[Mostly Weekly ~04]

La Newsletter omonima del canale Telegram


La newsletter omonima a margine del canale Telegram (opens new window) (esce quando è pronta)


A cura di Antonio Dini
Numero 4 ~ 31 marzo 2019

Mentre Mostly Weekly cerca di guadagnare una sua regolarità, perlappunto suppergiù settimanale, io sono indietro con svariati altri progetti. Uno di questi prevede che sia in grado di far partire definitivamente il mio sito, che conterrà al suo interno anche un archivio di queste newsletter (per adesso mi appoggio più o meno saltuariamente al mio blog (opens new window)).

Perché una newsletter e un sito personale? Beh, lo scopo di tutto questo è riappropriarmi delle idee e delle parole che scrivo e distribuisco in rete e non utilizzare più tecnologie e contenitori che sono proprietà di qualcun altro. Come i social media, voglio dire. E che quindi possono censurare o cancellare (opens new window) o semplicemente modificare quel che scrivo senza neanche bisogno di informarmi.

Io ci provo, di pancia (non sono il solo! (opens new window)), senza starci troppo a pensare. Vediamo poi che succede. Intanto, cerco di mettere a posto il sito, che comparirà a questo indirizzo (opens new window).

In questo numero:

  • Made in Italy
  • L'ECG al polso
  • AirPods 2
  • Hey, oggi è il backup day
  • Tsundoku

Mac Square
Mac Square ~ Foto © Antonio Dini

MADE IN ITALY
A Bibbiena, un piccolo paese nel Casentino (la valle da cui nasce l'Arno), c'è un istituto tecnico che conserva un tesoro (opens new window) unico al mondo. Infatti, in uno stanzone che viene mantenuto dalla scuola e da un pugno di volontari, si trova l'ultimo esemplare per di più funzionante del primo calcolatore elettronico "made in Italy": un sopravvissuto (opens new window) dagli anni Cinquanta creato da Olivetti (opens new window) e grazie al quale Ettore Sottsass vinse nel 1959 il suo primo [Compasso d’Oro](http://(http://www.aisdesign.org/aisd/ettore-sottsass-jr-e-il-design-dei-primi-computer-olivetti).

Un po' di tempo fa raccontato la sua storia in un articolo per Domus (opens new window). C'è ovviamente molto di più che non semplicemente una storia di informatica (per quanto pionieristica). Ci sono anche storie di persone, tra le quali il responsabile di quel progetto, l'italo-cinese Mario Tchou, che morì tragicamente pochi anni dopo, chiudendo sostanzialmente la prima fase dell'esplorazione dell'elettronica da parte della Olivetti. Gli amici Ciaj Rocchi e Matteo Demonte di quella storia hanno fatto un fumetto per la Lettura, il supplemento culturale del Corriere della Sera, che uscirà in edicola il 7 aprile. Invece, il 16 aprile alle 18 (opens new window) al laboratorio Formentini in via Formentini 10 (Lanza), modero un incontro con gli autori e della due olivettani doc, Franco Filippazzi e Renato Betti, oltre a Shi Yangshi. Se vi capita, passate e salutatemi. Parola d'ordine: mostly.

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AIRPODS 2
Ho provato la seconda generazione delle cuffie senza fili di Apple. Le piccole AirPods. Qui il video e le mie impressioni (opens new window).
TL;DR Da comprare se non avete la prima generazione (o se la batteria di quelle vecchie è andata). Sono ottime, e molto più veloci della prima generazione nell'aggancio al telefono, nella riproduzione della musica e in praticamente tutto il resto. All'inizio della prova la durata della batteria diventa un po' difficile da valutare, ma direi che ci siamo. Ho maggiori perplessità sul funzionamento di Siri, ma non dipendono dalle cuffie, piuttosto da Siri. Che ancora non è alla pari con le altre assistenti digitali, soprattutto Alexa.

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L'ECG AL POLSO
Il mio primo elettrocardiogramma con l'Apple Watch l'ho fatto quasi per caso. Nel senso che, dopo che Apple aveva lanciato la funzionalità per gli smartwatch venduti nel mercato americano (ho un account Usa ma in questo caso occorreva che anche il seriale dell'orologio fosse registrato in quel Paese), l'altra sera ho appreso per caso che era uscita la nuova versione di watchOS, il sistema operativo dell'orologio, con il supporto della funzionalità. Aggiornamento lungo, Apple dovrebbe rivedere la procedura: a parte la lunghezza dell'aggiornamento in quanto tale, occorre avere l'orologio sbloccato e connesso al magnete per la ricarica, connesso alla rete WiFi e in presenza sulla stessa rete del telefono a cui è accoppiato perché è quest'ultimo che fa da pivot per passare la connessione. Troppo.

Insomma, fatto tutto, è arrivato il momento di provare. Cinturino ben stretto per avere il primo punto di contatto, dito dell'altra mano sulla corona per avere il secondo punto di contatto, ed ecco il primo elettrocardiogramma "minore", perché con due soli punti non riesce a definire tridimensionalmente il funzionamento del cuore ma solo un'alterazione del ritmo cardiaco, cioè una fibrillazione atriale. Potresti tranquillamente avere una dozzina di altre patologie in corso e lui non se ne accorge - ammesso che si accorga della fibrillazione. Comunque: "se senti dolori o una sensazione di compressione nell'area del torace, oppure riconosci i sintomi di un infarto, chiama immediatamente i servizi di emergenza", informa premuroso il telefono nella paginetta di configurazione. Chiameremo, se del caso, non si preoccupi.

E andiamo all'ECG. Il primo non è soddisfacente, nel senso che non "sente". Riproviamo. Niente. Ci aggiustiamo. Terzo tentativo: ritmo sinusale, che è un modo per dire tutto ok. Poi vallo a leggere un ECG: anche per un medico ci vuole una specializzazione non banale. E andiamo avanti. In due giorno ne ho fatti nove. Quattro buoni, cinque non pervenuti. A quanto pare c'è una percentuale di errore nella rilevazione che lascia poco sperare. Le possibili voci sono quelle della fibrillazione atriale e quella del ritmo cardiaco elevato o ridotto. L'orologio monitora anche quello. A questo punto potrebbero fare un Holster indossabile che si collega via bluetooth e almeno direbbero qualcosa di sensato.

Affascinato da questa idea, cioè di sottoporre tutta la popolazione mondiale a test medicali costanti - chissà che big data ne verrebbero fuori! - perdo rapidamente e di nuovo simpatia per quanto riguarda il "quantify self". Non corro, non ho particolari metriche digitali da portarmi dietro, tengo a malapena conto del numero dei passi (più che altro cerco di fare mezz'ora di camminata veloce al giorno, se porto a casa quella o qualcosa di più sono a posto), e mi ricordo ancora del risveglio brusco di questa estate quando l'orologio vibrava come un calabrone perché avevo un eccesso di battito cardiaco. Ero in una cuccetta del treno notturno che mi portava dalla Calabria in Toscana con tutta la famiglia, e la conclusione a cui sono giunto è che il battito rallentato dal sonno assieme alle vibrazioni eccessive avessero mandato in tilt lo smartwatch.

È una buona idea avere al polso un orologio così attento alla mia salute? Forse sì. Però sarebbe meglio se fosse anche più preciso. Comunque, mi incuriosisce anche perché mi fido che non condivida i miei dati biometrici o di salute con nessuno, perlomeno senza che io lo voglia.


La motocross
La motocross ~ Foto © Antonio Dini

HEY, OGGI È IL BACKUP DAY
Non sono un tifoso delle giornate dedicate alle cose. Però nel caso del backup faccio una eccezione. Avere una copia di sicurezza dei propri dati è un requisito secondo me irrinunciabile, soprattutto perché sono sempre di più le informazioni e gli oggetti digitali che descrivono e definiscono la nostra vita. La fisica dei bit prevede che possano essere duplicati all'infinito, averne almeno altre due copie non è male.

Per questo sarebbe il caso di avere un backup delle informazioni "vicino" (disco esterno?) e uno più lontano, nel cloud. E poi verificare che i dati siano effettivamente stati salvati e disponibili, altrimenti diventa lo sketch del vagone-letto dell'Onorevole Trombetta di Toto (opens new window): pensate di salvare una copia dei dati e invece la destinazione è dev/null. Il segreto del backup infatti è che non finisce quando avete salvato i dati, ma quando avete verificato che siano effettivamente usabili.

§ § §

TSUNDOKU

Quando si comprano libri e non si leggono ma si accumulano e basta, c'è una parola (giapponese) per dirlo

In questi giorni mi sono capitati tra le mani:

  • Novantatré (opens new window) di Mattia Feltri, librone particolare - il primo della improvvisata trilogia di Marsilio che ho messo assieme. Dei tre è anche il più ambizioso: Giuliano Ferrara lo definisce non più come giornalismo bensì un feuilleton ottocentesco (e infatti il fin dal titolo richiama esplicitamente il magnifico libro di Victor Hugo). Novantatré è l'anno del '900 che ha segnato nel bene e soprattutto nel male il passaggio attraverso il Terrore rivoluzionario di Mani Pulite. (Se) lo leggo magari poi vi dico.

  • La rabbia e l'algoritmo (opens new window) di Giuliano Da Empoli: questo è breve e scritto in tempi non sospetti, cioè prima del governo Lega-M5S. E prende sul serio il grillismo, a differenza di altri (pur non considerandolo una cosa seria). Mi sta piacendo, ma devo dire che, come autore di saggistica, ho un debole per Da Empoli dai tempi di Canton Express (opens new window), che è un gran bel libro, scritto nel momento giusto anche se oggi completamente dimenticato.

  • Chiudete internet, una modesta proposta (opens new window) di Christian Rocca, che ho incrociato più volte nella mia vita professionale e che ha certamente capacità creative non indifferenti come giornalista. Fa parte di un "giro buono" (c'è anche Feltri) che è passato attraverso Il Foglio. È stato partendo da questo libro, l'ultimo in ordine di tempo della mia trilogia, che sono risalito ai precedenti due. La sua tesi è eccessiva e molto (troppo?) politica, ma "annusa" la realtà del nostro tempo.

  • La parabola d'Europa (opens new window) di Marco Piantini: lo aggiungo anche se era già in casa da un po' di tempo, perché sono stato alla presentazione venerdì scorso, a cui hanno partecipato Paolo Gentiloni, Lia Quartapelle e Giuliano Pisapia, oltre ovviamente a Marco Piantini e al moderatore Mario Ricciardi, che il direttore della rivista del Mulino. È un libro che mi è piaciuto molto, denso, personale e abbordabile, che disegna una traiettoria degli ultimi trent'anni dell'Europa unitaria, fondamentale oggi che ne stiamo perdendo l'ideale oltre che l'idea.



I link non hanno alcuna affiliazione, puntano orgogliosamente solo all'oggetto culturale citato. Un giorno riuscirò a renderli non tracciati.



“A man must love a thing very much if he practices it without any hope of fame or money, but even practice it without any hope of doing it well. Such a man must love the toils of the work more than any other man can love the rewards of it”

– G.K. Chesterton


END




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