC sembra intenzionata a muoversi nella direzione opposta a quella chiesta dalla petizione: l'ente ha proposto di escludere le attività spaziali dalla normativa ambientale federale, sostenendo che si tratti di operazioni extraterritoriali i cui effetti si collocherebbero interamente fuori dalla giurisdizione statunitense, una tesi che gli ambientalisti (opens new window) considerano difficilmente sostenibile visto che l'inquinamento prodotto ricade poi nella stratosfera terrestre.
Ma, almeno, funzionerebbe? Forse no. Ci sono varie voci scettiche sulla praticabilità stessa del progetto, prima ancora che sul suo impatto ambientale: c'è chi fa notare che dissipare il calore generato da migliaia di processori nel vuoto dello spazio, senza l'aria che sulla Terra permette il raffreddamento, resta un problema tecnico tutt'altro che risolto: la fisica lo rende molto più difficile (niente più convezione ma solo irraggiamento). E c'è chi si chiede semplicemente perché convenga spendere cifre enormi per mandare in orbita infrastrutture che si potrebbero costruire molto più a buon mercato (opens new window) in un deserto qualunque.
Nel frattempo l'altro fronte di preoccupazione, quello dell'inquinamento luminoso denunciato da tempo da organizzazioni come DarkSky International, si salda a questa vicenda: più satelliti significano più luce riflessa che disturba le osservazioni astronomiche, in un cielo che rischia di trasformarsi in un anello artificiale visibile da terra. Sulla petizione (opens new window), va detto, la FCC non ha alcun obbligo procedurale a rispondere in tempi definiti: dovrà solo, prima o poi, prenderla in considerazione.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
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