[Mostly Weekly ~378]
La realtà dopo la simulazione dopo la realtà
A cura di Antonio Dini
Numero 378 ~ 31 maggio 2026
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Intanto, buona lettura.

Quest'epoca di indolenza tramontò senza aver prodotto un solo scrittore di genio originale o che eccellesse nell'arte della composizione elegante. L'autorità di Platone e Aristotele, di Zenone ed Epicuro, regnava ancora nelle scuole, e i loro sistemi, trasmessi con cieca deferenza da una generazione di discepoli all'altra, precludevano ogni tentativo generoso di esercitare le facoltà, o di ampliare i limiti, della mente umana
— Edward Gibbon, Declino e caduta dell'impero romano
Editoriale
AI eats the world
Ben Evans pubblica ogni anno due rapporti strategici su dove va il mondo della tecnologia. Questa edizione "primaverile" di maggio 2026 (opens new window) l'ho sintetizzata in italiano (opens new window): 78 slide di numeri diventate 1650 parole di analisi spero leggibile, senza dover guardare una pila di slide alle undici di sera.
Contemporaneamente, Ben Thompson ha pubblicato la sua lettura del momento, molto più centrata sulla tecnologia e meno sull'economia: si chiama "The Inference Shift (opens new window)" e quella non l'ho sintetizzata ma è altrettanto interessante.
C'è infine una terza cosa che vale la pena segnalare: Simon Willson ha ridotto in cinque minuti (opens new window) tutto quello che è successo nel mondo degli LLM negli ultimi sei mesi. Ha fatto un esercizio di sintesi che sembra adatto ai social più che a chi voglia documentarsi seriamente, ma in realtà ha una base molto solida.
Le metto assieme perché sono a mio avviso tre buone analisi, da fonti interessanti, su un momento che non è ancora del tutto leggibile. Là fuori c'è un rumore sulle AI che la metà basta. Su questa alluvione di parole, spesso furbe ma generalmente senza senso, ci sono aziende che stanno per quotarsi e costruirci fortune. Per questo trovare delle sintesi efficaci e delle analisi documentate è importante. L'alternativa è continuare a scorrere post a caso su X o LinkedIn, che è come cercare di capire il futuro contemplando i rognoni di piccione.
Importante
La storia del presente
Timothy Garton Ash ha appena vinto il Premio Principessa delle Asturie per le scienze sociali, e nell'articolo che El País gli ha dedicato (opens new window) compare, come capita quasi sempre quando si parla di lui, la definizione di contemporary historian: storico del presente. Dal punto di vista epistemologico la storia del presente dovrebbe essere una contraddizione in termini, invece non lo è (anche l'epistemologia evolve).
La storia del presente è una disciplina con presupposti precisi anche se, in alcuni ambienti accademici, ha una reputazione ancora fragile. L'obiezione classica è che lo storico ha bisogno di distanza per giudicare: senza quella distanza non vede il quadro, vede solo il frammento in cui si trova. La risposta dei suoi praticanti è che la distanza non produce automaticamente obiettività, produce solo un tipo diverso di cecità. Chi studia la Rivoluzione francese duecento anni dopo ha i documenti ordinati ma non sente più le paure, non percepisce le false partenze, non capisce perché certe scelte sembravano ovvie a chi le faceva. Lo storico del presente compensa la mancanza di prospettiva con la ricchezza delle fonti e con la coscienza esplicita del proprio punto di osservazione.
Credo che Timothy Garton Ash abbia vinto il suo premio perché questa disciplina oggi serve più che mai. Viviamo in un'epoca che produce retrospezione accelerata: gli eventi vengono storicizzati quasi in tempo reale, sui social, nei podcast, nei libri usciti sei mesi dopo i fatti. Il risultato è che circolano tantissime narrative sul presente, molte delle quali hanno la forma della storia senza averne il metodo. Invece, il metodo è fondamentale. Distinguere tra le due cose è un'operazione necessaria. La storia del presente non è il contrario del giornalismo, né è giornalismo con pretese. È un tentativo di applicare al tempo in cui viviamo gli stessi criteri con cui trattiamo il tempo che è passato: rigore sulle fonti, attenzione al contesto, diffidenza verso le semplificazioni che rendono tutto più raccontabile ma meno vero. Sarebbe interessante studiare questo ambito.
Italiana
Chiare, fresche et dolci acque,
Qualche giorno fa sono inciampato in un video (opens new window) che mostra l'acqua che scorre in uno degli acquedotti romani del Lazio ancora funzionanti: l'acqua è così limpida che sembra acqua distillata. Qualcuno nei commenti ha scritto che probabilmente è un filtro. Non è un filtro: è la pendenza.
Sono andato a leggermi un po' di cose (opens new window) per capire e ho trovato che gli ingegneri romani avevano capito una cosa notevole, per quell'epoca. La chiarezza dell'acqua dipende dalla velocità di flusso: troppo ripida e il canale si erode, troppo piatta e l'acqua ristagna. Il punto ottimale per quella dimensione e portata era circa venti centimetri per chilometro. Prima che arrivasse in città, l'acqua passava in vasche di decantazione a cascata dove le particelle sospese si depositavano.
Vitruvio aveva pubblicato le proporzioni esatte della malta idraulica, la pozzolana vulcanica che miscelata con la calce forma un composto che con l'acqua non degrada ma si consolida. Il calcestruzzo moderno in acqua si deteriora, quello romano ci guadagna (opens new window). L'acquedotto Vergine, che alimenta ancora la Fontana di Trevi nel centro di Roma, ha duemila anni. Stessa fonte, stessa gravità, stessa acqua.
La tentazione è di vedere in questo un problema di "pensiero a lungo termine" (dei "costruttori di cattedrali (opens new window)") contro il pensiero a breve o della "trimestrale", e non è sbagliato. Ma non è abbastanza. La vera differenza è che i Romani non separavano mai la conoscenza dalla tecnica: i costruttori leggevano Vitruvio, Plinio. Il sapere era codificato e condiviso all'interno di una struttura che lo rendeva cumulativo. Noi produciamo conoscenza a volumi industriali, ma la frammentazione della specializzazione fa sì che il responsabile del progetto non sappia fare i calcoli dell'ingegnere, e l'ingegnere non abbia mai visto un cantiere. Sono le menti unidirezionali (opens new window), potentissime ma estremamente limitate e circoscritte. Per questo secondo me il problema oggi è cambiato: non è più quanto riusciamo a pensare avanti, ma è diventato che abbiamo smesso di pensare insieme.

Multimedia
Santa non subito
A me Il portiere di notte (opens new window), quando l'ho visto da ragazzo, non mi è piaciuto. È una di quelle ammissioni che non bisognerebbe mai fare, perché il film di Liliana Cavani del 1974 è entrato nel canone, sta nella collezione Criterion, ha un saggio allegato scritto da una studiosa di nome Gaetana Marrone che si occupa solo di Cavani. Eppure, quando lo vidi ne rimasi fuori: gli interpreti mi sono scivolati addosso, Charlotte Rampling e Dirk Bogarde mi erano sembrati due simulacri di se stessi, e la fotografia dai toni freddi, le feste in maschera delle SS con i costumi da operetta, il tema tipo sindrome di Stoccolma, avevano il sapore di una parodia. Il problema è mio, lo so. Il problema è quasi certamente mio.
Nel tempo, soprattutto all'estero (Francia e poi Stati Uniti) il film è stato visto come un'opera di rara lucidità sul fascismo inteso come struttura del desiderio, non come fatto storico. L'effetto di questo riconoscimento è importante non solo per banale esterofilia: essere visti da fuori sposta il punto di osservazione in modo fastidioso e fruttuoso allo stesso tempo. Cavani messa accanto a Pasolini e a Lina Wertmüller, tre cineasti che hanno fatto scandalo usando l'erotismo come strumento di analisi politica, non come fine.
L'interpretazione del lavoro di Cavani dimostra che il film non parla di sadomasochismo ma di come il potere lascia impronte che non si cancellano, nemmeno quando chi le ha impresse smette di esistere. Dice che è un film sull'impossibilità di uscire da certi schemi, non sulla perversione. Apre a un contesto molto più ampio. Cavani, che ha 92 anni e viene da Carpi, in provincia di Modena, ha sempre detto che voleva fare una storia d'amore.
Facendo un giro su Google Search (finché resiste) ho scoperto che la stampa americana all'uscita nel 1974 la demolì: Vincent Canby sul New York Times aprì la sua recensione con un tosto «Adesso parliamo di un pezzo di spazzatura». Cinquant'anni dopo Criterion ha restaurato il film in 4K e l'ha pubblicato con un documentario allegato sulle donne della Resistenza che Cavani aveva girato per la Rai nel 1965. La traiettoria è quella classica: incompresa, dimenticata, riscoperta, canonizzata. Quello che mi colpisce non è la rivalutazione in sé, ma il fatto che sia arrivata da fuori. Noi intanto continuavamo a farne una questione di censura del seno nudo di Charlotte Rampling.
Tsundoku
Quando si stava meglio
Una mia parente, genuinamente innamorata della Sicilia e del Sud, ogni tanto cita i Borbone come se fossero stati i buoni della storia. Regno fiorente, unificazione come rapina piemontese, questione meridionale figlia della rapacità di altri: il solito repertorio. Anche senza guardare alla verità storica o all'etica, il problema è che la nostra famiglia è una normalissima famiglia borghese del centro Italia: nel regno delle Due Sicilie saremmo stati contadini o al massimo piccoli artigiani, non certo ospiti alla Reggia di Caserta. A morire tra i braccianti calabresi e non a caccia nelle tenute reali. Allo stesso modo, chi rimpiange l'antica Roma si vede senatore, non schiavo nelle miniere sarde; chi rimpiange il Medioevo pensa ai castelli, non alla mortalità infantile del sessanta per cento. Ma la nostalgia storica funziona così: ci si immagina sempre dalla parte sbagliata della barricata giusta.
Il fenomeno è studiato, ha un nome, e Woody Allen ci ha fatto un film intero. In Midnight in Paris il protagonista viaggia negli anni Venti convinto che fossero l'epoca d'oro, e scopre che chi viveva negli anni Venti rimpiangeva la Belle Époque. E chi viveva nella Belle Époque rimpiangeva i tempi ancora precedenti. È una regressione infinita: l'epoca d'oro non esiste mai adesso, esiste sempre un passo indietro. Lo psicologo David Lowenthal la chiama rosy retrospection: il passato è un paese straniero che idealizziamo proprio perché non dobbiamo viverci.
Il punto che punge, però, è un altro. Il presente è sempre incerto e richiede capacità attive: dobbiamo decidere, rischiare, navigare la complessità. Il passato è già risolto, ha una trama con un senso, non ci chiede nulla. È rassicurante esattamente perché è immobile. La nostalgia storica non parla del passato: parla del presente. Se rimpiangiamo i Borbone stiamo in realtà dicendo qualcosa sul Sud di oggi, sulla delusione accumulata, su un'identità che cerca appigli. La nostalgia storica è quasi sempre nostalgia del futuro che quella epoca prometteva e non ha mantenuto, più che del passato in sé. In questo senso il passato è solo lo schermo: il film che ci proiettiamo sopra lo scriviamo noi, adesso.
Se volete fare un viaggio in questo tempo con un narratore di parte ma felicissimo, c'è il monumentale La Sanfelice (opens new window) di Alexandre Dumas, libro scritto tra il 1863 e il 1865 e ambientato nei pochi mesi della Repubblica napoletana, tra il 13 settembre 1798 e l'11 settembre 1800.
Coffee break
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Money quote
Uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald Reuel Tolkien, per bocca di uno dei protagonisti di un suo romanzo, ha descritto così la nostra responsabilità: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
La civiltà dell'amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione. Per questo vale la pena fermarsi e considerare alcuni aspetti di come, ciascuno nel proprio ambito, possiamo collaborare alla sua costruzione. Senza pretendere di esaurire il tema, propongo cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, rilanciare il dialogo e il multilateralismo.
– Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas (opens new window)
Al-Khwarizmi
L'anno della simulazione
Sono passati quasi trent'anni ma per me il 1999 è ancora l'altro ieri. Credo dipenda da dove mettono le pietre miliari i nostri processi di crescita e maturazione. Comunque, nel 1999 a parte la fine del millennio sono usciti bei film sulla realtà simulata oltre a Matrix. Da The Thirteenth Floor di Josef Rusnak a eXistenZ di David Cronenberg, le storie sono intriganti. Si passa da quella di un miliardario costruisce una simulazione perfetta della Los Angeles del 1937, mentre i protagonisti scoprono che anche la loro realtà è probabilmente una simulazione, a quella di una console da gioco biologica che si innesta direttamente nel sistema nervoso, facendo scomparire del tutto il confine tra gioco e carne.
L'anno prima c'era stata Dark City, con la sua città modificata ogni notte da esseri che forse erano solo i nostri stessi neuroni, e poi arrivò Matrix e oscurò tutto il resto.
Il tema però viene da molto più lontano. Il mito della caverna di Platone (opens new window) (nel settimo libro de La Repubblica) è il prototipo letterario: prigionieri incatenati che scambiano le ombre sul muro per la realtà. Prende lì la sua voce la domanda filosofica sull'affidabilità della percezione, che da allora non si è più fermata. Cartesio ci ha aggiunto il genio maligno, Nick Bostrom nel 2003 l'ha trasformata in un argomento probabilistico: se una civiltà tecnologicamente avanzata può creare simulazioni di coscienze, e se queste simulazioni possono creare altre simulazioni, allora il numero di menti simulate supera di gran lunga quello delle menti biologiche originali. Ergo, statisticamente, siamo quasi certamente dentro una di queste.
Quello che è cambiato nell'ultimo anno è che l'argomento sta prendendo corpo, ovviamente in maniera virtuale. Emergence AI ha costruito (opens new window) Emergence World: una piattaforma in cui agenti autonomi abitano un mondo condiviso con quaranta location distinte, accesso a notizie in tempo reale e memoria persistente, e ci vivono dentro per settimane. Non è un benchmark, non è un test a tempo: è un laboratorio per osservare cosa succede quando gli agenti sviluppano dinamiche sociali, derive comportamentali e qualcosa che assomiglia a una governance spontanea. Il risultato è notevole (opens new window), nonostante tutti i limiti del caso.
Cosa vuol dire? Se stiamo costruendo simulazioni per studiare gli agenti artificiali questo significa però che siamo diventati anche i carcerieri della caverna. Non so se questo cambi la risposta alla domanda originale.

La coda lunga
Ritorno ai fondamentali
Per capire dove stiamo andando, occorre anche sapere da dove siamo partiti. Bene: nel 1956, a Dartmouth, un gruppo di ricercatori scelse di chiamare "intelligenza artificiale" quello che stava costruendo. Era una scommessa retorica prima ancora che scientifica. Loro decisero di usare il vocabolario dell'intelligenza umana (pensiero, ragionamento, apprendimento) applicandolo a software che di umano ovviamente non aveva nulla (era software). Fu una scelta con un effetto molto più ampio che non sul solo ambito della ricerca scientifica. Settant'anni dopo, infatti, ci portiamo ancora dietro quella scelta, come una cassetta degli attrezzi piena di strumenti con i nomi sbagliati.
Tanto per chiarirci un attimo: la svolta che ha prodotto i sistemi attuali non è venuta dall'imitazione della mente, ma dal suo abbandono. Come scrive Nello Cristianini nel suo libro La scorciatoia (opens new window), l'intelligenza statistica, quella che traduce il mondo in numeri e trova correlazioni nei dati invece di applicare regole logiche esplicite, ha fatto in pochi anni ciò che decenni di approccio simbolico non erano riusciti a fare. Il prezzo da pagare per questo cambiamento di passo è che questi modelli sbagliano in modo opaco, imprevedibile, e non sanno spiegare perché.
La risposta al problema non è continuare a ricordarci che i modelli "non pensano davvero" (se credete che siano vivi e pensino state leggendo l'articolo e la newsletter sbagliati), perché è una operazione di demistificazione certamente necessaria ma comunque sterile, dato che non ci dice niente di nuovo e soprattutto non apre nessuna strada.
Ok, e allora? In realtà lo sappiamo già: la direzione più interessante che abbiamo davanti è quella neurosimbolica, cioè l'integrazione tra reti neurali e sistemi di manipolazione esplicita di simboli. Una soluzione che prova a combinare la scala dei sistemi statistici con la precisione di quelli logici. Si può fare? Sì: diversi sistemi commerciali hanno già incorporato componenti di questo tipo per ridurre le allucinazioni dei loro chatbot.
Il punto però è più sottile di quanto sembri. Aumentare un modello con strumenti deterministici, calcolatrici, interpreti di codice, motori di ricerca, non equivale ad avere un modulo simbolico integrato nell'architettura: è un workflow ibrido, non una nuova forma di intelligenza artificiale. La distinzione è importante per capire la differenza che passa tra correggere un difetto e costruire qualcosa di diverso. Per capire dove si trova davvero il confine, il libro più utile in circolazione è probabilmente Artificial Intelligence: A Guide for Thinking Humans (opens new window) di Melanie Mitchell, allieva di Douglas Hofstadter, scettica precisa e non ideologica.
La domanda alla quale nessuno dei due approcci, né il demistificatorio né il tecno-ottimista, riesce ancora a rispondere è questa: cosa sono esattamente questi sistemi, se non sono intelligenti nel senso umano ma producono effetti che l'intelligenza umana non saprebbe produrre alla stessa velocità e scala?
Se lo chiedono a me, che ovviamente non so la risposta, di getto direi "Bella domanda!" Il punto però è che non si tratta di una domanda retorica. È il problema aperto più serio che abbiamo davanti, e finché continuiamo a usare il vocabolario sbagliato, ereditato dal 1956, non avremo nemmeno gli strumenti per formularlo correttamente.

Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano
– G.K. Chesterton
END
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