[Mostly Weekly ~381]
Pinocchio e la lettera scarlatta dell'AI
A cura di Antonio Dini
Numero 381 ~ 21 giugno 2026
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Intanto, buona lettura.

Un grande uomo è sempre disposto a essere piccolo
– Ralph Waldo Emerson
Editoriale
Andare al cinema
Nel 2000 in aggiunta al mio lavoro di giornalista mi occupavo di ricerca sui media: radio, cinema, televisione, videogame e internet (ancora non c'erano streaming e social media: si parlava piuttosto di "new media"). Ero affascinato (lo sono ancora) da come le narrazioni servano da veicolo per addomesticare e portare cose nuove nella società. Ad esempio: come inserire nelle storie i telefonini? Se ci pensate, all'inizio era un vero e proprio problema drammaturgico: per essere verosimili andava inserito nella trama quello che è uno strumento quotidiano per gli spettatori, ma che dal punto di vista narrativo frammenta l'unità di spazio in cui si svolge la scena (con il telefonino il personaggio sa di essere sempre in contatto: è reperibile, può mandare o ricevere messaggini, telefonate). Come si fa? Occorre un autore capace di immaginare storie che hanno una dimensione in più, quella mediata dal telefono (che non era neanche smart, all'epoca). Molti autori proprio non ce l'avevano.
In questi giorni ho ripensato a quel periodo come lente per guardare il tempo presente. Il tema è quello dell'intelligenza artificiale: ChatGPT per adesso non è ancora "pensato" dagli autori di cinema e televisione, se non con alcune anticipazioni peraltro spesso citate a sproposito: da Her, ai vari computer intelligenti e invariabilmente cattivi che parlano e menano duro, come Terminator e 2001 Odissea nello spazio, per esempio.
In realtà io pensavo ad altro, a qualcosa di più specifico. Infatti, sono andato al cinema a vedere l'ultimo film di Steven Spielberg (opens new window), Disclosure Day. E la cosa che salta all'occhio in quella pellicola è proprio il modo in cui è stata scritta: da qualcuno che non ha idea di cosa sia un deepfake o di come sia cambiato l'assetto dei media. Per rivelare al mondo che esistono gli extraterrestri, se scegli di riversare ore e ore di video originale nel sistema dei media, come fai a convincere il pubblico che quello che stanno guardando è vero e non generato con l'AI? Bisogna aver scritto il soggetto parecchio tempo fa oppure non aver più aperto Instagram o TikTok negli ultimi due o tre anni. Steven Spielberg mi è proprio invecchiato. Peccato.
Importante
L'arte della scrittura meccanica
In un'inchiesta giudiziaria, quando il nome di un indagato finisce sui giornali poi non si torna più indietro: anche con l'assoluzione piena, qualcosa resta sempre attaccato. Pangram, lo strumento software (basato, tanto per non sbagliarsi, sull'AI) che decide se un testo è stato scritto da un'intelligenza artificiale, funziona esattamente così. Basta un punteggio per trasformare un sospetto in un colpevole, prima ancora che qualcuno verifichi qualcosa.
Il caso recente più clamoroso è l'enciclica di papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, che, come dicevo nel numero 379 di Mostly Weekly (opens new window), è stata flaggata come parzialmente generata dall'intelligenza artificiale mentre i discorsi a voce dello stesso pontefice risultavano interamente umani. Ma, per fare un altro nome, è successo anche alla giornalista Taylor Lorenz (opens new window), accusata pubblicamente e poi scagionata perché, per fortuna sua, aveva conservato la cronologia delle modifiche del suo documento. Senza quella prova, l'accusa sarebbe rimasta lì, appiccicata al suo nome, come succede di solito. Lo dico per essere chiari: là fuori è pieno di gente che non ha niente di meglio da fare che copiare e incollare la roba scritta da altri per vedere se è stata scritta con l'AI o no. Senza sapere che, per esempio, molto spesso si imputano per dei falsi positivi, soprattutto sul materiale di chi ha abitudine a scrivere e un modo di esporre ordinato e strutturato.
Anziché trasformarci in tanti Torquemada dei poveri, secondo me la domanda che dovremmo farci è, invece, un'altra: anche se fosse vero che un testo è stato scritto usando l'AI, quale è il problema? Usare l'AI per scrivere non è come truccare un esame o falsificare un dato. L'AI è un attrezzo, come lo è stato il correttore ortografico, o prima ancora la macchina da scrivere e la stessa penna. La verità è che stiamo costruendo un intero apparato di sospetto, processi sommari e carriere bruciate attorno a un'attività che, di per sé, non lede nessuno: si chiama scrivere. Chi firma ci mette la faccia, come arriva al risultato finale è un problema suo, a noi sta giudicare com'è venuto.
Italiana
Pinocchio
Come moltissimi bambini italiani, la prima volta che ho incontrato Pinocchio (opens new window) è stato durante l'esame di terza elementare (sono così vecchio, ahimé). Dovevo leggerne ad alta voce un brano, se non ricordo male. Non lo scelsi io, naturalmente: era il libro che tutti i bambini italiani della mia generazione avevano sotto gli occhi, prima nella versione addomesticata e poi, crescendo, in quella originale di Collodi, al secolo Carlo Lorenzini.
La seconda volta che ho incontrato il burattino di Collodi è stato con Nino Manfredi, cioè lo sceneggiato Rai del 1972 (opens new window). Ho sicuramente visto una replica qualche anno dopo, perché non sono così vecchio. E ovviamente c'era anche il Pinocchio di Walt Disney (opens new window), che è del 1940 e che ho visto in tv o in cassetta o addirittura in formato 16 millimetri a una festa a casa di Carlo Bisonti, mi sa.
Poi, lasciamo passare parecchia acqua sotto i ponti e passiamo dall'Arno al Naviglio, è stato la volta del libro di Fausto Colombo, La cultura sottile (opens new window) e quindi La fabbrica di Pinocchio. Le avventure di un burattino nell'industria culturale (opens new window) (scritto da Fausto assieme a Piermarco Aroldi e Barbara Gasparini). Per me è stata la scoperta dell'idea di industria culturale e il ruolo di Pinocchio in tutto questo. Da allora, però, la storia di Collodi è rimasta in qualche modo sullo sfondo. La sappiamo tutti, fa parte di noi come poche altre narrazioni, ma non è che ci pensiamo tutti i giorni.
Poi, qualche giorno fa ho letto un articolo di Om Malik (opens new window) che parte da una penna stilografica, una Montblanc della serie Writers Edition dedicata a Collodi, e da lì arriva a una lettura del libro che non avevo mai fatto. La storia di un burattino al quale si allunga il naso quando dice le bugie è solo il contorno.
Quello che conta è la cornice: una società in cui l'inganno è ambientale, dove la Volpe e il Gatto convincono Pinocchio a seppellire le monete nel Campo dei Miracoli promettendo che si moltiplicheranno da sole e lui ovviamente è complice non solo perché ingenuo ma anche perché avido. Malik ci vede, senza troppi sforzi, il prototipo di ogni promessa tecnologica che non arriva mai, dai timeline sempre slittati ai prodotti che esistono solo come annunci, del desiderio dei consumatori di farsi prendere in giro sperando di godere del proprio egoismo.
Il Paese dei Balocchi è la parte più interessante. I bambini abbandonano scuola e responsabilità per un luogo di divertimento perenne, e lentamente diventano somari, animali da soma usati finché non si rompono. Malik lo legge come la metafora perfetta del feed algoritmico, costruito apposta per trattenerci oltre il punto in cui ci stiamo ancora divertendo, dove l'indignazione viaggia più veloce della comprensione e l'algoritmo non si preoccupa se qualcosa è vero, ma solo se si muove.
Il ragionamento torna, e torna parecchio, proprio perché il libro era lì da sempre, sotto i nostri occhi, talmente noto (a noi italiani) da risultare invisibile. Anche il finale del ragionamento: Pinocchio diventa vero solo quando accetta un obbligo, quando scambia la scorciatoia con la fatica e lo spettacolo con il giudizio. È un'idea piuttosto scomoda oggi, nell'epoca dell'AI, della conoscenza superficiale e provvisoria, perché la velocità ha sostituito la competenza come unica misura di credibilità. Se Pinocchio l'avesse scritto un Collodi inglese oggi lo chiameremmo "genio".
Omonimia
Per anni, quando abitavo con i miei a Firenze, arrivavano telefonate a casa di gente che cercava la torrefazione "Dini Caffè". Non eravamo noi, alle volte era divertente spiegarlo. Comunque, erano omonimi (il mio cognome è molto comune in Toscana e nelle Marche) che avevano la torrefazione un po' più in là. Non ho mai conosciuto la loro storia, nonostante in molti bar a Firenze si trovasse (e si trova ancora) il Dini Caffè. Questa è la storia (opens new window) di una "torrefazione al femminile" che ha compiuto 80 anni nel 2019. Chissà come va adesso. Ad majora!

Multimedia
Tomb Raider
Sono particolarmente legato ai vecchi giochi di Lara Croft (opens new window), diciamo i primi sei sviluppati da Core Design, perché sono stati un po' gli Harry Potter della mia generazione (anche se ero già grandicello quando è uscito il primo, nel 1996). La notizia che è in arrivo (opens new window) una nuova iterazione del franchise intitolata Tomb Raider: Legacy of Atlantis (opens new window), anche se non gioco quasi mai, è una cosa che comunque mi fa piacere. Meno la polemica legata al "l'hanno fatto con l'AI" che è partita subito dopo il primo trailer: asset fatti dall'AI (opens new window) ma, come ha dichiarato lo studio di produzione (opens new window), "raffinati a mano dagli artisti".
Il direttore dell'esperienza (qualunque cosa voglia dire) di Crystal Dynamics, Jeff Adams, ha infatti detto che internamente "Considerano l'AI come uno strumento che aiuta il nostro team a raggiungere le conclusioni giuste più rapidamente". Ha descritto un flusso di lavoro (opens new window) in cui l'AI generativa aiuta a visualizzare gli oggetti di gioco prima che il team impegni risorse di sviluppo: "Se abbiamo un'idea per un oggetto ma esitamo a dedicarvi tempo di sviluppo, possiamo usare uno strumento di AI generativa per visualizzare quell'oggetto all'interno del mondo di gioco. Se si rivela efficace, lo trasferiremo poi nella nostra pipeline di sviluppo tradizionale".
Il risultato (opens new window) è che "tutti i contenuti finali nel gioco completato sono realizzati da esseri umani", e ha confermato separatamente che il personaggio di Lara Croft è stato creato interamente senza l'ausilio dell'AI. "Lara è fatta al 100% da mani umane", ha detto a GameSpot (opens new window).
Qui i requisiti (opens new window) del gioco e soprattutto qui il trailer che si è visto alla Summer Game Fest 2026 (opens new window). Uscirà probabilmente all'inizio dell'anno prossimo (opens new window).
Tsundoku
auto AIuto
Tim Ferriss, l'autore di vari manuali di auto aiuto con tanto di numeri nel titolo (opens new window), ha ricevuto un foglio di calcolo che gli ha fatto venire un mezzo coccolone. Le vendite dei suoi libri (opens new window), per più di un decennio una rendita quasi automatica, nel 2026 sono crollate del 57% rispetto all'anno prima. Non è un caso isolato: secondo Publishers Weekly l'intera categoria dell'auto aiuto ha perso più di un quarto delle copie vendute nell'ultimo anno, mentre il resto della saggistica resta più o meno fermo dov'era.
La spiegazione, a pensarci, è quasi banale. Un libro come 4 ore alla settimana (opens new window) è in pratica una tabella di consultazione travestita da narrazione: come lavorare meno, come perdere peso, come dormire meglio, come aggiungere muscoli in poche settimane. Lo stesso Ferriss descrive i suoi titoli come percorsi a bivi, libri-game per adulti costruiti su delle ansie molto pratiche. Peccato che oggi quella tabella la consulti gratis un chatbot, che ha già letto il libro al posto nostro e restituisce in pochi secondi un protocollo calibrato sul peso, sull'orario di lavoro, sull'intolleranza per la ricotta light.
Che l'editoria si restringa già lo sapevamo, però. Il problema più interessante, invece, riguarda quello che resta in mano al lettore. Non credo di aver mai letto sino in fondo un libro di auto aiuto, ma mi sono documentato (come dicono quelli fighi) ed è evidente che il settore è piuttosto discutibile. Spesso chi compra questi libri si affida in realtà ai consigli di qualcuno non più competente di lui, il quale a sua volta gli lascia comunque il compito di metterli in pratica. Già il concetto di "auto" nel nome "auto aiuto" è un'esagerazione, visto che l'aiuto arriva sempre da un altro essere umano. Ora quell'altro essere umano sparisce e con lui l'idea stessa del genere diventa più elusiva.
Perché la verità è che l'intelligenza artificiale non spiega più come perdere peso o come scrivere una mail difficile: lo fa al posto nostro. Un downgrade vestito da upgrade: prima un maestro mediocre e un allievo che almeno ci provava, adesso solo l'esecuzione automatica, con la parola "auto" rimasta nel titolo per abitudine e poco altro. Bisogna reinventare il genere a partire dalle parole che lo descrivono. Aiutati che l'AI t'aiuta?
Coffee break
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Money quote
Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che aveva nome "Acchiappa-citrulli". Appena entrato in città, Pinocchio vide tutte le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano dall'appetito, di pecore tosate che tremavano dal freddo, di galline rimaste senza cresta e senza bargigli, che chiedevano l'elemosina d'un chicco di granturco, di grosse farfalle che non potevano più volare, perché avevano venduto le loro bellissime ali colorite, di pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi vedere, e di fagiani che zampettavano cheti cheti, rimpiangendo le loro scintillanti penne d'oro e d'argento, oramai perdute per sempre.
– Carlo Collodi, Pinocchio
Al-Khwarizmi
La volpe e l'uva
Ognuno tira l'acqua al suo mulino. Questo lo sappiamo tutti, poi la retorica serve a farcelo dimenticare. Così, per non dimenticarselo, ecco quanto segue. Satya Nadella scrive da una posizione scomoda (opens new window): Microsoft non possiede il modello di frontiera, lo affitta da OpenAI, e ogni discorso che riduce la competizione nell'era dell'AI a "chi ha il modello più potente" lo lascia in casa d'altri. Spostare l'attenzione dal modello all'ecosistema è quindi un movimento difensivo travestito da visione di lungo periodo. Se il valore non sta nel motore ma nella piattaforma su cui le aziende costruiscono i propri loop di apprendimento, le basi di conoscenza, le valutazioni private, gli ambienti di reinforcement learning interni, allora Microsoft torna al centro del tavolo: è esattamente quello che vende con Azure, Copilot e tutto l'apparato enterprise costruito in trent'anni.
Il vocabolario di "human capital" e "token capital" serve anche a disinnescare un timore concreto, quello emerso dopo l'integrazione di GPT-5 in tutta la suite Microsoft, quando si è tornati a parlare del fornitore di modelli come di un possibile predatore del business stesso del cliente. Raccontando il modello come componente intercambiabile, e l'infrastruttura proprietaria dell'azienda come l'asset che davvero conta e si accumula, Nadella offre alle imprese (e a se stesso) una rassicurazione sulla sovranità: nessuno verrà fagocitato, purché si costruisca il proprio strato sopra qualunque motore. Non stupisce che questo strato coincida, con notevole precisione, con i prodotti che Microsoft ha da vendere. Acqua al suo mulino.
Il costo dell'inferenza su larga scala
Un calcolo approssimativo (opens new window) (e non poco tecnico) sull'inferenza. Per sapere il costo in dollari per utente sono necessarie le seguenti informazioni: specifiche hardware della GPU, lunghezza del contesto, numero di parametri attivi del modello e fattori specifici del prodotto. I dettagli dell'architettura del modello contano sorprendentemente poco, a meno che non si tratti di qualcosa di completamente diverso, come i modelli diffusion.
Agente sì o agente no?
Gli LLM possono essere utilizzati nei programmi informatici sia come parte di una pipeline sia come agenti (opens new window). Le pipeline offrono prevedibilità e controllo, rendendole adatte a compiti più semplici e contesti di dimensioni ridotte, mentre gli agenti garantiscono flessibilità e intelligenza, consentendo loro di gestire compiti più complessi e contesti più ampi. La scelta tra pipeline e agenti dipende dai requisiti specifici del compito, tenendo conto di fattori quali prevedibilità, flessibilità, intelligenza, raccolta di informazioni contestuali e adeguatezza alle esigenze future.

La coda lunga
Fable, Mythos e la nuova scala dei modelli
Qualche settimana fa avevo chiesto a Claude di spiegarmi, punto per punto, come funziona davvero la sua architettura: modelli, interfacce, memoria, modalità d'uso. Mi aveva confermato che Opus, Sonnet e Haiku sono tre modelli diversi con dimensioni differenti: una scala ordinata per potenza e per costo, comoda da spiegare perché lineare e con nomi scelti apposta. Un haiku è più piccolo ed essenziale di un sonetto, che a sua volta è più piccolo di un'intera opera. È bastato il tempo di archiviare quella spiegazione che la scala si è già sdoppiata.
Il 9 giugno Anthropic ha lanciato Claude Fable 5, accanto a un gemello più riservato chiamato Mythos 5. Condividono la stessa architettura di base, ma non la stessa destinazione. Mythos è stato chiuso dentro Project Glasswing, riservato a chi difende infrastrutture critiche o fa ricerca, mentre Fable è la versione pubblica, addomesticata da barriere che reindirizzano le domande più rischiose su cybersecurity e biologia verso il più prudente Opus 4.8. Il nome stesso segna la rottura: non più una sigla incrementale dentro la stessa famiglia, ma due marchi paralleli, già alla loro quinta generazione.
Quello che rende la vicenda interessante non è tanto la potenza dichiarata, superiore a tutto il resto del catalogo Anthropic, quanto la rapidità con cui è diventata una questione di geopolitica. Pochi giorni dopo il lancio il governo americano (a quanto pare dopo una conversazione con il CEO di Amazon, Andy Jassy) ha imposto la sospensione di Fable e Mythos per chiunque non sia cittadino statunitense, dentro o fuori dal territorio americano. Anthropic ha eseguito l'ordine in maniera radicale (non riuscendo a discriminare la nazionalità degli utenti) pur contestandolo, sostenendo che la falla di sicurezza citata fosse minore e già nota anche su modelli concorrenti.
Così, il mio principio di ordine mentale se n'è andato a carte quarantotto, cosa che mi ha profondamente rattristato (ok, per 30 secondi). Però, proprio quando pensavo di aver capito una cosa, ecco che si rompe subito tutto, mannaggia.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
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