[Mostly Weekly ~376]

Met Gala, Vogue e voguing


A cura di Antonio Dini
Numero 376 ~ 17 maggio 2026

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Intanto, buona lettura.



Cow-girl
Cow-girl ~ Foto © Antonio Dini

Il mio obiettivo è semplice: comprendere pienamente l’universo, perché è com’è e perché esiste
– Stephen Hawking




Editoriale

La scalinata e la sala da ballo
Qualche giorno fa la Radio Svizzera Italiana mi ha cercato per parlare del Met Gala: avevo altri impegni in quell'orario e non ho potuto. Ma ci ho un po' ragionato. Questi sono gli appunti che ho preso, riadattati per Mostly Weekly. Se riuscissi a trovare il modo di metterci dentro anche Ghostbusters e Le mille luci di New York avrei capito una fetta bella grossa del mio inconscio.

Il primo lunedì di maggio, sui gradini del Metropolitan Museum, Madonna si è presentata vestita da una Tentazione di sant'Antonio dipinta da Leonora Carrington nel 1947. Il velo era una ragnatela retta da sette assistenti. L'abito, Saint Laurent. La passerella, quella che da cinquant'anni sostituisce il museo alle ore di apertura.

L'invenzione del Met Gala come spettacolo non è di Anna Wintour. È di Diana Vreeland, ex direttrice di Vogue America licenziata nel 1971, ripescata l'anno dopo dal Costume Institute con un mandato vago e un'intuizione precisa. Prima di lei il gala era una cena per la buona società di New York. Vreeland la trasformò in un piccolo scandalo annuale invitando le persone che a New York non venivano mai invitate al Metropolitan: Warhol con la sua corte, Bianca Jagger con Halston, Cher, Diana Ross, David Bowie. Erano gli stessi che dal 1977 in poi ballavano allo Studio 54 a quindici minuti di taxi. Vreeland aveva capito una cosa che oggi chiameremmo media strategy. Il museo doveva diventare la versione diurna del club.

Il pezzo che mancava lo ha portato Madonna. Non per nascita, perché Madonna è del Michigan e arriva a New York nel 1978 con trentacinque dollari in tasca, da quasi diciannovenne. Per metodo. Madonna è la prima popstar che applica al pop la logica della Factory: l'identità è un manufatto, ogni album una mostra temporanea, ogni tour una retrospettiva con biglietto. È esattamente quello che Bowie aveva fatto sette anni prima a Manhattan, quando per due settimane di settembre incontrò Warhol, Lou Reed e Iggy Pop, scrisse "Andy Warhol" sul B-side di Hunky Dory, e tornò in Europa con la convinzione che la carriera fosse una galleria itinerante. Lo cantava già: mi piacerebbe essere una galleria, mettervi tutti dentro la mia mostra.

Tra Bowie nel 1971 e Madonna nel 1990 corre la stessa linea che congiunge la Factory al Mudd Club, il Mudd Club al Danceteria, il Danceteria al Paradise Garage. Una linea che attraversa Harlem (dove Bowie scopre la musica nera grazie ad Ava Cherry, e Madonna trova i voguer della House of Xtravaganza, che citano le copertine di Vogue mettendosi in pose queer, come la scena delle Ballroom (opens new window) comanda) e i club gay del Village (dove entrambi rubano la grammatica visiva che poi finisce in MTV). Una linea che non si potrebbe tracciare in nessun'altra città americana, perché solo a New York Harlem e SoHo si toccano in venti minuti di metropolitana, e il museo dei costumi sta in cima al parco.

Madonna oggi ha sessantasette anni ed è l'ultima sopravvissuta che ha attraversato tutte le stanze: la Factory, il club, il museo. Bowie è morto a Manhattan nel 2016, dove abitava da vent'anni. Lou Reed nel 2013. Basquiat e Haring negli anni di Vogue. Quando si sale i gradini del Met vestiti da quadro surrealista del 1947, citato a sua volta da un concorso di Albert Lewin, fotografato da chiunque abbia un telefono, si compie il gesto inventato da Vreeland mezzo secolo fa. Un'idea di moda come citazione d'arte, un'idea di celebrità come opera, un'idea di scalinata come ballroom. È un dispositivo al tempo stesso culturale e sociale potentissimo, che lavora cambiando e riadattando il senso della moda, dello spettacolo, della cultura. Compreso il suo aspetto economico, che oggi per la critica ne è la vera misura.

Il gala 2026 ha raccolto quarantadue milioni di dollari, contro i trentuno dell'anno prima. È la misura economica della stessa formula. Vreeland l'aveva inventata pensando di salvare il Costume Institute. Anna Wintour l'ha fatta scalare su tutto il pianeta. Madonna è la donna che ha tenuto in vita questa grammatica. Le sorreggono il velo in sette perché è una processione, e perché, adesso, quella è la nostra cattedrale.


Importante

L'impresa senza me e senza te
Si fa presto a dire "impresa senza uomini (opens new window)". Il manless entrepreneurship (vi piace la definizione? È "quasi" mia) è il termine dietro all'ultimo concetto che gira nei circoli giusti, nelle newsletter di chi sa tutto (quelle su Substack, che sta già andando in crisi (opens new window)) e nelle presentazioni con le slide nere e le cifre sui "trilioni di dollari". L'idea è semplice: un'azienda costruita interamente su agenti di intelligenza artificiale che si parlano tra loro, generano, vendono, assistono il cliente, riscuotono. Un fondatore solo, o magari nessuno. Pura architettura di processi software.

Il problema, come sempre quando si parla di AI, è che non si capisce più dove finisce la cosa vera e dove inizia il rumore. Gartner ha stimato (opens new window) che più del quaranta per cento dei progetti agentici sarà cancellato entro il 2027. Ha anche calcolato che dei migliaia di fornitori (opens new window) che si vendono come specialisti di agenti AI, quelli veri sono circa centotrenta. Il resto fa agent washing, cioè rivernicia chatbot e automatismi già esistenti con un nome più figo. È un copione già visto, uguale a quello dell'AI washing di qualche anno fa (e ovviamente del capofila green washing), ma con più soldi sul piatto e quindi con il marketing più aggressivo.

Secondo me (opens new window) la domanda che vale la pena farsi non è se l'impresa senza persone sia possibile (tutto è possibile, soprattutto al cinema), perché in certi casi lo è già. La domanda invece è un'altra: quando si automatizza tutto, chi rimane responsabile di quello che succede? La risposta ovviamente non ce l'ha nessuno.

Lotta tra totani
Mentre Elon Musk si azzuffa in tribunale (opens new window) con Sam Altman, il terzo potrebbe godere: si tratta di Dario Amodei (opens new window), che con Anthropic pare che stia per sbocciare la più grande quotazione in Borsa di sempre. Pare.

From Cheetah to Tahoe
Tutte le versioni di Mac OS X e macOS, in ordine. Nove grandi felini. Tredici posti della California. Un bel sito da vedere (opens new window). (Ormai con l'AI si fa tutto)

Cuffietta bianca
Una volta, vent'anni fa, erano il simbolo distintivo di chi aveva un iPod (opens new window): gli auricolari con il filo bianco in un mondo di cuffiette nere. Oggi quelle senza fili sono ultra comode ma sembrano supposte auricolari abbastanza distopiche (fanno anche da apparecchio acustico (opens new window), presto ci misureranno battito, pressione e pure livelli degli zuccheri). Ecco perché il ritorno delle cuffie cablate (opens new window) è diventato una specie di ribellione elegante contro i Big Tech (opens new window). Tra l'altro, anziché buttarsi su cavolate analogiche (tipo i walkman a cassetta) è un ritorno anche al digitale potabile (opens new window).

Zampe di gallina
Professioni del futuro: se sapete leggere il corsivo, potreste andare a lavorare per la Newberry Library di Chicago (opens new window), intanto che l'AI di turno impara, visto che per adesso non gli riesce.

Message in a bottle
Incuriosito dalla precedente notizia (perché sospetto sempre che le scrivano le AI automaticamente) sono andato a cercare la giornalista che l'ha vergata. Ecco, si chiama Brittany K. Allen (opens new window) e fa molte altre cose oltre a scrivere: recita, fotografa, viene fotografata. Insomma, penso sia anche lei una freelance che arranca, povera. Coraggio, Brittany!

Il mondo che Trump sta costruendo fa paura
Per ottant'anni l'ordine internazionale ha funzionato perché gli Stati Uniti hanno proposto un patto straordinario quanto storicamente inedito: garantire la sicurezza del mondo senza pretendere di dominarlo. Non sono stati generosi per natura. Anzi. Ma sono stati pragmatici. Avevano capito una cosa che le generazioni del dopoguerra conoscevano bene: il multipolarismo non è equilibrio, è guerra continua. Chi ha vissuto due conflitti mondiali sapeva che le grandi potenze lasciate libere di competere in un sistema multipolare si fanno del male, e lo fanno anche agli altri. Adesso, quel patto è finito. L'amministrazione Trump ha deciso che gli Usa non vogliono più giocare, si è ripreso la palla e torna a casa. Il resto del mondo può arrangiarsi.

Le conseguenze per l'Europa sono già visibili e saranno pesanti. Mario Draghi, intervenendo ad Aquisgrana alla cerimonia per la consegna del premio Carlomagno (opens new window) (e si candidava implicitamente alla guida dell'Ue), ha detto quello che molti pensano ma pochi dicono con chiarezza: l'Europa è sola e il mondo che le permetteva di prosperare non esiste più. La risposta obbligata è riarmarsi, spendere, costruire un'autonomia strategica che per decenni è sembrata superflua. Germania, Polonia, Francia stanno già muovendosi. Il problema è che lo stanno facendo in un contesto europeo sempre più frammentato, con nazionalismi in crescita e istituzioni comuni sotto pressione.

Quello che Robert Kagan, analista americano, descrive sull'Atlantic di questo mese (opens new window) (archivio (opens new window)) è un quadro da incubo: un mondo multipolare dove ogni potenza corre a riprendersi la sua "sfera di influenza", dove le piccole nazioni tornano a essere pedine, dove la guerra non è più una catastrofe da evitare ma uno strumento tra gli altri. L'alternativa al "pax americana" non è un ordine migliore. È il disordine che l'Europa ha già conosciuto, e dal quale aveva cercato di fuggire costruendo qualcosa di nuovo. Una nota: storicamente dopo la trappola di Tucidide, cioè il riarmo che ha portato alla guerra del Peloponneso, alla sconfitta dell'Atene imperialista e al dominio e tramonto di Sparta, c'è stata una fase di conflitti terminata con la battaglia di Cheronea, cioè l'unificazione della Grecia operata dal macedone Filippo II, ovvero la nascita dell'Ellenismo e poi dell'impero di Alessandro Magno. Il futuro dell'Europa è questo? Il destino di Cheronea?

Mostly Harmless
Mentre Trump (sempre lui) rilascia improbabili (e scarsi) documenti segreti sugli avvistamenti di UFO, un dubbio scuote la platea. Altro che ipotesi della foresta oscura: e se semplicemente non fossimo all'altezza? Cioè, se agli alieni fregasse niente di noi? (opens new window)


Don't look up
Don't look up ~ Foto © Antonio Dini


Italiana

I dimenticati dell’arte
Figure affascinanti della nostra letteratura ce ne sono tante. Una, tra Modena e Firenze, è quella dello scrittore Antonio Delfini (opens new window), un minore che in realtà è poi piaciuto tantissimo per la sua prosa trasparente e il suo gusto particolare. Al di là di Delfini e del suo talento incompiuto, la cosa affascinante per me sono gli indizi attorno a un punto di riflessione che provo a spiegare più sotto in questa Coda Lunga parlando del canone degli antichi greci: come si dichiara un capolavoro? E un maestro? Ovviamente non lo so.

Più prompt per tutti
Non ritorno sul tema della formazione dei licei progettata dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara in corso di realizzazione se non per dire che il modo con il quale viene comunicato a InformaPirata diciamo che non è piaciuto (opens new window). L'idea è che ci sia dietro un uso sciocco dell'intelligenza artificiale generativa, nientemeno, fatto proprio da quel ministero che dovrebbe essere il fortino delle competenze: il posto dove non si delega, si fa e si è. Il comunicato stampa incriminato (opens new window) e l'appello sull'insegnamento della filosofia nei licei fatto su Micromega (opens new window).

Ritorno a Taipei
Il Post spiega (opens new window) perché Taiwan è un nodo cruciale per quanto riguarda il futuro della tecnologia: chi controlla l'isola di Formosa controlla tutto il resto, perché ha in mano le leve della produzione dei chip e dell'AI. Trump non l'ha capito sino in fondo ma si sta comunque organizzando, l'Europa invece no, per niente (lo dice anche Mario Draghi (opens new window), che si sta palesemente candidando a guidare la Commissione UE).



Multimedia

Il MiniDisc, perché no
Diciamocelo: come i CD, anche i MiniDisc sono vivi e vegeti (opens new window). Stanno anzi vivendo una seconda giovinezza (opens new window). O forse è solo un'illusione di qualche bolla? Chissà. Però suonano da dio.

Da Veronica, Miriam
Gigi Proietti e Nino Frassica (opens new window). Quando mi manca Proietti.

Solari di Udine
È più famosa Udine o Solari di Udine? Domanda oziosa, ovviamente. A livello globale, però, Solari se la gioca: l'azienda (nata nel 1725 a Pesariis, piccolo centro poco distante da Udine, dove per oltre due secoli furono prodotti orologi per campanili e da parete) è stata il campione del mondo dei tabelloni informativi a palette nelle stazioni e negli aeroporti di mezzo mondo. Questa è la sua storia (opens new window).

Un Barbero di giornata
Fresco fresco dal Salone del libro di Torino, un Alessandro Barbero di giornata (del 15 maggio) (opens new window). Attenzione perché Barbero va avanti a tenere i suoi incontri-conferenze ormai da più di vent'anni e non durerà per sempre, ma a un certo punto capiremo che è stato un fenomeno. Qualcuno ha mai studiato il fenomeno? Forse accademicamente no, però in ordine sparso: The Vision (opens new window), Il Post (opens new window), Il Riformista (opens new window), Where Magic Happens (opens new window)


Tsundoku

Effervescente
Da anni ripeto che la creatività è come il gas: se la lasci libera si disperde, se la comprimi diventa esplosiva. David Epstein fa un ragionamento simile, solo che ci mette un libro per articolarlo: Inside the box - How constraints make us better (opens new window). Vabbé.

Mini-influencer
Fortesa Latifi, che ignoravo esistesse ma da oggi è la mia combo nome-cognome preferito, ha scritto un libro potente: Like, Follow, Subscribe (opens new window). In pratica, un'indagine che promette scintille sull'industria degli influencer per bambini e sui pericoli della fama infantile su Internet.

Pochi ma (molto) buoni
Donna Tartt scrive un libro ogni dieci anni. Ne ha scritti tre finora. E con uno, Il cardellino (opens new window), ha vinto un Pulitzer. Gli altri (si fa presto a indicarli tutti) sono Dio di illusioni (opens new window) (che sto leggendo) e Il piccolo amico (opens new window). Sopra ho citato il fenomeno di Alessandro Barbero: la cosa che gli invidio è di essere un lettore forte e veloce. Soprattutto veloce, maledizione.

9x90
Intanto, se vi va, qui ci sono 9 grandi romanzi di fantascienza per gli anni 90 (opens new window) che ho selezionato per Fumettologica. A differenza dei link di questa newsletter, quelli di Fumettologica hanno il referral di Amazon.


Coffee break

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Money quote

Dobbiamo affrontare il fatto che l'AI sarà presto in grado di dimostrare i teoremi meglio di noi.

Dobbiamo ricordarci i nostri punti di forza: i matematici sono dei veri e propri maestri nel risolvere problemi e nel costruire teorie. Anziché opporci all'uso dell'AI in matematica, dovremmo farne un punto di forza. Non basta stare al passo con gli sviluppi attuali e definire dei parametri di riferimento per i ricercatori nel campo dell'AI; dobbiamo assumere un ruolo attivo nell'implementazione di questa tecnologia e nel modellarla in base alle nostre esigenze.

– Jeremy Avigad, Mathematicians in the Age of AI (opens new window)


Al-Khwarizmi

Autarchia digitale
Si può davvero portare tutto il proprio stack digitale in Europa (opens new window)? La domanda è meno oziosa di quello che sembra, perché dietro alle considerazioni tecniche c'è il problema più grosso degli ultimi vent'anni: di chi è la nostra vita digitale, dove abitano i nostri dati, chi può decidere domani mattina di tagliarci fuori da un servizio che ieri pomeriggio era ovvio come l'acqua del rubinetto. Su un Raspberry Pi con solo software open source io non ci riesco (opens new window), e sospetto che pochi ci riuscirebbero davvero (opens new window). Però la domanda resta, e qualcuno la sta affrontando seriamente.

Ho letto un resoconto che fa scuola (opens new window). Uno sviluppatore, Wimer Hazenberg, decide di spostare quasi tutto fuori dagli Stati Uniti e racconta passo per passo cosa funziona e cosa no. Google Analytics sostituito con Matomo autoinstallato. Gmail con Proton (opens new window), che sta in Svizzera e ha una legge sulla privacy più solida della nostra. Le password nello stesso ecosistema, dentro Proton Pass. AWS S3 sincronizzato con il servizio analogo di Scaleway, azienda francese che mostra le emissioni di anidride carbonica accanto alla scelta del data center, una piccola gentilezza per l'ambiente. Per i backup il colosso francese OVH, per la posta transazionale Lettermint, per la tracciatura degli errori Bugsink al posto di Sentry. Persino l'API di intelligenza artificiale è passata da OpenAI a Mistral, che non citiamo mai ma è comunque europea, anzi francese. Il tutto in due mesi di lavoro pratico, senza incidenti.

Le eccezioni sono tante e ovviamente impediscono la vera svolta autarchica. Si tratta anche di capire quanto in profondità uno voglia andare (ad esempio, l'hardware è praticamente insuperabile). Il punto, dice Vanderbauwhede, non è la paranoia ma la consapevolezza: sapere dove vivono i propri dati, chi ci può arrivare, cosa succede quando la politica cambia umore.

Mi sembra una conclusione equilibrata e nient'affatto banale. L'inerzia è la vera padrona dei nostri stack digitali, più della convenienza, più della qualità del prodotto. Spostarsi costa fatica e nessuno lo fa finché qualcosa non scotta. Gli americani ci hanno costruito un impero sopra, oliando poi le ruote giuste: aziende come Microsoft, Google, EMC, HPE, Salesforce e Oracle, adesso anche OpenAI e Anthropic, spingono le pubbliche amministrazioni e le aziende da decenni. Ma l'esercizio di immaginare cosa si può davvero rimpiazzare, e cosa no, è già un atto politico di una certa concretezza. Un atto che non risolve il problema della sovranità digitale europea, che è una questione di infrastrutture industriali e non di scelte individuali. Però dice qualcosa sul fatto che, almeno per chi fa un mestiere digitale, l'ecosistema alternativo c'è, funziona, e ogni mese funziona un po' meglio. Resta un ritardo delle istituzioni e delle imprese che è talmente abissale da avere il sapore della connivenza.

Independence AI
Si può diventare indipendenti dall'AI? C'è chi dice di sì e posta una guida articolata all'inferenza degli LLM locali: quali software, quali hardware (opens new window). Siamo nel medioevo delle AI cloud, per quelle locali siamo nel pieno neolitico.

Meta-Meta-Prompting
Il segreto per far lavorare per bene gli agenti AI. Un articolone su X (opens new window) che spiega molte cose partendo da un punto di vista forte: anziché considerare l'AI come una chat personale, consideriamola un sistema operativo. Tutti gli strumenti nell'articolo sono open source e disponibili su GitHub (che è di Microsoft, ricordo).

Emacsification
TLDR: stiamo trasformando il fare codice in configurare. Questo sviluppatore lo spiega in un articolo un po' surreale in cui racconta come mai ha creato una app per leggere i file in markdown (opens new window), e racconta cose non bellissime di Emacs (e la "emacsification") e poi l'app eccola qua: MDV (opens new window).

Scatenate la belva
ChatGPT 5.5 Pro è una bella bestia. In circa un'ora è in grado di produrre un articolo di ricerca a livello di dottorato, senza che un essere umano debba essere particolarmente competente per guidarlo. Ci dicevamo che sembravano delle idiozie le dichiarazioni secondo le quali gli LLM sono in grado di risolvere problemi "a livello di ricerca", perché molte delle soluzioni avevano già una risposta in letteratura o si potevano dedurre facilmente. Ora siamo arrivati al punto in cui, se un problema ha una soluzione effettivamente facile che però per qualche motivo i ricercatori umani non hanno trovato, allora c'è una buona probabilità che gli LLM lo individuino. Questo post esamina come ChatGPT 5.5 Pro (opens new window) ha fatto a risolvere una serie di problemi matematici. Secondo me la bomba vera sarebbe applicarlo a campi come la filologia, l'archeologia e via dicendo.

Trucchetto
Una cosa che non sapevo (opens new window). Safari e Firefox cambiano il modo in cui alcuni siti vengono visualizzati in base all'indirizzo: TikTok, Netflix e Instagram ottengono un trattamento speciale. Questo perché i browser cercano di tenere dietro agli aggiornamenti delle funzionalità di Chrome, e questo significa utilizzare trucchi e soluzioni alternative fino a quando non raggiungono la parità delle funzionalità. Il risultato però è che Chrome rimane il browser dominante per funzionalità e gli utenti passano a lui per avere un'esperienza migliore.


Look up
Look up ~ Foto © Antonio Dini

La coda lunga

La biblioteca mutilata
È un periodo che mi accapiglio con un'idea: cos'è il canone letterario. Perché esiste. È veramente oggettivo? La prendo larga, poi la prossima settimana magari concludo. Ecco in sintesi i miei appunti.

Quando diciamo "leggere i classici" ci immaginiamo di entrare in una biblioteca ordinata, con gli scaffali pieni e i nostri capolavori messi ciascuno nel posto che gli spetta. La realtà è un'altra: stiamo camminando dentro un magazzino bombardato, in cui qualcuno ha tirato su quattro pareti e ci ha detto che lì dentro c'è "l'antichità". Invece, è solo quello che rimane: siamo noi che pensiamo che sia l'essenziale.

Prendiamo i greci antichi, ad esempio. La base della nostra cultura: il perimetro all'interno del quale ancora stiamo esplorando. Ho cercato qualche numero per dare il senso del disastro. Dei circa mille drammi attici di cui conosciamo almeno il titolo, ne abbiamo integri sette di Eschilo, sette di Sofocle e "ben" trentadue di Euripide. Poi ci sono undici commedie di Aristofane su almeno quaranta. Di Menandro, che in età imperiale era il commediografo più letto e citato del mondo greco, oltre che molto prolifico, fino al 1957 avevamo soltanto frammenti: il Dýskolos è riemerso da un papiro come un naufrago dopo duemila anni di apnea. Vale anche per i latini: Lucrezio ci è arrivato solo perché Poggio Bracciolini nel 1417 ha trovato un singolo manoscritto carolingio in un monastero tedesco, e per poco la tesi atomistica e materialista del De rerum natura non se ne andava insieme alla carta mangiata dai funghi e dall'umidità.

Il filtro che decide cosa sopravvive non è la categoria del capolavoro. È la scuola (si copia quello che si insegna), è la religione (si copia quello che non disturba), è il caso puro (un copista annoiato, un incendio, un papiro finito sotto la sabbia di Ossirinco). La nostra antichità è una funzione di pochissimi anelli della catena che fanno da filtro, e il rumore statistico introdotto dal caso è enorme. Ci manca roba fondamentale che non sappiamo neanche sia mai esistita. Non è sopravvissuto il gusto degli antichi: è sopravvissuto quello che la sorte ha voluto sopravvivesse e che poche persone hanno continuato a tramandare.

Il caso più vertiginoso è il Sui sublime dello Pseudo-Longìno, un trattato di critica letteraria del I secolo che ci è arrivato per puro caso in un solo manoscritto del X secolo. Dentro c'è la citazione integrale di un'ode di Saffo, il phaìnetaì moi kênos isos théoisin (φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν), che altrimenti non avremmo mai letto: la tradizione diretta di Saffo era già morta. Grazie al Sui sublime Catullo ha potuto rifare quei versi in latino nel carme 51 perché qualcuno, in qualche scuola di retorica, li teneva ancora a portata di mano come esempio. Dopo, lo stesso Pseudo-Longino per buona parte del medioevo e dell'umanesimo non se l'è filato nessuno: non interessava. Il manoscritto però è stato più "resiliente" (e fortunato) di quelli di altri autori altrettanto importanti ma oggi sconosciuti oltre che perduti: quelli sono semplicemente svaniti, lui c'è ancora (anche se non abbiamo la più pallida idea di chi sia).

Morale: il canone non è una graduatoria, è l'ombra di una lampada che si è mossa molte volte. Noi leggiamo quel che si è salvato e, con questa conoscenza parziale e fuorviante, abbiamo fondato la nostra idea di antichità, le basi della nostra cultura. Vertiginoso e impressionante.


three-stars


Un uomo deve amare molto una cosa se la pratica senza alcuna speranza di fama o di denaro, ma anche se la pratica senza alcuna speranza di farla bene. Un uomo del genere deve amare le fatiche del lavoro più di quanto qualsiasi altro uomo possa amare le ricompense che ne derivano

– G.K. Chesterton


END



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